| Il
fascino dell'Oriente Sono
passati diversi anni da quando molti giovani partivano per l'India
alla ricerca di un misticismo basato sul rifiuto di formule spirituali
autoritarie.
Un canto, una poesia, un carisma che spesso si estende su milioni
di altri uomini, erano sufficienti ad alimentare una spiritualità che attraeva - allora
come oggi - masse umane considerevoli e che è quasi completamente sconosciuta
all'Occidente.
Eppure, per chi conosca, almeno un po', la complessa, ripetitiva,
esasperante ritualità indù, questo semplice o "semplicistico" approccio
al divino può essere visto come frutto di una errata interpretazione di
ciò che, invece, è stato codificato in migliaia e migliaia di versi
raccolti e tramandati dalle scritture.
Ma le storie dei santi sostengono che il bramino, nella lunga
sequela di gesti eseguiti, di mantra proferiti, di digiuni ed
astinenze prescritte, ottiene la stessa realizzazione spirituale
di Ramakrishna, ad esempio, il quale conosceva solo il suo personale
metodo di ricerca basato sulla semplice relazione: "la
conoscenza del divino è totalmente al di là della portata umana;
tuttavia ogni essere umano ed ogni cosa che esiste sono una manifestazione di
Dio" e questo gli era sufficiente per fondersi con il riflesso dell'Essere.
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L'equivoco
della reincarnazione
Tutta
la nostra vita è ordinata in una sequenza logica e cronologica
di esperienze successive che possiedono un inizio ed una fine, secondo
uno schema temporale, al di fuori del quale esiste l'Infinito: un
concetto assolutamente astratto in quanto nessun uomo ha mai potuto
sperimentarlo direttamente.
Negli gli strati meno colti della popolazione indiana, ed oramai
- perdonateci l'ardire - anche di quella occidentale si è largamente
diffusa l'opinione che dopo la morte debba intervenire una immediata
reincarnazione, la quale permetta di ripercorrere alcune tappe
dell'evoluzione di un individuo. Nella nostra cultura, potremmo
paragonarla alla dantesca legge del contrappasso.
Se questo può essere ammissibile, solo al successivo ciclo di manifestazione,
sulla base delle affermazioni dei Purana che pongono gli estremi di una durata
cosmica tra un Kalpa ed un Pralaya -
cioè tra la nascita e la morte di un universo o, per esprimerci allo stile
indiano, nell'arco di un respiro di Brahma, - tale intervallo è così vasto
che la mente umana non può neanche concepirlo, né la stessa indagine
scientifica moderna riesce ancora a stabilirne la durata, in quanto ne conosce
solamente uno: quello attuale non ancora concluso.
Come dire che esso è paragonabile a ciò che le religioni
giudaico-cristiane chiamano Eternità.
All'interno di una Eternità non ci si reincarna perché, lo ripetiamo,
l'uomo nella filosofia indù non occupa alcun posto privilegiato, bensì appartiene
all'immenso gioco cosmico della Natura obbedendo alle stesse leggi che governano
l'universo intero. |
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Il respiro
di Brahma
Un
apparente paradosso permette di conciliare queste due vie o, se preferite,
la possibilità per la santa ignoranza di poter assurgere alla
stessa dignità della sacra conoscenza. Ed il paradosso è:
l'esistenza di una Realtà infinita, incontenibile, impensabile,
inconoscibile, esprimibile solo attraverso l'espressione apofatica,
in una forma di vita limitata quale l'essere umano. Questa presenza è perennemente
reale e la sua luce non è offuscata da un probabile peccato
originale, ma solo dalla temporanea "distrazione" dell'uomo.
Il quale, nella filosofia indù, non occupa alcun posto
privilegiato: appartiene all'immenso gioco cosmico della Natura
obbedendo alle stesse leggi che governano l'universo intero.
Ma la stessa filosofia non ha mai concepito quella opposizione tra spirito e
materia quale la immaginarono le dottrine filosofiche greche e le religioni monoteistiche.
Per l'India non esiste che una sola sostanza "vibratoria" dell'Essere:
il Brahman, la sola Realtà assoluta.
Le diverse modalità di questa manifestazione, conosciuta come il "respiro" di
Brahma, provocano l'esistenza dei differenti piani della cosmogonia: gli dei,
i piani degli esseri viventi, i piani infra umani, le forme cosiddette materiali.
