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Sezione filosofia                                                                                       

BrihadAranyaka Upanishad

La Br.Up. appartiene al corpo dei Veda. Questi ultimi si dividono in quattro libri, conosciuti come Rigveda,Yajurveda,Samaveda,Atharvaveda.
A seconda del contenuto e della forma letteraria, ognuno di questi libri a sua volta si distingue in:

Samhita
Brahmana
Aranyaka
Upanishad

La Brihadaranyaka Upanishad appartiene al gruppo dello Shukla Yajurveda (Y. bianco); è probailmente la più elaborata e una tra le più antiche.
Si suddivide in tre libri:

  • Madhu Kanda
  • Yajnavalkya Kanda
  • Khila Kanda

 

Madhu Kanda - Il libro del miele

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Sezione IV - Purushavidha Brahmana 

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1. In principio tutto ciò era il Sé, nella forma di una persona. Guardandosi attorno, egli non vide altri che sé stesso. Disse, allora:"Io sono" [nota_1]. E' per questo motivo che venne chiamato Io. Perciò anche ai nostri giorni, quando una persona viene chiamata, essa risponde:"Sono io", e dopo aver detto ciò egli dichiara il nome che possiede. Siccome Egli fu il primo, venne ad essere conosciuto come Purusha. Colui che così conosce, brucia chiunque desideri anticiparlo (sopraffarlo). 

 
Si è giunti ad una fase dove la Creazione comprende tutta la conoscenza (simbolizzata dai tre Veda) ed il mezzo per raggiungerla (l'udgitha). Non è stato ancora delineato chiaramente il soggetto o i soggetti che tale realtà possono percepire. A questo punto si giungerà ad una inevitabile diversificazione nella visione del mondo. Ma ciò che l'autore, in questa sezione, mette in risalto è la comune origine di tutti gli uomini: Purusha. Esso è la "persona" o, se vogliamo, " l'in-dividuo", nel senso della personalità non divisa o frammentata.

Ecco perché chiunque di noi venga chiamato, risponde dapprima: "io sono..." ribadendo così la comune origine, e solo successivamente dichiara il nome proprio, che lo diversifica da tutti gli altri. L'etimologia stessa del termine Purusha conduce a questo significato. [nota_2]

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 2. Egli ebbe paura; è per tale motivo che quando si è soli si ha paura. Pensò:"Dal momento che non c'è nessun altro tranne me, di chi posso aver paura?". E' solamente a causa di ciò (di questa riflessione) che tale paura si allontanò. Essa, certamente, sorge solo a causa di un secondo.

 

Il mantra mette in risalto l' ignoranza che sottende la condizione di "dualità". Tale separatività [nota_3] ci permette di sperimentare la vita umana nella sua realtà quotidiana ma, al tempo stesso, ci priva inesorabilmente di quel senso di pienezza che può scaturire solo dalla consapevolezza di essere un tutt'uno con il principio universale dal quale deriva tutto l'Universo.

La maggior parte dei sistemi filosofici indiani tendono a sottolineare questa condizione dell'uomo ed attraverso le varie discipline (tra le quali lo yoga) a ripristinare la condizione originaria di pienezza [nota_4]. 

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 3. In realtà, Egli non si sentiva pienamente soddisfatto; perciò nessuno si sente felice quando è solo. Desiderò un secondo a sé stesso. E cominciò a crescere diventando grande quanto un uomo e una donna intimamente abbracciati. Quindi divise questo corpo in due: perciò vennero ad esistenza lo sposo e la sposa. E' così che Yajnavalkya, successivamente, dichiarò: "Il corpo di ciascuno è simile alla metà di un seme. Perciò questo spazio (vuoto) è colmato dalla sposa. Egli si unì ad essa e nacquero gli esseri umani".

 

L'uomo è abituato a sperimentare la felicità solo attraverso il possesso di ciò che rappresenta l'oggetto del desiderio: cose o persone, affetti...ecc. Se è vero questo assunto, allora, alla mancanza di desiderio corrisponde un senso di insoddisfazione. E' l'eterno destino dell'uomo, quello di dover continuamente cercare fuori di sé. Il primo uomo colma questa lacuna esteriorizzando e, diciamo così, materializzando il desiderio. E' così che nasce la dualità e, con essa, la visione duale del mondo. A partire da questa dualità (necessaria per vivere il mondo) l'uomo farà di tutto per affrancarsi da quel senso di incompletezza o attraverso il possesso di beni o mediante il tentativo di ricongiungersi (non di identificarsi) con l'origine dalla quale deriva, tipico delle relgioni monoteiste. Tale realtà, per quanto "fagogitata" rimarrà pur sempre esterna e diversa dall'individuo come eterna condizione di dipendenza.

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4. Ella (la metà femminile) pensò:"Avendomi originata da Sé stesso, come potrà mai accoppiarsi a me?" Sarà necessario che mi nasconda. Avendo pensato ciò si trasformò in una vacca, l'altro divenne un toro e si accoppiò ad essa. Da ciò scaturì la discendenza. Lei diventò una giumenta, lui uno stallone e si accoppiò ad essa. Una divenne un'asina, l'altro un asino e si unì ad essa. Da questa unione nacquero gli animali con gli zoccoli. Una diventò una capra, l'altro un becco accoppiandosi ad essa. Lei diventò una pecora, lui un montone, unendosi ad essa. Da ciò nacquero capre e pecore. Così, in verità, fu creato tutto ciò che esiste nella duplice forma di una coppia, giù fino alle formiche.

L'origine incestuosa della prima coppia è l'argomento centrale di questo mantra. Il tema viene ripreso frequentemente nella produzione filosofica e religiosa dell'India.  

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5 .Egli pensò:" In verità io sono la creazione, in quanto ho creato tutto ciò". Perciò venne ad essere conosciuto come Creazione. Colui che così conosce diviene il creatore di questa creazione.
 
