L'espressione
yajna (sacrificio) risale al periodo degli inni vedici e deriva dalla
radice yaj che significa 'adorare'.
L'oggetto dell'adorazione veniva chiamato Yajata nel linguaggio vedico
e si riferiva a manifestazioni senza forma dell'Essere Supremo, per la
cui adorazione non era necessaria la presenza di alcun tempio materiale,
ma semplicemente di un altare fatto di mattoni.
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Il Purusha aveva mille teste, mille occhi, mille
piedi; egli avendo circondato da ogni parte la terra, le sovrastò ancora
di dieci dita. |
Questi tre passaggi della creazione sono indicati nei tre elementi costituenti la parola Yajna. Ya = samyata [implicito,implicato] Da qui il concetto filosofico: siamo tutti scaturiti dal suo desiderio, attraverso la sua volontà siamo emancipati e di nuovo reintegrati in esso dopo lo sviluppo. L'espressione yajna (sacrificio) risale al periodo degli inni
vedici e deriva dalla radice yaj che significa 'adorare'. Gli adoranti venivano chiamati Yajamana e per mezzo della recita di mantra invocavano lo Yajata, cioè la divinità, ad appropinquarsi nel luogo del sacrificio. Questa fase del rito è conosciuta come avahana. Oltre alla invocazione suddetta, il successivo requisito per celebrare
il rito compiutamente era il passaggio definito con il termine
ahuti. |
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Il simbolismo del sacrificio descritto dal libro
X del RigVeda e conosciuto come Purusha sukta è, in realtà,
un auto sacrificio; l'offerta di sé stesso allo scopo di
ottenere una maggiore, effettiva ri-generazione. Ma l'Universo viene periodicamente dissolto in esso, il quale
rimane il solo Creatore che può rigenerarlo. Possiamo distinguere, ontologicamente, tre passaggi nella creazione in base al desiderio primordiale: 'Possa io generare i molti'
Il primo passaggio corrisponde a Prana, la vita instillata nella
Creazione. |
Lo Yajna, essendo un rituale, doveva essere eseguito
nella maniera rigorosamente prescritta. Sphya, un coltello di legno per tagliare a misura l'erba 'darbha'; per tracciare le linee nel terreno sacrificale; per rimescolare le oblazioni bollite.
Agnihotra-havani, un grande mestolo di legno usato per versare le oblazioni nel fuoco.
Drishad-upala, usato per macinare la pianta sacrificale 'soma'.
Pishtodvapani, un contenitore per la farina usata per fare i dolci sacrificali.
Upavesha, un utensile di legno con una estremità foggiata a mò di palmo aperto, utilizzato per attizzare il fuoco sacrificale.
Sono solamente alcuni degli innumerevoli utensili utilizzati nello Yajna e descritti in maniera accurata ed approfondita dai Brahmana. |

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