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MADHU
KANDA - Il libro del miele
Sezione
I -Asvameda
Brahmana. |
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1."Om. L'aurora è il
capo del cavallo sacrificale, il sole è il suo
occhio, il vento il suo respiro, il fuoco Vaishvanara
le sue fauci spalancate, l'anno [nota_0] il
suo essere. Il cielo è il dorso del cavallo sacrificale,
l'atmosfera la sua pancia, la terra il basso ventre,
i punti cardinali i fianchi, i punti intermedi i costati,
le stagioni le membra, i mesi
e le quindicine le articolazioni, i giorni e le notti
le zampe, le costellazioni le ossa, le nuvole la carne,
la sabbia il nutrimento, i fiumi gli intestini, le montagne
il fegato e la milza, le piante e gli alberi il pelo;
il sole che si leva è la sua metà anteriore,
il sole che tramonta quella posteriore; allorché apre
la bocca lampeggia, allorché sbuffa tuona, allorché orina
piove; il suo nitrito, invero. è la Voce stessa." |
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La
prima sezione si apre con la meditazione sull'Asvameda
yaga, il sacrificio del cavallo. Si tratta di uno
dei più importanti sacrifici dell'epoca vedica,
attraverso il quale il sovrano riconfermava il suo potere
e la grandezza del suo regno.
La Upanishad interiorizza simbolicamente tale sacrificio e
ne fa oggetto di meditazione sul Purusha, nella forma di questo
universo. La similitudine sulle varie parti del cavallo sacrificale
sono abbastanza intuitive. Da notare la identificazione della
testa del cavallo - parte più importante dell'animale
- con l'alba, momento magico, con la quale inizia il giorno
e, più specificatamente, con il brahma
muhurta il momento più favorevole alla meditazione. |
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2. Il
giorno, la cui matrice è nell'oceano orientale è il
mahiman anteriore: esso è nato al seguito del
cavallo; la notte, la cui matrice è nell'oceano
occidentale, è il mahiman posteriore: essa è nata
al seguito del cavallo. Essendo destriero portò i
Deva, come stallone portò i Gandharva, come
corsiero portò gli Asura, come cavallo (asva)
portò gli uomini. Parente gli è l'oceano,
l'oceano è la sua matrice. |
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Nell'asvamedha
yaga due recipienti - con i quali veniva effettuata la
libagione - uno d'oro e l'altro d'argento venivano collocati
davanti e dietro l'animale sacrificale. Essendo la testa
del cavallo assimilata all'alba, la quale come è noto
sorge ad est, necessariamente il mahiman anteriore deve
essere collocato in tale direzione. Esso è d'oro
in quanto il nobile metallo è il più idoneo
a rappresentare la luminosità del giorno (ma anche,
e non secondariamente) il carattere prezioso e sacro
dell'alba o del Brahma muhurta).
Il mahiman posteriore - che veniva forgiato con l'argento- [nota_1] sarà necessariamente
collocato ad Ovest, rappresentando il punto dove tramonta il
sole. L'Universo o il Purusha o il cavallo sacrificale, nel
nostro stato di veglia, è visibile nello spazio
di tempo compreso tra l'alba ed il tramonto. Tutta la conoscenza
successiva si fonda e parte dallo stato di veglia.
Deva (i Risplendenti), Gandharva (esseri dimoranti nell'atmosfera,
gerarchicamente inferiori ai Deva), Asura (forze della natura,
successivamente identificate con i Demoni) e Uomini, tutti
sono condotti (sostenuti) dal cavallo nelle sue differenti
tipologie: haya, vaji, arva, asva.
L'Oceano è la matrice dell'esistenza. E' il Sé universale,
non ancora espresso nella manifestazione. |
Sezione
II - Agni
Brahmana
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1.
Prima della creazione non esisteva nulla. Questo Universo
si è sviluppato dalla morte e dalla fame, perché la
fame è morte. Egli pensò: "Possa io
avere il ricordo" e così creò il ricordo.
Ed Egli, adorando Sé stesso, entrò in attività.
E durante questa attività fu creata l'acqua. Pensò: "l'acqua è stata
prodotta mentre ero in adorazione; perciò è questo
il cosidetto fuoco (poiché esso ha la natura dello
splendore e del piacere). Colui che così medita
l'origine del fuoco, in verità per lui sopraggiunge
la felicità. |
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Prima
della Creazione l'Universo è nella condizione
non manifestata. Affinché un effetto possa manifestarsi,
ha bisogno della sua causa. Anche la causa dell'Universo
(il Principio) è, tuttavia, nella condizione non
manifestata. Il totale vuoto di esistenza è, pertanto,
la causa primaria dell'Esistenza o dell'Universo. L'autore
lo paragona metaforicamente alla fame e alla morte. La
fame è, nella sostanza, desiderio di esistenza,
ma l'esistenza stessa non può che basarsi sulla
morte. (Ci si nutre di cose che, pertanto, vengono a
morire; se non ci si nutre, si muore a nostra volta).
Ma la morte (che corrisponde all'assenza di vita nel
suo aspetto manifesto) non è capace di pensare,
a meno che non esista un'altra causa che abbia in sé la
proprietà del pensiero e della volontà.[nota_2] E'
l'aspetto del desiderio creativo e dell'attività.