Il mantra rappresenta un ulteriore spunto riflessivo verso il ripristino morale della condizione originaria dell'uomo.

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6. Quindi procedette alla zangolatura. Creò il fuoco dal suo utero - la bocca e le mani. E' per tale motivo che queste due non hanno peli all'interno, in quanto l'utero non ha peli al suo interno. Perciò, durante il sacrificio, quando viene detto:"Sacrifica a questa divinità; sacrifica a quella divinità" rivolgendosi ad ogni divinità separatamente, Egli solamente rappresenta questa multipla creazione, perché Egli stesso è tutti questi dei. E, ancora, qualunque cosa sia liquida qui (in questa terra) Egli la produsse dal seme che è il soma [nota_5] .Questo rappresenta, in verità, tutto ciò: il cibo ed il consumatore di cibo. La luna è il cibo, il fuoco è il consumatore del cibo. Questa è la super-creazione del Brahman, nella quale creò gli dei, superiori a lui; quindi creò gli immortali, essendo esso stesso un mortale. Perciò questa è una super creazione. Colui che così conosce diviene un creatore nella super creazione.
 

La zangolatura è un procedimento attraverso il quale dal latte si ricava la sua essenza: il burro. Questa immagine è ripresa spesso anche nei Purana dove gli dei frullando le acque dell'oceano, ne ricavano i tesori quali principi universali. In questo mantra il Purusha, dalla "zangolatura" della sua bocca e delle sue mani crea il principio del fuoco, consciuto anche come Agni. Questa figura divina riveste un'importanza particolare nella gerarchia delle caste sociali. E' il principio che governa la prima casta: quella dei Brahmani e invocato spesso durante lo svolgimento dei riti. Così i Brahmani hanno origine dalla bocca di Brahma (o dalla sua parola, i Veda). E' la parte più pura dove non crescono peli. I testi continuano, sostenendo che dalle braccia di Brahma fu creato Indra, che governa la casta degli kshatriya. Dalle sue cosce originano gli otto Vasu [nota_6] che governano i vaishya . Dai suoi piedi nacque Pushan che presiede alla casta degli shudra. Conoscendo ciò, non ha senso sacrificare a quella o quell'altra divinità, in quanto Egli le rappresenta tutte. Si tratta di una super creazione in quanto in questa opera vengono ad esistenza non solamente quegli elementi che compongono il mondo, ma anche i principi - immortali - che lo governano. E tutto ciò origina proprio da Lui che è "mortale" (le sezioni precedenti del testo affermano che sua origine è Morte).

Recita la Taittiriya Upanishad: "Io sono cibo, sono cibo, sono cibo! Io mangio il cibo, mangio il cibo, mangio il cibo!...Dal cibo nascono le creature che sono sulla terra e unicamente di cibo vivono e alla fine ad esso ritornano". Il cibo, naturalmete, non è solo quello che mastichiamo, ma anche e soprattutto quello di cui si nutre la nostra mente, quello che è "mangiato" con gli occhi, con le orecchie e che può avvelenarci ancor più degli alimenti corrotti.. Nella specificità del mantra, l'acqua rappresenta il principio vitale per eccellenza; la luna (soma) lo simbolizza in quanto governa le acque. Il fuoco è tutto ciò che consuma (si pensi al fuoco gastrico che consente di digerire ed assimilare gli alimenti). Da un punto di vista più interiore e adoperando la frequente simbologia: luna----->mente e fuoco--->spirito, possiamo affermare, nuovamente, che la luna è il cibo di cui si nutre il fuoco.

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7. Tutto ciò era nello stato immanifesto. Egli differenziò sé stesso in nome e forma [nota_7] : questo si chiama così; quest'altro ha tale forma. Così anche oggi ogni cosa è differenziata dal nome e dalla forma: questo si chiama così; quest'altro ha tale forma. Questo Sé entrò nel mondo fino alla punta delle unghie, così come un rasoio nella sua custodia o il fuoco nel legno. Non lo si vede perché, diversamente, apparirebbe incompleto. Quando respira lo si chiama prana; quando parla lo si chiama parola; quando vede, occhio; quando ascolta, orecchio; quando pensa, pensiero. Tutti questi sono semplicemente nomi dei suoi atti. Perciò chiunque adori solamente quello o quell'altro dei suoi aspetti, egli non conosce, perché venendo qualificato solamente da uno di questi aspetti, esso appare incompleto. Occorre adorarlo solamente come il Sé, perché in lui è l'unità di tutte le cose. E' questo Sé, che è il Sé di tutto, che deve essere conosciuto perché attraverso esso tutto si conosce, così come attraverso l'impronta di un piede si può rintracciare l'animale smarrito. Colui che così conosce ottiene fama e liberazione.
E' una accorata filippica contro la visione parziale e settaria della realtà. Lo slancio monistico del mantra porta a riflettere sulla natura sacra della vita, in tutti i suoi aspetti. Ogni cosa che vediamo, che ascoltiamo, che fiutiamo, bella o brutta che sia, rappresenta un Suo aspetto. Quando ci scagliamo con veemenza contro qualcuno o qualcosa lo facciamo, senza saperlo, anche contro di noi: perché condividiamo la stessa nascita. Ma attenzione! Il mantra non ispira, seppur indirettamente, all'apatia totale. Il discernimento è simbolizzato proprio dalle Creazione distinta in nome e forma. Il libero arbitrio consente all'uomo di scegliere il bene (se lo vuole) e allontanare il male, così come fece prana con gli organi di senso nei precedenti mantra. Lo stesso insegnamento di Krishna, nella Bhagavad Gita, invita Arjuna a combattere contro i suoi parenti, rivali in battaglia, in quanto quello è il suo dharma (di guerriero), ma senza acredine e odio.

