"Svetaketu
era il figlio di Uddalaka Aruni. Un giorno il padre gli disse: "Svetaketu,
va e affronta lo studio del Brahman, compiendo così il
tuo noviziato di brahmacharin. Non avvenga che nella nostra famiglia
alcuno divenga un cattivo brahmano non avendo la conoscenza".
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Così la
Chandogya Upanishad (6.1.1) dà notizia del primo dei
quattro stadi della vita (Ashrama) di un individuo. E dalla
lettura delle Upanishad più antiche, sembra che la teoria
degli Ashrama fosse in corso di formazione proprio in quei
tempi, poco prima della nascita e della diffusione del buddismo,
intorno al V secolo a.C. La
Chandogya menziona solamente il bramano studente (brahmacharin)
ed il capo famiglia (grihastha) e
promette a costoro, in compenso del loro studio: prole, padronanza
nello yoga, astinenza da qualsiasi tipo di ingiuria verso gli
altri, sacrificio, morte senza ritorno (liberazione). Evidentemente,
tali erano gli ideali di un tal tipo di società. Anticamente,
quando ancora gli indiani vivevano nella regione del Punjab, non vi erano distinzioni né tra
gli ordini bramanici della vita, né tra le varie caste.
La nozione di casta sembra ricorra solamente in un inno del
RigVeda (il 10.90), mentre il termine ashrama non appare assolutamente. |
Colui che torna dalla casa del precettore dopo aver compiuto
il prescritto periodo di studio dei Veda, considerandosi affrancato
da qualsiasi precedente lavoro persegue privatamente lo
studio nella sua propria abitazione in un quartiere puro (dove vivono
i bramani) istruisce in modo puro figli e fanciulli, sottomette tutti
i suoi organi di senso all’atman e non reca alcuna ingiuria
ad esseri viventi – eccetto i sacrifici svolti su suolo consacrato – in
verità, se questi mantiene tale condotta per tutta la sua
vita, entrerà nel mondo del Brahman senza più tornare”. Ai tempi delle Upanishad e del buddismo, la moda ascetica diede un notevole scossone alla istituzione vedica della famiglia. La dottrina del nirvana, basata sulla consapevolezza delle miserie della vita nel mondo, non poteva non incoraggiare la rinuncia e la fuga dalla realtà. Persino il Buddha, durante l’istruzione impartita a Nagabhatta [descritta nel Samyuttanikaya, una delle cinque divisioni del Tripitaka] è contro l’attaccamento dell’uomo alle miserie della vita familiare. Viene stabilito che l’uomo deve allontanarsi dal mondo e lasciare la sua casa; un bhikshu, un monaco errante, non dovrà mai abiurare la sua fede nell’ascetismo ritornando alla vita familiare. |
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Questa
teoria, naturalmente, non è condivisa dalla tradizione
ortodossa la quale fa derivare l'articolazione delle quattro
caste direttamente da Brahma. La durata del periodo di istruzione era di dodici anni, o una serie di cinque. Il discepolo veniva mandato, spesso, insieme al mandriano ed al bestiame in un paese lontano dove rimaneva per alcuni anni. Un altro servizio da parte del Brahmacharin consisteva nell'elemosinare in favore del precettore. Insieme a questi ed altri servizi vi era, naturalmente, lo studio dei veda. Generalmente viveva , come antevasin, nella casa del maestro e non di rado l'alloggio provvisorio finiva per diventare definitivo. |
Il Buddha sostiene che la felicità monacale è ben più grande di quella di un devoto laico che non può entrare nel Samgha, l’ordine monastico. Anche il giainismo che, alle origini, assunse i caratteri di un ordine di monaci itineranti dediti al celibato, non riconosceva altro stadio della vita che quello dello Shramana, l’asceta. Dall’altra parte, l’ortodossia bramanica non si limitò ad opporsi a questa tendenza, ma diffidò di coloro che si dedicavano all’ascetismo, considerandoli addirittura eretici. Sia nell’Arthashastra [che stabilisce le relazioni sociali ed economiche tra le differenti frange dello stato, un vero e proprio trattato della scienza politica] che nel codice di Manu [Manavadharmashastra] gli asceti sono considerati eretici. Il primo li definisce con i termini Vrishala e Pashanda [sostantivi quasi equivalenti che stanno a significare: miscredente] non consentendo loro di entrare nella campagna; l’altro considerava il termine Pashanda addirittura come sinonimo di buddista, e li bandisce come persone malvagie, ladri. “Tutti i canoni rivelati e le varie cattive dottrine che sono esterne al Veda rimangono senza frutto dopo la morte, poiché è tradizionalmente noto che sono tutti fondati sulla tenebra. Le dottrine divergenti dal veda che sorgono e scompaiono sono senza frutto e false, poiché sono moderne” (Leggi di manu XII, 95-96. A cura di Wendy Doniger. Adelphi) |

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