Questo desiderio spinge la morte a pensare: "possa
io avere il ricordo". La nostra esistenza è tutta
basata sulla capacità di ricordare; capacità dalla
quale scaturiscono i nomi e le forme delle cose esistenti.
Da qui la possiblità di classificare e distinguere
che sono alla base dello sviluppo del pensiero.La vita
appare, quindi, come prima manifestazione della volontà e
dell'attività. [nota_3]
L'attività per
eccellenza (kriya), secondo questa forma di pensiero, è quella
sacra, dell'adorazione (arc). Da
tale attività scaturiscono due risultati:
- La
consapevolezza dell'attività del pensiero
(o del ricordo) che è descritta come fuoco
- La
sensazione di felicità (kam) che
scaturisce da tale atività e che viene descrita
come acqua. La
combinazione di queste due parole dà il termine
arka [nota_4]
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Commento |
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2.
Le acque, in verità, sono arka (splendore). Ciò che
spumò dalle acque si solidificò. La massa
solidificata divenne il Mondo. A causa di ciò Egli
si affaticò ed il suo lustro e splendore si tramutarono
in fuoco. [nota_5] |
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L'acqua è assimilata
allegoricamente al fuoco, perché ha in esso la
sua origine. Essa rappresenta il sub strato di tutta
la vita. Dall'acqua scaturisce la terra. Si tratta in
realtà di una doppia creazione: quella, per così dire
esteriore (fuoco, acqua, terra) e l'altra relativa al
principio creatore: dalla fatica (=attività)
nasce Agni. [nota_6]
Agni
verrà associato a Prana, l'Energia vitale. |
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Testo |
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Commento |
3.
Egli divise sé stesso in un triplice sviluppo,
essendo il sole al terzo posto rispetto al fuoco ed
all'aria e l'aria come terza rispetto al fuoco ed al
sole. Anche questo Prana divise sé stesso in
tre aspetti. La direzione orientale è la testa.
Nord-est e sud-est le braccia. La direzione occidentale,
la coda. Nord-ovest e sud-ovest le cosce. Sud e Nord
i fianchi. Il cielo il dorso e l'atmosfera il ventre.
Questa terra il suo petto. Egli è sospeso sulle
acque. Dovunque andrà, colui che così conosce,
sempre avrà un ricovero. [nota_7] |
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Ritorna
l'associazione tra il Principio assoluto (Prajapati),
la Morte, Prana ed il cavallo sacrificale. Tutti e quattro
esprimono il senso del sacrificio iniziale. L'Ashvamedha era,
in realtà, il sacrificio cruento del cavallo;
la Upanishad interiorizza il significato del sacrficio
e dello smembramento con la meditazione (...colui
che così conosce...).
La
triplice divisione è relativa ai principi che
sono alla base dell'esistenza e della vita: il sole,
l'aria, il fuoco. Così anche il prana divise
sé stesso in un triplice sviluppo: Vita nel sole,
Vita nel fuoco, Vita nell'aria.
Colui
che così conosce (cioè che l'intero universo
altri non è che il corpo del Principio universale)
troverà un sicuro rifugio ovunque egli vada. [Si
intenda anche in senso metaforico, come rifugio dell'anima]. |
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Testo |
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Commento |
4. Egli desiderò:"Possa
io avere un corpo". E avendo ciò desiderato,
divenne l'unione tra la parola ed il pensiero. Il principio
che era lì presente diventò samvatsara,
l'anno. Prima di lui non esisteva l'anno, ed egli eresse
questo principio ad un anno. Dopo questo periodo creò sé stesso.
Quando nacque, Morte spalancò le sue fauci per
divorarlo ed Egli emise un suono: bhan. Questo suono,
in realtà, divenne la parola. |
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Questo
secondo processo di creazione non riguarda, come può sembrare
a prima vista, il corpo materiale in sé (d'altronde
la creazione è già stata avviata, come
descritto dai mantra precedenti) ma gli strumenti che
consentono di realizzare la presenza di un corpo. In
sostanza, quest'ultimo dovrà poter essere oggettivato.
Pertanto, la seconda creazione si riferisce alla parola: vak.
Vak è il
mezzo, lo strumento dell'espressione, in quanto è il
pensiero espresso dal suono. Per mezzo di essa, il Pricipio è capace
di esprimere e, quindi, di conoscere la sua stessa esistenza.
Prima dell'esistenza della parola, i pensieri debbono
essere stati infiniti nella loro natura. E' la parola
che, proprio per la sua specifica funzione, fraziona
un pensiero per farlo divenire intelligibile, creando
così delle unità di tempo. Nasce il fattore
tempo, al quale si attribuisce convenzionalmente, ciò che
noi chiamiamo un anno.[nota_8]
La
creazione del fattore tempo, rende così intelligibile
il concetto della nascita (tutto ciò che esiste
deve pur avere una origine, un inizio) la quale per l'Essere
avviene dopo un anno.[nota_9] Alla
nascita il neonato è minacciato dalla Morte. In
realtà ogni forma di vita presuppone come sua
origine una non esistenza antecedente ed una non
esistenza finale (o successiva, per la teoria del
Samsara, il ciclo delle rinascite). |
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Commento |
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5.