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8. Questo Sé è più caro di un figlio, più caro di un tesoro, più caro di qualsiasi altra cosa, perché è il più intimo. Colui che così lo considera, in tal modo deve risponedere a chi afferma il contrario: "Quella cara cosa perirà". Certamente avverrà questo fatto, ecco perché può affermarlo con certezza.. Occorre tener caro solamente il Sé ed occorre meditare su di Lui come il più caro. Colui che così riflette non dipenderà dalle cose periture.
Comincia ad affiorare il leit-motiv di questo pensiero filosofico: l'identità del Brahman con l'Atman. Tutto ciò che forma la creazione nel suo aspetto duale e separativo è perituro: ha un inizio ed una fine proprio perché, come si è visto, non è altro che una esteriorizzazione del creatore nella contingenza tipicamente umana: la paura della solitudine. L'unica cosa che resta è il Sé (Brahman) e la sua presenza nell'uomo (Atman).

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9. Tutti i saggi affermano che l'uomo pensa: "Mediante la conoscenza del Brahman, diventerò il tutto". Cosa, in realtà, il Brahman ha conosciuto ed in virtù del quale è diventato il tutto?
 
Qual'è l'oggetto di conoscenza che può accomunarmi al Brahman, visto che esso è in me? (Atman) Non si tratta certamente di una conoscenza discorsiva o enciclopedica. Ci viene in mente la profonda conoscenza di tanti santi cristiani dalle umili origini... E' una comune esperienza, che nella meditazione profonda si entra in una condizione di totale assorbimento non traducibile in argomenti logici e discorsivi; è ciò che il Guénon chiama "intuizione intellettuale" dove intelletto non è la comune intelligenza e intuizione non ha nulla a che vedere con il presentimento o la perspicacia. Il mantra precedente afferma che l'impronta dello zoccolo aiuta a ritrovare la bestia perduta. Il Brahman è immanente al mondo e, al tempo stesso, è trascendente, non limitato da esso. La realtà che l'uomo vive è maya, ma questa illusione è l'unica realtà di cui può disporre per ritrovare il Brahman.

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10. All'inizio questo Sé era il Brahman. Egli conosceva solamente sé stesso: "Io sono Brahman" ed Esso fu il tutto. Tra gli dei, chiunque realizzò questa identità, Lo divenne. Così tra i saggi [nota_8] e tra gli uomini. Realizzando ciò, il saggio Vamadeva disse:"Io divenni Manu ed anche Surya". Ancora oggi, chiunque realizzi ciò (io sono il Brahman) lo diventa. Persino gli dei non possono impedirglielo, in quanto egli diventa il loro sé. Colui che adora altra divinità, pensando:"esso è differente, io sono differente", costui non conosce. Egli è come una bestia per essi (gli dei). Così come le bestie sono necessarie all'uomo, egli è necessario agli dei. Se una singola bestia, quando viene perduta, causa dispiacere, figuriamoci molte! Perciò agli dei non piace che l'uomo realizzi questo Sé.
 
Prende sempre più corpo l'idea dell'identità tra Atman (il Sé incarnato nell'essere individuale) ed il Brahman (il principio universale, origine di tutto). Questa possibilità di "metamorfosi", che agli occhi del profano appare assurda, è identica sia per gli dei che per gli uomini. Questo mantra, pertanto, non è che la naturale conseguenza di quello precedente, dove ci si chiede come si possa diventare il Brahman: attraverso un semplice atto di consapevolezza. La "semplicità", certamente, non è sinonimo di "banalità". Realizzare non vuol dire semplicemente pensare.

Questo semplice atto di realizzazione contiene in sé, per la verità, tutto quel processo di affrancamento dal peccato che le religioni monoteiste descrivono in termini di penitenza, martirio, dolore, supplica ecc. Evidentemente, questa realizzazione presume che l'individuo abbia, quanto meno, compiuto il superamento della visione ordinaria della vita. Il rishi Vamadeva, realizzando ciò, poté affermare: "io ero Manu (il progenitore) ed anche il sole (Surya)" ottenendo l'identità con il Tutto. Diversamente, quando ancora non si realizza tale condizione, si è come animali aggiogati al potere dei sensi (gli dei).

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11. All'inizio il Brahman era l'unico (ad esistere). Essendo solo, Egli creò una forma superiore, il governo. I governatori fra gli dei sono Indra [nota_9] - Varuna [nota_10] - Soma [nota_11] - Rudra [nota_12] - Parjanya [nota_13] - Yama [nota_14] - Mrityu [nota_15] e Ishana [nota_16]. Perciò non c'è nulla che sia superiore a colui che governa. E' per tale motivo che nel rajasuya [nota_17] il brahmano, dalla sua posizione inferiore, onora colui che governa (l'imperatore) e conferisce tale onore solo a questi. L'origine dell'imperatore è il brahmano. Perciò sebbene egli consegua una posizione di supremazia, alla fine del sacrificio prende rifugio solamente presso la sua origine. Chiunque disprezzi questi, distrugge la sua propria origine. Egli si macchia di un grave peccato, come colui che trasgredisce, ingiuriando il proprio superiore.
  