Tutti questi fenomeni non sono che la veste esterna, la guaina, l'inviluppo di
una realtà che rappresenta l'unico Reale, il Brahman presente in tutte
le forme grossolane e sottili della natura, la cui manifestazione si attua in
due modi. |
Gli
stati molteplici dell'essere
Si
può invece, secondo la dottrina, trasmigrare - all'interno di
una stessa manifestazione - in quegli indefiniti stati
molteplici dell'essere che sono tutti potenzialmente presenti
nell'individuo e di cui esso conosce concretamente solo quello di carne
ed ossa in quanto. lo sta pensando quando è ancora in carne
ed ossa!
Le religioni monoteistiche ne riconoscono solamente due: lo stato angelico e
quello infernale, correlando ad essi il premio o il castigo per la condotta della
vita umana.
Gli altri, per l'induismo, sono tutti prolungamenti indefiniti di Atma.
Ed eccolo, il secondo termine della nostra equazione: al di qua
di Prakriti - il divenire -, il pensiero indù pone Purusha,lo spirito, primo riflesso dell'Essere assoluto - Brahman - nella sua manifestazione.
Esso è descritto come eternamente libero, inattivo perché non invischiato
nelle vicende dell'evoluzione; la sua presenza, come un catalizzatore, determina
in Prakriti - brodo primordiale - il gioco dei guna.
Il passaggio dalla potenza all'atto che noi, comunemente, definiamo
con il termine Creazione è, quindi, il processo di "fecondazione" di
Prakriti da parte di Purusha dalla quale scaturisce la generazione
dei guna e, per la loro interazione, di tutte le forme dell'universo.
Purusha e Prakriti, quindi, sono due categorie fondamentali per la struttura
del pensiero umano; costituiscono, concettualmente, la prima coppia - spirito
e materia - dalla quale nascono le successive categorie della costruzione logica:
tempo e spazio. |
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Prakriti,
il brodo primordiale Prakriti,
la "natura naturante" degli Scolastici, si manifesta mediante
tre differenti orientamenti, chiamati guna i
quali, a loro volta, sono altrettanti Creatori dei diversificati
composti dell'universo:
Sattva, forza di crescita e per
tale motivo ascendente. La visione spirituale gli attribuisce un compito
di elevazione interiore e di illuminazione.
Rajas, forza di consolidamento
e quindi di espansione orizzontale, che ad una visione morale appare
come desiderio, attività, passione, piacere e sofferenza.
Tamas, che è l'opposizione
della forza precedente, il suo contrasto, il quale nella sfera fisica
si esprime come inerzia ed in quella morale come pigrizia, oscurità e
torpore della mente e dello spirito.
Nell'istante precedente quello che noi siamo abituati a definire con
la parola "Creazione",
i tre guna sono ancora in equilibrio.
Il successivo gioco multiplo e vario di queste tre forze influenza
tutti i fenomeni, compreso l'essere umano e le sue reazioni mentali,
opponendosi o completandosi reciprocamente: è lo sviluppo della "natura naturata",
del divenire, della manifestazione cosmica.
Ma esiste, o è esistito, nella realtà dei fatti questo passaggio
dalla potenza all'atto o, piuttosto, esso non rappresenta forse una necessità per
le categorie della mente e del nostro ragionare, senza le quali ogni tipo di
speculazione sarebbe impossibile?
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L'errore
di prospettiva
Purusha
non è nato di per sé, beninteso, ma rappresenta la
prima emanazione di Brahman nel gioco della Creazione. Attraverso
esso, nell'individuo è presente il riflesso di Brahman: l'Atma.
Non è agente, né sottoposto al processo di individualizzazione
attraverso il quale nella mente umana si forma una determinata personalità; è eternamente
libero ed infinito e così paradossalmente presente in una forma limitata
come l'essere umano.
E' solamente a causa di un errore di prospettiva che l'in-dividuo [per definizione
non diviso] ignora che esiste una sola e medesima sostanza, la quale si differenzia
in innumerevoli piani "vibratori" o mondi, ciascuno avente la sua propria
forma, le sue proprie attività, le sue creature e le sue leggi.
Delle quali, l'originaria, è di natura metafisica ed infinita. |