Ed Egli così pensò: "Se lo uccido,
ne ricaverò un pasto esiguo". Attraverso
tale riflessione, mediante la parola ed il pensiero creò tutto
ciò che esiste: il RigVeda, lo YajurVeda, il SamaVeda,
i metri, il sacrificio, gli uomini e gli animali. Qualunque
cosa creò, tutto si risolse di mangiare. Perché la
Morte, in realtà, fagogita tutto; è perciò che
viene chiamata aditi. Colui che così conosce,
di tutto si può nutrire, ogni cosa diventa il
suo cibo. |
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La
creazione, in questa fase, concerne solamente il principio
vitale (il neonato) e non ancora le entità create.
Cibandosene, la Morte ne ricaverebbe un pasto misero.
In realtà il neonato rappresenta cibo e, ancora
di più, il produttore di cibo. L'Universo intero è cibo
per la Morte.
Attraverso
il potere della volontà [nota_10] e
della conoscenza [nota_11] essa
crea (o manifesta sé stessa) Rig, Yajur e Sama
Veda (la triplice scrittura o Rivelazione) i sette metri
poetici [nota_12] i
sacrifici, gli uomini e gli animali.
La
morte viene chiamata Aditi (l'origine) perché è da
essa che scaturiscono tutte le forme [nota_13]
Il
mantra termina con il consueto invito alla meditazione. |
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Testo |
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Commento |
6. Così desiderò: "Possa
io eseguire il sacrficio con grande sacrificio".
A causa di ciò si affaticò, quindi il suo
lustro ed il suo vigore si esurirono. I soffi vitali,
in realtà, sono gloria e vigore (del corpo). Così dopo
la dipartita dei prana, il corpo cominciò a crescere.
Ma la sua mente, in realtà, era nel corpo. |
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Lo
schema della Creazione è stato delineato: dai
Veda fino agli animali; cioè dalla conoscenza
fino all'ignoranza (avidya). [nota_14] Ora
si trata di eseguire il sacrificio del cavallo (asvamedha)
che la Upanishad interiorizza in senso simbolico.
All'inizio
della Creazione, l'uomo nasce come soggetto di conoscenza;
alla sua natura appartiene l'istinto della ricerca
della Realtà ultima delle cose; il presente mantra
ed i successivi esprimono questo concetto in termini
di sacrificio.
Anticamente
il sacrificio del cavallo veniva rivolto dal sovrano
alla divintà. La bestia veniva purficata per mezzo
di atti rituali e quindi lasciata libera per un anno.
Allo stesso modo l'anima dell'individuo deve purificare
sé stessa al fine di realizzare lo scopo finale:
l'ultima Realtà.
Indubbiamente
il compito non è da poco. Questo impegno morale
può causare l'indebolimento dell'organismo, che
il mantra indica come la dipartita dei soffi vitali (prana).
A causa di ciò il corpo si gonfia (asva).
Qui
riveste un ruolo importante il gioco di parole impiegato:
asva significa anche cavallo (un veicolo). Il corpo di
un individuo è il veicolo dell'anima, in sostanza
il suo cavallo. Nel processo di purificazione, l'anima
dovrà sacrificare il suo cavallo (il corpo o la
materialità). |
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Testo |
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Commento |
7. Quindi desiderò:
Possa questo (mio corpo) divenire adatto al sacrificio.
Possa io essere incarnato attraverso esso. Siccome si
gonfiò, fu conosciuto come cavallo e questo divenne
adatto al sacrficio. Perciò questa, in realtà, è l'origine
dall'asvamedha, il sacrificio del cavallo. Colui che
conosce ciò, conosce l'asvamedha. Lasciandolo
libero per un anno, meditò si ciò. Dopo
un anno, egli sacrificò il cavallo per sé stesso,
assegnando gli altri animali agli dei. E' perciò che
coloro (che eseguono sacrifici) sacrificano a Prajapati
il cavallo santificato, il quale è dedicato a
tuti gli dei. Ciò che emette calore [nota_15] questo è in
realtà asvamedha. L'anno è il suo corpo.[nota_16] Il
fuoco terrestre è arka. Questi mondi [nota_17] sono
il suo corpo. Questi
due [nota_18] sono
arka e asvamedha. Entrambi, nuovamente, sono in realtà la
stessa divinità: Morte. Colui che così conosce,
conquista ulteriormente la morte. La morte non lo possiede.
La morte diviene il suo sé. Egli diventa uno con
questi dei. |
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Questo
lungo mantra chiude la seconda sezione - Agni brahmana
- del primo libro - Madhu Kanda -, il libro del miele.
Si
noterà immediatamente una apparente contraddizione: l'incertezza
del soggetto. Le prime battute lo identificano
al cavallo sacrficale; poi esso diventa Morte, la condizione
di non esistenza che precede l'esistenza e, successiamente,
Prajapati, il primo essere, il macrantropo, progenitore
di tutti gli esseri. L'evoluzione
della scena condurrebbe di nuovo ad identificare quest'ultimo
- Prajapati - al primo sacrificio e, quindi, al cavallo.