Questo mantra affronta la questione sul rapporto di supremazia tra la funzione sacerdotale e quella regale. Una questione che vide contrapposti l'Evola ed il Guénon, rispettivamente per l'imperatore e per il brahmano. Di conseguenza, la società si fonda sulla distinzione dei ruoli esercitati dalle quattro caste principali: Brahmani che detengono il potere spirituale; Kshatrya, che governano la società stessa; Vaishya, i quali producono la ricchezza e Shudra, una classe operaia ed artigianale. Tradizionalmente, questa suddivisione non è arbitraria ma riflette sin dall'antichità le predisposizioni naturali di ogni individuo le quali, nel corso del tempo vengono consolidate all'interno delle famiglie e dei clan. E' per tale motivo che l'istituzione venne chiamata Varnashrama Dharma, ossia la legge che regola le qualità e le predisposizioni degli individui in seno alla società. Se inizialmente l'accento venne posto non tanto sulla separazione delle funzioni individuali, quanto sulla identificazione dei principi che regolano ogni società: un'autorità intellettuale: brahmana; un potere esecutivo: kshatra; un potere finanziario: Visha ed una funzione coesiva operaia ed artigianale: shudra, con il passare del tempo e a causa dell'imbarbarimento di tali principi, l'istituzione venne ad essere inevitabilmente fonte di sopruso ed ingiustizia sociale. Va tenuto presente, comunque, che nel corso degli anni l'India a dispetto delle diversità etniche e geografiche, delle numerose conquiste, incursioni e razzie subite da parte di oriente ed occidente, ha saputo mantenere una sua unità morale e politica ed oggi vanta ancora il primato della più grande democrazia mondiale.

I Purana parlano di una età dell'oro, Satya yuga, dove le differenze non esistevano ancora e gli uomini erano tutti brahmani. A causa della esteriorizzazione della coscienza e di un graduale decadimento del dharma, la semplice funzione intellettuale non fu più sufficiente a garantire l'armonia.

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12. Egli non era ancora in grado di manifestarsi. Creò visha; quegli dei che sono menzionati in gruppo: vasu, rudra, aditya, vishvedeva, marut.
La funzione imperiale non è ancora sufficiente, da sé, a garantire l'ordine sociale, per cui viene creato il principio economico, per garantire la collettiva acquisizione della riccheza. E' per tale motivo che le potenze che presiedono a questo principio sono nominate a gruppi. I Vasu sono otto; i Rudra undici; gli Aditya dodici; i Visvedeva tredici; i Marut quarantanove. Si tratta di divinità secondarie del pantheon vedico, care soprattutto al popolo.

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13. Quindi creò lo shudra, nella forma di pushan. Questa terra, in verità, è Pushan in quanto nutre tutte le cose.
  
Pushan è una divinità vedica; il suo nome significa: colui che nutre. Siccome la nutrice universale è la terra, essa viene denominata pushan. Si tratta della quarta casta la cui funzione, nonostante appaia la più umile, in realtà nutre il tessuto sociale attraverso la sua azione coesiva.In sostanza, vengono create le risorse del lavoro.

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14. Non essendo ancora in grado (da sé) di portare a termine questo grande impegno [della totale manifestazione], creò un principio superiore: dharma. Questa è la giustizia; è ciò che governa i governanti. Perciò niente è più grande della giustizia. Così un uomo indifeso può desiderare di aver ragione di uno potente mediante la giustizia, (come vien fatto) attraverso il sovrano. Ciò che è giusto è, altrettanto, vero. Perciò gli uomini dicono di uno che si esprime attraverso la verità: "Egli dice ciò che è giusto", o di un uomo che parla con giustizia:"Egli dice il vero". Perché solo questo dharma può essere, insieme, giustizia e verità.
  
Come può, questo mantra, nella sua incantevole spontaneità, non suscitare un leggero turbamento dell'animo? E come sarebbe possibile commentare queste righe, senza correre il rischio di brutalizzarle? 

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15. Questo esiste: il brahmana, lo kshatrya, il vaishya, lo shudra. Egli attraverso il fuoco (Agni) venne ad essere brahmana tra gli dei ed attraverso il principio stesso del brahmana, venne ad essere tale tra gli uomini. Mediante il principio del governo [kshatra] venne ad essere uno kshatrya; mediante il visha un vaishya; mediante lo shudra [il principio] uno shudra. Perciò ciascuno persegue i propri obiettivi tra gli dei mediante il fuoco e tra gli uomini attraverso il brahmana; perché è attraverso queste due forme che il creatore manifestò Sé stesso. Perciò chiunque abbandoni questo mondo senza aver realizzato il proprio obiettivo, questo (essendo rimasto sconosciuto) non potrà aiutarlo così come nel caso dei Veda non recitati o di una buona azione non compiuta. Senza conoscere ciò, anche un atto di grande merito, alla fine non darà i suoi frutti. E' per questo che occorre adorare il proprio sé (atman) come l'unico obiettivo. Colui che fa dell'adorazione del proprio atman il suo vero scopo, avrà sempre il merito delle proprie azioni; qualunque cosa desideri, la otterrà.
  
Questo mantra ruota tutto attorno al concetto del dharma. Il creatore stesso, deve la sua origine al dharma e così tutta l'umanità, la quale viene concepita secondo la tradizionale struttura sociale delle caste.

Quest'ultimo termine, purtroppo, nella nostra lingua non rende appieno il significato che gli indiani attribuiscono alla parola varna. Varnashramadharma [Varna+ashrama+dharma = l'istituzione che si basa sulla regola della propria origine] garantiva nell'antichità il rapporto arminioso ed equilibrato tra i membri del tessuto sociale.Il termine varna si traduce comunemente con colore, ma se ci si limita a quello della pelle, allora l'interpretazione di varnashramadharma assume una caratterizzazzione schiettamente razzista.

Se invece a questa parola si conferisce (come dovrebbe essere) un significato molto più ampio interpretandola come l'elemento che distingue le cose tra di loro, così come un fiore non è una vacca ed una persona riflessiva e mite non ha niente a che vedere con una impulsiva ed iraconda, allora il significato di dharma comincia a delinearsi meglio nella nostra mente. Si pensi ad un'arancia: dharmi è il frutto e dharma è la sua forma sferica, il colore, il sapore ecc.;tutte qualità che sono inseparabili dall'arancia.
Esso è il gene che contiene in sé un programma di espansione evolutiva ed insieme il potere dinamico che conduce lo sviluppo da uno stadio all'altro. Il comportamento di un individuo, che chiamiamo comunemente karma, non è altro che la naturale scaturigine di ciò che quell'individuo è. Quindi, secondo questo pensiero, il brahmano è il brahmano (perchè il principio del brahmana è il suo dharma) lo kshatrya è lo kshatrya [cioè, non lo diventa] perché ha lo kshatra come dharma, il vaishya è il vaishya, ecc. Se questa regola, che è identica per tutti i piani dell'esistenza può essere, nel caso degli individui, stravolta da istanze sociali, politiche ecc.come nel caso della società attuale, essa resta immutata nell'ordine universale, dando luogo a quello che chiamiamo universo (ciò che scorre sempre in uno stesso verso); diversamente sarebbe il caos. In tal caso possiamo definire dharma come: legge, regola, sostegno (dalla radice dhar=sostenere) ecc.

Questi principi di diversificazione che daranno origine alle caste sono simultaneamente presenti nel Purusha e restano latenti in esso, finché la creazione non si sviluppa. Successivamente, nel passaggio dalla potenza all'atto, essi rappresentano il lato psicologico del desiderio di manifestarsi.

Mediante il principio igneo (il fuoco purificatore) che è il suo dharma, il Creatore venne ad essere Agni tra gli dei e il brahmano tra gli uomini. Oppure: gli individui perseguono il loro obiettivo fra gli dei attraverso il fuoco (rituale, quindi Agni) e tra gli uomini mediante una nascita come brahmano.
Si comprende così la figura di estremo rilievo che i brahmini ricoprono nella società indù. E così fu, è e sarà per tutti gli individui che nascono in questo mondo.

Coloro che spendono la propria vita senza realizzare la loro insita natura (cercando di diventare quello che non sono) non avranno, nel processo evolutivo dopo la morte, alcun sostegno (dhar) dal loro dharma in quanto lo hanno disconosciuto. Così come i Veda mai recitati (e quindi non conosciuti a memoria) non possono aiutare nella esecuzione di un rito, oppure un atto di magnanimità non dà effetti morali se non è supportato da uno spirito caritatevole.

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16. Questo sé è il sostegno di tutti gli esseri. Qualsiasi offerta egli faccia nel fuoco e qualsiasi sacrificio egli compia, egli per ciò diviene il sostegno degli dei. Per qualsiasi cosa venga recitata o studiata, egli diviene il sostegno dei Rishi. Per qualunque offerta egli faccia ai Mani o per il desiderio di una posterità, egli diventa il sostegno di questi. E' il sostegno degli uomini per le elemosine e le offerte di cibo. Per il foraggio e l'acqua egli diviene il sostegno degli animali. Nella sua casa bestie, uccelli e persino le formiche trovano riparo: per questo motivo egli diventa il loro sostegno. Così come si desidera sicurezza per sé stessi, altrettanto tutti gli esseri la desiderano per colui che così conosce. Tutto ciò è stato conosciuto e realizzato.
  
Viene introdotta l'istituzione della famiglia. Il sé si riferisce al capo famiglia che ha raggiunto l'unione con l'atman. Egli riconosce l'atman in tutto ciò che esiste; persino i riti ai quali potrebbe sottrarsi, avendo raggiunto un alto grado di realizzazione, gli appaiono in una diversa prospettiva. Si fa riferimento ai cinque sacrifici [nota_18]: agli dei, ai rischi, ai mani, agli uomini, agli animali. Gli dei sussistono nella misura in cui vengono loro fatti dei sacrifici. Altrettanto i rishi (antichi saggi) si perpetuano per la continuità nell'impegno dello studio dei testi sacri. Attraverso le offerte di pinda (palle di riso) ai mani si perpetua la memoria degli antenati psichici, ecc.

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17. In origine questo sé era solo. Egli desiderò: "Possa io avere una sposa e quindi procreare, quindi avere ricchezza e compiere gli atti rituali". Tutto ciò è quanto si desidera. Non si potrebbe avere desiderio più grande. Per tale motivo chi è solo ancora oggi desidera:" Possa io avere una sposa e procreare; conseguire la ricchezza e compiere gli atti rituali". E finché gli manca una sola di queste cose, egli si sente incompleto. Ecco, in verità la sua ricchezza: il pensiero è il suo sé, la parola la sua sposa, la forza vitale la sua progenie. La vista è la ricchezza mondana, perché è con essa che la si gode. L'udito la ricchezza divina, perché questi insegnamenti sono ottenuti attraverso di esso. Il corpo è il suo karma, perché è con esso che lo si compie. Questi sono i cinque sacrifici, queste le cinque vittime, questi i cinque modi di essere uomo. Colui il quale così conosce ottiene il tutto.
  
Il mantra inizia con la descrizione dell'uomo comune che spende la propria esistenza alla ricerca della stabilità economica e sociale. Ma siccome lo studio di questa Upanishad è indirizzato a colui che ha intrapreso una via differente, si delinea immediatamente la visione spirituale della vita. Il pensiero,o la mente (manas) è il capo-famiglia e la parola la sua sposa, giacché essa segue sempre il pensiero, così come fa la sposa con lo sposo (nella società tradizionale). La forza vitale simbolizza la progenie; è il risultato della collaborazione tra il pensiero e la parola, è la sua personalità espressa. Le meraviglie di questo mondo sono fruite, soprattutto, attraverso la vista e questa è la vera ricchezza mondana, non il loro possesso. La ricchezza divina, infine, deriva dalla possibilità di percezione dei sacri suoni: i Veda.