In sostanza, il soggetto trascolora in figure successive
che sembrano soddisfare sia l'interpretazione
logica [la non esistenza deve logicamente precedere
l'esistenza] sia l'antica tradizione regale
dell'asvamedha [attraverso la quale il Re rinasceva per
i suoi sudditi - ma anche per i suoi nemici - novello
sovrano] sia l'interpretazione
mitica [Pajapati è il progenitore
di tutti gli esseri].
Il
sacrificio del cavallo, per la sua importanza, viene
paragonato al sole che risplendendo, illumina tutte le
cose. Arka è identificato al fuoco per i motivi
esposti nei mantra precedenti. Il fuoco denota il sacrificio
ed il sole il risultato del sacrificio. Quest'ultima
assimilazione verrà meglio compresa più avanti,
quando commenteremo il mantra relativo al destino post
mortem dell'uomo. |
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Sezione
III - Udgitha
Brahmana. |
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Testo |
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Commento |
1.
La discendenza di Prajapati fu, in realtà, duplice:
dei e demoni. Gli dei erano inferiori di numero e i demoni
superiori; essi rivaleggiavano gli uni con gli altri.
perciò gli dei disssero: "sorpassiamo i demoni
nel sacrificio mediante l' udgitha. [nota_19] |
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Dal
primo momento della creazione, la vita appare sotto la
prospettiva della dualità, dove la diversificazione
tra soggetto ed oggetto rende possibile l'unico modo
di esistenza che l'uomo può concepire. Con la
dualità si prospettano le coppie degli opposti,
quindi la discriminazione ed il libero arbitrio.
La
doppia discendenza cui si fa riferimento è immediatamente
riconducibile al bene ed al male ma anche, e non secondariamente,
ai mezzi di cui l'individuo può disporre per confrontarsi
con la realtà delle cose: gli organi di senso.
In una cultura dove gli atti rivolti verso la sacralità rivestono
una importanza primaria rispetto a tutto ciò che
si riferisce al'attività profana, saranno considerate "buone" (gli
dei) le inclinazioni verso la religiosità, il
sacrificio ecc, mentre "cattive" (i demoni)
tutte le altre. E siccome l'uomo, per sua natura, è maggiormente
incline alla esteriorizzazione dei sensi (le attività profane)
i demoni sono, naturalmente, più numerosi rispetto
agli dei.
Nella
mitologia indiana, questa rivalità tra dei e demoni
viene chiamata devasura sangram.
Può succedere, in alcune epoche, che gli dei vengano
sopraffatti ed allora interviene quel principio chiamato Vishnu il
quale attraverso le sue manifestazioni (Avatara) riconduce
il mondo verso la rettitudine originaria. [nota_20]
Il
sacrificio e l'udgitha sono il mezzo, per eccellenza,
attraverso il quale è possibile combattere il
male, ossia la bassa natura dell'individuo. Qui l'udgitha
sta, più che altro, per meditazione. |
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Testo |
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Commento |
2. Gli dei
chiesero all'organo della parola: "Canta l'udgitha
per noi". "Così sia", disse la
parola, cantando. Qualunque piacere vi sia nella parola,
essa la riservò agli dei, cantando e qualunque
buona parola vi sia qui, la tenne per sé. I demoni
riconobbero che sarebbero stati sopraffatti mediante
il canto dell'udgitha. Realizzato ciò, le si scagliarono
contro, colpendola con il male. Questo è in realtà il
male, che parla con la parola ingiusta. Questo è,
in realtà, il male. |
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Qualunque
commento a questo mantra ci risulterebbe superfluo, tranne
che per questa precisazione: la parola, in questo contesto, è la parola
sacra; quella, cioè, che recita i canti
dei Veda. |
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Testo |
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Commento |
3. Quindi gli
dei chiesero al naso: "Canta l'udgitha per noi". "Così sia",
disse il naso cantando. Qualunque piacere vi sia nel
naso, esso lo riservò agli dei, cantando e qualunque
buon odore sia qua, lo tenne per sé. I demoni
riconobbero che sarebbero stati sopraffatti mediante
il canto dell'udgitha. Realizzato ciò, gli si
scagliarono contro, colpendolo con il male. Questo è in
realtà il male, che fiuta ciò che è sbagliato,
Questo è, in realtà, il male. |
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Naturalmente,
il naso non canta, né potrebbe considerarsi peccato
fiutare un cattivo odore. Ciò che si intende stabilire
in questo e nei mantra successivi, è che l'attitudine
rivolta verso la sacralità va assunta con tutto
il proprio essere, nella profondià dell'animo
e non solamente con un atto formale (recitare i Veda
con la parola). Anche gli odori si distinguono in buoni
e cattivi e fanno parte della comune esperienza; ma non
si usa dire, spesso,che "il tale è in
odore di santità" ? |
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Testo |
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Commento |
4. Allora gli
dei dissero all'occhio: "Canta per noi". "Così sia" disse
l'occhio e cantò l'udgita per essi. Qualunque
piacere sia nell'occhio, esso lo assicurò agli
dei, cantando e qualsiasi bene produca la vista lo lasciò per
sé. I demoni realizzarono che così sarebbero
stati sopraffatti mediante il canto dell'udgita. Così pensando,
assalirono l'occhio con il male. Questo è, in
realtà il male, che guarda ciò che è sbagliato.[nota_21] Questo è,
in verità, il male. |
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L'occhio
prosegue la parte di sacrificio iniziato dagli altri
organi di senso.Valgono le stesse osservazioni fatte
nel mantra precedente. |
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Testo |
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Commento |
5. Quindi gli
dei dissero all'orecchio: "Canta l'udgita per noi". "Così sia" disse
l'orecchio, cantando. Qualunque delizia sia nell'orecchio,
esso lo assicurò agli dei, cantando e qualunque
cosa buona vi sia nell'ascolto, lo tenne per sé.