Sezione V - Saptanna Brahmana

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1. Dei sette alimenti che il padre produsse in virtù di conoscenza ed azione [nota_19] uno di essi fu comune a tutti gli esseri; due furono ripartiti fra gli dei; tre trattenne per sé stesso ed uno ne concesse agli animali. Tutti gli esseri, animati e non, sono sostenuti solamente da questo cibo. Perché esso, anche se continuamente consumato, non si esaurisce? Colui che conosce l'inesauribilità di questo cibo, costui ottiene preminentemente il cibo; egli ottiene gli dei; egli è sostenuto dal nettare. Tali sono i versi.
  
L'ordine cosmico e sociale è stato delineato dal Creatore. Tale progetto prevede non solamente la differente ripartizione delle funzioni e del ruolo svolto da ciascun elemento della creazione stessa, ma anche una diversificazione degli esseri stessi: dei, antenati, uomini ecc. E' ovvio che il cibo non può essere il medesimo per tutti, indistintamente. Gli dei non si cibano, certamente, di alimento materiale, bensì dell'intenzione nell'offerta di tale alimento; ossia le oblazioni ed i sacrifici. Gli antenati, non diversamente, avranno coome sostentamento il ricordo di essi, concretizzato attraverso gli opportuni riti funebri. I Rishi, a loro volta, sono sostenuti attraverso lo studio e la trasmissione della conoscenza sacra.

Quindi, il cibo non è solamente ciò che mastichiamo, come è stato osservato precedentemente, ma tutto ciò che rappresenta oggetto di esperienza e che viene differentemente acquisito ed assimilato dall'individuo. Possiamo affermare, dunque, che l'Universo intero è cibo. Di conseguenza, ciascuno di noi a causa delle molteplici relazioni con il mondo, è al tempo stesso causa ed effetto: cibo e consumatore di cibo. La totalità della causa di questi sette tipi di alimento è definita, dal mantra, "il padre": non il Purusha, bensì l'uomo stesso.

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2. Dei sette tipi di alimento che il padre produsse con la conoscenza e l'azione - realmente il padre produsse ciò con la conoscenza e l'azione - "uno fu comune a tutti", quel cibo che si mangia quaggiù. Colui che tiene in considerazione solo questo cibo non si libera dal male, in quanto esso è comune. "Due assegnò agli dei", significa fare libagioni nel fuoco e offerte agli dei.

E' per questo che si compiono offerte e libagioni agli dei. Ma alcuni sostengono che ciò significhi fare sacrifici a novilunio e plenilunio. Non si tratta, perciò, di sacrifici compiuti per un fine materiale. "Uno ne accordò agli animali", si tratta del latte per gli umani e per le bestie, perché è attraverso esso che si comincia a vivere. Infatti ad un neonato si fa suggere il latte o leccare burro fuso e di un vitello appena nato si dice che non mangia ancora l'erba. "Tutti gli esseri animati e non, sono sostenuti da questo cibo", significa che tutti gli esseri, sia che respirino, che non, si fondano su ciò. Però alcuni sostengono che compiendo offerte di latte sul fuoco per un anno, si sfugge alla morte successiva. Non bisogna prestargli fede.

Egli sfugge alla morte successiva solamente il giorno in cui questa offerta viene compiuta in quanto, in realtà, offre agli dei ogni cibo di cui si nutre. "Perché questo cibo, anche se continuamente consumato, non si esaurisce?", significa che l'uomo [colui che consuma] è in realtà la causa di tale inesauribilità, in quanto produce in continuazione tale cibo attraverso la conoscenza e l'azione. "Colui che conosce l'inesauribilità di questo cibo" significa che l'uomo rappresenta l'inesauribilità di questo cibo, in quanto se così non fosse, l'alimento si esaurirebbe. Quanto all'affermazione: "Colui che conosce tale inesauribilità, costui ottiene preminentemente il cibo", il termine pratika significa preminenetemente, quindi il significato è: preminentemente. Così ottiene l'identità con gli dei; in tal modo è sostenuto dal nettare: questo è l'elogio.
  
In questa sezione risuona ancora l'eco della affermazione iniziale: il mondo nasce dalla morte, e la morte è fame. Il cibo, pertanto, è il naturale sostentamento del mondo, ed esso proviene da Prajapati stesso. Ripercorriamone rapidamente l'evoluzione.

Inizialmente Prajapati è visto come il principio di individuazione che avvia l'intero processo della minifestazione universale.
Il gravoso compito crea, oggettivamente, gli elementi materiali che ne rappresentano la struttura fondamentale e sono descritti attraverso una disincantata allegoria: il sudore è l'elemento acqueo, dal quale nasce la vita biologica.
Possiede, al tempo stesso, la qualità ignea del calore che sottende a qualsiasi impegno, sia esso fisico che mentale
[nota_20]. L'aspetto organico viene integrato dal principio biologico dell'energia vitale: prana. Allorché intervengono la mente e la facoltà raziocinante, Prajapati diviene Brihaspati o Brahmanaspati, il signore delle schiere, delle categorie.

Le categorie sottendono alla successiva discorsività del pensiero logico. L'organizzazione della società sarà realizzata, quindi, dal primo legislatore: Manu, che rappresenta l'ulteriore aspetto dello stesso principio evolutivo.
Prajapati è, ora, il padre universale che procura i sette tipi di alimento. Questo cibo è detto e ribadito essere creato attraverso medha e tapas.

Si tratta di due termini sanscriti che potremmo tradurre, il primo, con intelligenza, conoscenza ed il secondo con attività, atto (rituale).
Conoscenza ed azione, quindi, cioè Jnana shakti e Kriya shakti. Conoscenza ed azione sono, in sostanza, i due poli attorno ai quali ruota tutta l'esperienza dell'individuo.

Il primo di questi alimenti è comune a tutti gli esseri. Si tratta, evidentemente, del cibo che sostiene il corpo fisico dell'individuo.
Essendo il medesimo per tutti gli esseri, accomuna questi ultimi ad un medesimo destino: nascita, crescita, morte.
Il mantra, tuttavia, lascia intravvedere, il significato più profondo del "cibo comune". Si tratta del frutto che le azioni, nelle precedenti esistenze, hanno prodotto e che viene consumato nella vita presente. Stabilito già che l'uomo non vive di solo cibo materiale, ma anche di tutto ciò cle la psiche "assimila", questo nutrimento sottile accomuna tutti gli esseri ad uno stesso destino: il samsara, la ruota perenne delle esistenze.

Due ne riservò agli dei. Si tratta delle libagioni nel fuoco (hutam) e le offerte agli dei (prahutam). Alcuni, prosegue il mantra, sostengono che questi due termini si riferiscano, più propriamente, ai sacrifici fatti nel periodo della luna nuova e della luna piena. Secondo la tradizione questi due sacrifici rappresentano il principale modello di tutti gli altri tipi di sacrificio (ishti) compiuti esclusivamente per la gloria degli dei e non per un fine materiale.

Un alimento fu accordato al bestiame. Questo termine si riferisce tanto al neonato dell'uomo che della bestia. Entrambi si cibano di latte. Tuttavia "il latte" non va preso nel suo senso letterale. Per esso si intende l'origine dell'esistenza in generale. In tal caso, paya (latte) può significare aria ed acqua, se queste rappresentano l'origine dell'esistenza per le piante ecc.
E' così che sia gli esseri che respirino, che quelli che non respirino "si nutrono di latte". Perciò non è corretto sostenere, come spesso si fa, che solamente offrendo latte per un anno intero si ottiene la vincita sulla morte successiva. (Si noti che la "morte successiva" è quella che viene dopo la morte fisica, cioè la morte dell'anima). Ottiene l'immortalità (nel senso detto) solo chi realizza il vero significato di "alimento" (ed è sufficiente che si realizzi una sola volta nella vita!).

Perché questo alimento, perennemente consumato, non si esurisce? La risposta è che l'uomo stesso è la causa di qusta inesauribilità. Le impressioni e le esperienze di ogni individuo vengono impresse nei livelli incoscio e subconscio della mente (chitta).
Esse creano, a loro volta, uno stimolo che si manifesta a livello conscio in una determinata forma di comportamento, la quale conduce ad ulteriori esperienze. Queste, a loro volta, si depositano nei livelli inconscio e subconscio per riproporsi, successivamente, a livello razionale. E' l'eterna ruota della vita che, nellottica della filosofia indiana, giustifica il samsara.

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3. Tenne per sé tre alimenti. La mente, la parola e l'energia vitale sono i tre che tenne per sé stesso.
"La mia mente era altrove, perciò non ho visto; la mia mente era altrove, perciò non ho udito".
In verità è solo con la mente che si vede; è solo con la mente che si ode.
Desiderio, risoluzione o determinazione, dubbio o incertezza, fede o incredulità, fermezza e titubanza, modestia, intelligenza e paura, tutto ciò è mente.
Perciò quando si è toccati da dietro, ci si accorge di ciò attraverso la mente. Qualunque suono è, in realtà, solamente parola in quanto essa è alla base della rivelazione delle cose, ma essa stessa non è soggetto di rivelazione.
Prana, apana, vyana, udana, samana e ama, tutti questi sono solamente forza vitale. Questo corpo è in realtà composto di questi tre: parola, mente, forza vitale.
  
Il secondo alimento è la parola. Essa rappresenta il secondo supporto della creazione.
In quanto mezzo di espressione, la parola traduce i pensieri in suoni comunicabili ed interpretabili dalla mente.
Essa rappresenta la base dei pensieri stessi, in quanto li articola in ordine sintattico, dando loro una forma logica.
La parola è alla base della rivelazione delle cose, ma al tempo stesso non è soggetto di rivelazione.

Per comprendere questa affermazione, occorre rifarsi alla struttura del pensiero secondo l'ottica della filosofia indiana.
Il linguaggio articolato, che la laringe manifesta, è solamente l'ultimo stadio di un processo evolutivo, che nasce molto più in profondità, ancor prima di quella dimensione che, in Occidente, chiamiamo psiche.
Esso rappresenta il frutto della limitazione spontanea di un fenomeno eterno, di una vocalità a-convenzionale, di quel pensiero creativo di Colui che pensa il mondo.
Alcuni lo chiamano riverbero perenne della Om, altri Potenza o Shakti.
In ogni momento noi siamo soggetti a numerose influenze che si riversano su di noi da tutte le parti dell'universo.

Raggiungono però la nostra coscienza - come abbiamo visto - solamente quelle che attirano la nostra attenzione, ossia solamente quelle che sono scelte dal manas, la mente.
Quando un oggetto è presentato alla mente e viene percepito, essa ne assume la forma; è ciò che viene chiamato vritti - ossia modificazione temporanea della mente.
Il mentale, quale vritti, è una rappresentazione dell'oggetto percepito; ma in tal modo diviene "oggetto", esattamente come quello esterno. Quindi il mentale ha due aspetti, in uno dei quali è l'osservatore e nell'altro l'oggetto osservato, nella forma della temporanea modificazione mentale.

Ad esempio, prima della creazione di un'opera d'arte, essa è già presente nell'artista - sotto forma di ispirazione (vritti) prima ancora che veda la luce nel mondo reale.
L'impressione mentale e l'oggetto fisico corrispondono esattamente, perché quest'ultimo non è che la proiezione dell'immaginazione ed è tanto reale quanto lo è il mentale.
Tale discorso interiore, costituito dalle voci infinite in cui le immagini della nostra coscienza si esprimono, è un unico principio vitale che si esprimerà verso l'esterno, per gradi.