I demoni realizzarono che così sarebbero stati
sopraffatti mediante il canto dell'udgita. Pensando ciò,
assalirono l'orecchio con il male. Questo è, in
realtà, il male che ascolta ciò che è sbagliato.
Questo è, in verità, il male. |
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Testo |
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Commento |
6. Quindi gli
dei dissero alla mente: "Canta l'udgita per noi". "Così sia" disse
la mente e cantò l'udgita per essi. Qualunque
piacere sia nella mente, essa lo assicurò agli
dei, cantando e qualunque cosa buona vi sia nel pensiero,
la tenne per sé. I demoni realizzarono che così sarebbero
stati sopraffatti attraverso il canto dell'udgita. Pensando
ciò assalirono la mente con il male. Questo è,
in realtà, il peccato che pensa ciò che è sbagliato.
Questo è, in verità, il peccato. Così essi
infettarono gli altri dei (della pelle, ecc.) con il
peccato. |
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Alla
mente è riservato lo stesso trattamento, nel momento
in cui viene contaminata dal pensiero non retto. C'è da
osservare che nella concezione indiana, la mente è un
organo di senso (interno) al pari degli altri cinque. |
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Commento |
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7.
Quindi gli dei chiesero alla forza vitale che risiede
nella bocca: "Canta l'udgita per noi". "Così sia".
E avendo ciò detto, la forza vitale cantò l'udgita
per essi. I demoni realizzarono che così sarebbero
stati sopraffati mediante il canto dell'udgita. Pensando
ciò, assalirono la forza vitale, desiderando colpirla
con il male. Così come una zolla di terra, scagliata
contro una roccia, viene sgretolata, frantumati e scagliati
via in tutte le direzioni, i demoni perirono. Quindi
furono gli dei che divennero, mentre i demoni perirono.
Colui che così conosce, recupera il suo vero sé ed
il suo invidioso parente viene sconfitto. |
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Per
comprendere appieno l'indefettibilità di Prana,
occorre conoscere il valore che questo concetto riveste
in tutta la speculazione filosofica indiana. Prana è,
comunemente, la forza vitale, l'essenza delle cose, la
vita o ciò che sostiene la vita. Ma, ancor di
più, Prana viene associato allo stesso Principio
divino. Esso è immanemte in tutto ciò che
vive e, quindi, anche negli organi di senso, ma al tempo
stesso trascendente rispetto alle vicende della vita
stessa. La parola può esprimersi bene o male,
così come la mente può rivolgersi verso
pensieri retti o malvagi; Prana è fuori dell'esperienza
dei sensi. Non appena i demoni vengono sconfitti, gli
dei vengono immediatamente restaurati nel loro rango
originario. |
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Testo |
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Commento |
8. Gli
dei chiesero: "Dov'era colui che così si è unito
a noi?" "Egli è nella bocca".
E' chiamato ayasya angirasa [nota_22] in
quanto è l'essenza delle membra. |
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L'essenza
- delle membra - nella bocca. Prana è, in realtà,
in ogni parte essendo il sostegno della vita. Spesso
gli si attribuiscono sedi particolari, in rapporto allo
specifico contesto. Si consideri la bocca cone luogo
privilegiato, non tanto perché viene assimilato
anche con il cibo, quanto per l'importanza che la parola
(vak) ha in questa cultura (naturalmente la parola sacra,
cioè le Scritture). |
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Testo |
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Commento |
9. Questa divinità è conosciuta
con il nome dur in quanto la morte resta distante da
esso. Colui che così conosce, certamente ha distante
la morte. |
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La
morte è, naturalmente, intesa come attaccamento
all'esperienza sensoriale che priva del senso spirituale
della vita. E' la condizione appartenente ai "demoni",
cioè ai sensi in quanto totalmente distratti dalla
realizzazione spirituale. |
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Testo |
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Commento |
10. Questa divinità,
in realtà, rimosse il male da quegli dei che erano
morti portandolo là, al confine di queste regioni.
Qui egli depositò i loro peccati. Non bisogna
andare presso quella persona o quelle regioni, per paura
che si venga impregnati del peccato, che è morte. |
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Il
confine delle regioni non è, naturalmente, territoriale
bensì morale. Non bisogna tornare
in quei luoghi, una volta che ci si è purificati
dal male grazie alla disidentificazione con gli oggetti
dei sensi. Non bisogna neanche associarsi a quegli
individui che sono affetti dal male.[nota_23] |
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Testo |
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Commento |
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11.
Questa divinità, dopo aver rimosso la morte, li
condusse al di là della morte. |
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Non è sufficiente
rimuovere il male; occorre anche trascenderlo. L'uomo,
per sua natura, è costantemente soggetto alla
realtà sensoriale e questa rappresenta una potenziale
minaccia alla condizione spirituale. La pura attitudine
della mente e degli altri organi conduce al di là della
morte. |
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Commento |
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12.
In realtà Prana condusse prima di tutto l'organo
della parola oltre la morte. Quando la parola ne fu liberata,
divenne fuoco; questo fuoco, trascendendo la morte, risplende
al di là di essa. |
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La
parola è il più potente mezzo di espressione
e l'organo della parola è quello che può cantare
l'udgita. Libera dalla morte essa diventa fuoco, in quanto
ha il potere di purificare ed anche perché il
retto parlare brucia il male. Il fuoco è la potenza
che presiede la parola. |
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Testo |
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Commento |
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13.
Quindi Prana condusse il naso oltre la morte. Quando
esso fu liberato dalla morte divenne aria. L'aria, trascendendo
la morte, fluttuò al di là di essa. |
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Si
tratta della purificazione del senso dell'olfatto e l'aria è la
forma di potenza (o, altrimenti, divinità) che
soprassiede ad esso. |
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Testo |
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Commento |
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14.
Prana condusse l'occhio oltre la morte. Quando esso fu
liberato dalla morte, divenne il sole. Questo sole, trascendendo
la morte, effulge al di là di essa. |
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La
luminosità che è nell'occhio e che consente
la vista delle forme esterne è la sua potenza;
la divinità è il sole. |
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Testo |
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Commento |
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15.
Prana condusse l'orecchio oltre la morte. Quando esso
fu liberato dalla morte, divenne queste direzioni. Esse,
trascendendo la morte, restarono al di là di essa. |
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L'orecchio è capace
di percepire i suoni provenienti da tutte le direzioni
dello spazio. Esse sono le divinità che presiedono
il senso dell'udito. |
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Testo |
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Commento |
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16.
Quindi esso condusse la mente. Quando la mente divenne
libera dalla morte, diventò la luna. Essa, trascendendo
la morte, splende al di là di essa. Colui che
conosce ciò, questa divinità lo conduce
al di là della morte. |
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Da
notare che tale similitudine della mente (manas) con
la luna (soma) ricorre abbastanza frequentemente in tutta
la speculazione filosofica indiana. Lo spirito è assimilato
generalmente al sole, mentre la mente a quell'elemento
che non brilla di luce propria come il sole, ma la riflette.
In realtà la mente è riflessiva. |
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Testo |
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Commento |
17. Quindi la
forza vitale assicurò per sé il cibo, cantando
(l'udgita) perchè qualunque cibo venga consumato, è consumato
proprio da esso ed esso rimane nel cibo. |
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Prana è l'essenza
della vita, quindi è contenuto anche nel cibo
che si consuma. Dal momento che tale cibo nutre gli organi,
esso rimane nel corpo (che a sua volta è cibo).
Ma non ci si faccia distrarre troppo da questa interpretazione,
diciamo così, fisiologica. Ci stiamo muovendo
nel campo della speculazione filosofica dove la metafora
ed il simbolismo sono le uniche chiavi di interpretazione
di questi testi.. Cibo non è solo ciò che
si mangia, ma anche e soprattutto le idee che la nostra
mente assimila. Cibo sono i nostri quotidiani rapporti
con il mondo, i comportamenti, le inclinazioni... Lo
spirito, quindi, si nutre cantando l'udgita (il canto
sacro) |
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18.
Allora gli dei [nota_24] dissero
a Prana: "Qualunque cibo vi sia, è tutto
qui e tu lo hai riservato per te, cantando". Prana
rispose: "Sedete attorno a me". Gli dei dissero: "E
sia" e sederono attorno ad esso. Così qualunque
cibo venga consumato attraverso esso, da esso questi
dei sono soddisfatti. Colui che così conosce,
in verità, i suoi parenti siedono attorno a lui;
egli diviene il sostegno dei suoi parenti, il migliore
tra essi. Chiunque tra essi voglia rivaleggiare con questo
conoscitore, certamente diviene incapace di sostenere
i suoi subalterni. Ma chiunque lo segua, certamente ne
sarà capace. |
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In
questo mantra si ribadisce la priorità del principio
spirituale nella scala gerarchica dei valori della vita.
L'autorità di un uomo (e quindi il senso di rispetto
che suscita nei suoi simili) non deriva dal prestigio
materiale conseguente alle ricchezze, alle alterne vicende,
agli intrallazzi ecc., ma dal suo conformarsi al dharma universale,
in una visione sacra della vita. Nella misura in cui
egli rispetta questi valori universali, così sarà rispettato
dagli altri. |
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19.
Esso è conosciuto come ayasya angirasa in quanto è l'essenza
delle membra. In realtà Prana è l'essenza
delle membra. Perciò da qualsiasi membro esso
si allontani, immediatamente questo si prosciuga perché,
in verità, esso è l'essenza delle membra. |
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Si
ribadisce il concetto espresso nei mantra precedenti. |
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20.
Questo prana è, esso stesso, Brihaspati. La parola è,
in realtà, brihaspati. Questo Prana è il
Signore. Perciò esso è chiamato Brihaspati. |
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Brihaspati,
nella cultura vedica, rappresenta il principio di tutte
le forme di conoscenza e, di conseguenza, del Rig,
Yajur, Sama veda. E' il principio dell'espressione.
La parola stessa è espressione in quanto essa è inclusa
in uno dei metri vedici [brihati].
La superiorità della parola, rispetto a tutti
gli altri organi, deriva dal fatto che attraverso essa è possible
esprimere i versi sacri. Quindi, Prana è il principio
vitale, l'essenza della vita e di ogni forma di espressione. |
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21.
Questo prana è, esso stesso, Brahmanaspati. La
parola è, in realtà, brahmanah. Questo
Prana è il Signore. Perciò esso è chiamato
Brahmanaspati. |
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Continua
l'esposizione del fondamento etimologico degli attributi
di Prana: Brahmana + Pati = Signore dei brahmani. Brahman è ache
conosciuto come yajus, forma
discorsiva che rappresenta l'ossatura dello yajurveda.
Pertanto, come principio di espressione, Prana è Brahmanaspati. |
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22. Questo prana è,
esso stesso, Sama. In verità sa è la parola,
ama è prana. Sa ed ama; questa è la ragione
per la quale questo essere è chiamato Sama. Oppure,
questa forza vitale è simile ad una formica bianca,
simile ad un moscerino, simile ad un elefante, simile
a questi tre mondi [nota_25] simile
all'Universo; perciò esso è sama. Colui
che così conosce questo sama, ottiene l'intima
unone con il Sama e risiede nel mondo del sama. |
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Ci
si riferisce, ora, alla terza scrittura dei Veda: Samaveda.
Ed interviene il consueto gioco etimologico il quale
risulta fondamentale alla comprensione del mantra. Sa è la
parola, ama è la
forza vitale: Sama è,
quindi, la forza vitale che risiede nella parola; senza
di essa nessun inno (Samaveda) può essere cantato.
Il
termine sama indica anche uniformità, omogeneità ecc.
La forza vitale, in sé, non ha forma definita
ed è identica sia nella formica che nell'elefante;
sia nel moscerino che nell'universo intero. |
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23.
Ancora, questa forza vitale è udgitha, Essa è ud,
in quanto sostiene tutto ciò; la parola è githa.
Perciò questa forza vitale è conosciuta
cone udgitha. |
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Il
termine è formato da ud (che indica sostenere,
tenere in alto) e githa (parola, discorso). Perciò questa
forza vitale è la parola che sostiene. |
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24.
In merito a ciò esiste una storia secondo la quale
Brahmadatta che era il pronipote di Chikitana bevendo
il succo del soma, disse: "Che questo soma mi faccia
esplodere la testa se io sostengo che ayasya angirasa
cantò l'udgita mediante qualsiasi altro mezzo
che non questa forza vitale e questa parola. Perché egli
cantò l'udgita solo mediante la parola (vak) e
questa forza vitale (prana). |
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L'udgita
viene cantato solo mediante la parola (mezzo di espressione)
e la forza vitale (il principio divino). E' pertanto
espressione diretta della sacralità eterna e non
ha bosogno di essere corroborata da altri elementi quali,
ad es., la discorsività razionale dell'uomo, i
sentimenti ecc. |
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25.
Colui che così conosce la ricchezza del saman,
per lui in realtà è la ricchezza. La giusta
intonazione è, in verità, ricchezza. Perciò un
individuo volendo officiare come brahmino deve desiderare
di aver la giusta intonazione. Attraverso la voce, arricchita
del giusto tono, egli potrà ottemperare ai suoi
doveri di brahmino. Perché, nel sacrificio, la
gente desidera fortemente colui che officia il rito con
il giusto tono. Ricco è colui che conosce la ricchezza
del saman. |
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E'
ribadita la necessità della giusta intonazione
nella recita dei versi sacri. I mantra recitati ed i
gesti eseguiti (mudra) debbono essere ben calcolati per
ottenerne i risultati. La giusta recitazione del canto
e la corretta gestualità, fatta esattamente come
prescritto dal testo Brahmana senza la benché minima
deviazione, sono di grande importanza nel sacrificio. |
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26.
Colui che conosce la giusta intonazione e la corretta
articolazione del Saman possiede, in realtà, oro. |
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L'enfasi
cade sulla correta pronuncia. La giusta intonazione e
la corretta pronuncia rappresentano una vera ricchezza
per colui che officia il rito. E' il tono che deriva
da un certo senso di ditacco dall'apprensione dei sensi.
Si ricordi, a tal proposito, quanto affermato nel mantra
24: l'udgitha viene cantato solo mediante la parola e
la forza vitale. |
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27.
Colui che conosce il sostegno di questo saman è,
a sua volta, sostenuto. La parola è, in realtà,
il suo sostegno; perché solo esistendo nella parola
questo prana può cantare. Altri sostengono: "esso
canta solo mediante il cibo". |
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La
parola rappresenta il potere dell'auto espressione. Risiedendo
in essa, prana si esprime nella parola come conoscenza
(sacra). Altri sostengono che la conoscenza derivi, invece,
dall'esperienza del corpo (il cibo) e quindi dei sensi.
Ma abbiamo visto come i sensi (udito, olfatto ecc.) possano
essre attaccati dal male e perdere il loro potere (la
caduta delle divinità). Solo Prana è inattaccabile,
perché rappresenta il principio divino. |
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28.
Ora, l'edificante recita degli inni del pavamana. Il
prastota canta, in verità, questo saman. E nel
momento in cui inizia a cantare, può intonare
questi mantra: "Dal
non essere conducimi all'essere [a-sato
ma sad gamaya];
dalla
tenebra conducimi alla luce [tamaso
ma jotyr gamaya];
dalla
morte conducimi all'immortalità [mrityor
ma amritam gamaya]".
Quando l'inno dice: "dal non essere conducimi all'essere",
il non essere è in verità la morte; l'essere è l'immortalità.
Conducimi dalla morte all'immortalità; rendimi immortale.
Questo in realtà esso afferma.
Quando
l'inno dice:"dalla tenebra conducimi alla luce",
le tenebre sono in realtà la morte e la luce
l'immortalità. Dalla morte conducimi all'immortalità;
rendimi immortale. Questo in realtà esso afferma.
Quando
l'inno dice:"dalla morte conducimi all'immortalità",
non vi è più nulla di nascosto nel significato:
tutto è chiaro.
Ora
gli altri inni che restano da cantare. Cantandoli può ottenere
l'alimento. Allorché li canta, deve porvi l'intenzione
di ottenerli. Perché il cantore che così conosca,
può ottenere qualunque cosa per sé e per
il sacrificante. Questa, in realtà, è la
conquista del mondo. Colui che così conosce questo
sama, non può temere che questo mondo non sia
per sé. |
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Gli
specialisti delle tre (e successivamente, quattro) raccolte
di inni vedici [Rig, Yajur, Sama e Atharva] i quali svolgono
la funzione di preti officianti sono denominati Ritvik, così chiamati
perché propiziano cerimonialmente gli dei [ritau
yajati iti] e sono
esperti nel preparare il fuoco sacro e nella conduzione
delle altre forme del sacrificio. Sono scelti dalla persona
che sponsorizza il sacrificio stesso (il sacrificante)
chiamato yajamana. Sono
pagati in denaro o con doni (dakshina)
alla fine del rito. Essi sono considerati, solo in tal
senso, come assunti dal sacrificante.
Agiscono indipendentemente, sebbene ciascuno di essi segua
una sua propria tradizione, cooperando con gli altri in modo
tale che il rito prosegua nel modo prescritto. Nel RigVeda
(2, 5, 4) la conduzione del sacrificio viene paragonata allo
sviluppo di un albero, i cui rami appaiono uno dopo l'altro,
secondo il naturale sviluppo della pianta.
Un
sacrificio prevede quattro classi di Ritvik:
Hotri, che
invoca gli dei durante il canto e canta gli inni
del RigVeda, quando richiesto dal prete-capo [adhvaryu].
Udgatri,
il quale innalza la sua voce durante gli inni del
SamaVeda solamente nella parte del rito in cui
gli dei debbono essere invitati.
Advaryu,
il capo che rappresenta il diretto responsabile
della conduzione del sacrificio. E' il prete che
effettivamente offre le oblazioni sul fuoco. Il
suo libro specifico è lo YajurVeda, diretto
esclusivamente al sacrificio.
Brahma,
il maestro del cerimoniale. Deve essere ben versato
nei tre Veda e verificare che tutti gli inni siano
cantati e recitati appropriatamente. E' uno specialista
dell'AtharvaVeda.
I
sacrifici [yajna] sono di
svariati tipi e dipendono da molteplici elementi, quali
il proposito per il quale vengono eseguiti, la complessità del
rituale, il numero dei preti che officiano, la casta
e lo stato dello yajamana (il sacrificante), la durata,
il tipo dell'oblazione offerta, le divinità che
sono invocate e propiziate.
L'asvamedha
durava solamente tre giorni, ma richiedeva una elaborata
preparazione che durava un anno intero. Il sacrificante
aspirava a divenire un sovrano incontrastato in tutto
il regno. Il cavallo simbolizzava il potere ed il valore
del sacrificante.
Nel
rito al quale si riferisce il mantra che stiamo commentando
[jyotistoma] l'udgatri canta
dodici inni, dei quali il risultato dei primi tre [pavamana] va
a beneficio del sacrificante e gli altri nove a quello
del prete. Gli inni pavamana sono formule purificatrici.
Il buio rappresenta la condizione di morte (nella misura
in cui la luce è conoscenza). Le ombre della nescienza
ostruiscono la visione dell'immortalità. Il prete,
dopo aver cantato i tre pavamana, intona gli altri nove
ed ottiene cibo per sé stesso. A causa della sua
identificazione con la forza vitale (Prana) egli può ottenere
l'oggetto dei suoi desideri. |
Fine
della terza sezione
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