Param è la condizione causale. E' la realtà omogenea delle cose non ancora frammentata dalla discorsività del pensiero. E' la sorgente di ciò che, successivamente, diventerà idea e linguaggio.
E' questa che il mantra identifica quale base della rivelazione delle cose.

Madhyama
è l'assegnazione dell'identità dell'oggetto ad opera della mente, nel suo processo cognitivo. Insieme a Param, fa parte dell'eloquio interiore.

Vaikhari
è il linguaggio proferito, che risuona nella laringe e si esprime all'esterno. Differisce da uomo a uomo in quanto è condizionato non solamente dalla lingua e dall'idioma, ma anche e soprattutto dalla differente interpretazione della realtà.
Esso non è soggetto di rivelazione

La sorgente di energia per l'articolazione dei pensieri è Prana.
Esso rappresenta il terzo alimento e sostiene la vita sia attraverso il sistema autonomo o vegetativo, sia attraverso quello volontario.
Le sue particolari specificazioni governano i differenti settori dell'organismo.

Prana è presente nella fase inspiratoria

Apana in quella espiratoria

Vyana è l'energia che governa il sistema circolatorio

Udana è presente nella regione glotto-faringea e consente l'emissione dei suoni

Samana è responsabile della funzione digestiva

Ana è la forma generale di tutte queste funzioni ed è responsabile di tutte le attività del corpo.

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4. Questi tre (la mente, la parola e l'energia vitale) sono in verità i tre mondi. La parola è questo mondo; la mente è il mondo intermedio - l'atmosfera - ; il prana è il mondo celeste.
  
Viene presentata l'identità tra macrocosmo (l'Universo) e microcosmo (l'individuo). Questa identificazione sottende a tutta la produzione filosofica indiana e su di essa si basano le dottrine che conducono verso la realizzazione spirituale dell'uomo - compreso lo yoga.
Su questa suddivisione tripartita si fonda tutta la realtà sia del macrocosmo che del microcosmo. Il primo è composto da tre livelli di esistenza:
Bhur
- questo mondo
[nota_21]
Bhuvar
- il mondo intermedio, l'atmosfera
Svarga
- il cielo, la dimensione ultraterrena.
Questi tre nomi rappresentano la prima invocazione (Bhur, bhuvar, svar) del Gayatri mantra
[nota_22].
Similmente, tutta l'esperienza del microcosmo - l'uomo - è basata sull'attività della parola, della mente, dell'energia vitale.

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5. Questi tre sono, in verità, i tre Veda. La parola è RigVeda, la mente è Yajurveda, prana è Samaveda.
  
E' l'identificazione dei tre alimenti con la conoscenza sacra. Il RigVeda è composto di mantra che vengono proferiti attraverso la parola. Si tratta, in sostanza di una collezione di inni indirizzati alle varie divinità. Lo Yajur è una guida per l'adhvaryu [vedi commento al mantra 28 della III sezione] e la relazione di questo [lo YajurVeda] con il RigVeda è simile a quella che esiste tra la parola e la mente.
Il Samaveda è un libro di canti sacri e rappresenta l'essenza del RigVeda, così come prana è l'essenza della vita.

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6. Questi tre sono gli dei, i mani e gli uomini. La parola è, in verità, la divinità; la mente gli avi ed il prana, l'uomo.
  
Nella gerarchia tripartita, gli dei occupano il primo posto, così come la parola nella sfera del microcosmo.
I mani, gli antenati, sono identificati alla mente perché essi esistono solo in base al ricordo ed ai riti connessi (Sraddha).
Il prana nel microcosmo rappresenta anche l'attività organica della vita.

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7. Questi tre sono il padre, la madre e la prole. La mente è il padre, la parola la madre e prana la prole.
  
Fin troppo semplice da comprendere questa assimilazione e saremmo tentati di astenerci dal commentarla a tutto rispetto della capacità intuitiva del ricercatore.
Lo facciamo solo per una forma di debolezza umana!

La mente guida l'attività dell'individuo così come il padre guida la famiglia.
La parola la segue nella manifestazione del pensiero, così come la madre segue le decisioni del capo famiglia [nella società tradizionale].
Il prana , cioè l'attività vitale, è l'elemento che realizza il passaggio dalla potenza all'atto, così come i figli sono la diretta conseguenza (anche nella sfera educativa e sociale!) dell'armonia familiare.

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8. Questi tre sono tutto ciò che è stato conosciuto, ciò che è ancora da conoscere e ciò che non è possibile conoscere. Ciò che è conosciuto è della natura della parola. Ciò in quanto la parola stessa è il conoscitore. Essa favorisce l'uomo.
  
La realtà in tutti i suoi aspetti (conosciuta, incognita e insondabile) è assimilata ai tre alimenti. La parola, per sua natura, rappresenta il veicolo della conoscenza trasmessa.

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9. Tutto ciò che è da conoscere è della stessa natura della mente, perché essa è ciò che non si conosce. Perciò essa è utile all'uomo.
  
La natura insondabile della mente è quasi proverbiale. Essa, d'altra parte, rappresenta il desiderio di conoscere la realtà delle cose e perciò è utile all'uomo.

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10. Tutto ciò che è insondabile è della natura di prana. Essendo tale, è utile all'uomo.
  
Prana, nel microcosmo, si manifesta attraverso la vita biologica, ma non è essenzialmente la somma dei processi biologici. E' il mistero della vita.
E per questo motivo, nel tentativo di penetrarlo, l'uomo ricorre a quei procedimenti che si sottraggono alla comprensione razionale e discorsiva.
In sostanza, ricorre alla meditazione. Per tale motivo è utile .

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11. Questa terra è il corpo della parola. Il fuoco è la sua natura luminosa. Perciò, per quanto si estenda la parola, altrettanto lo sarà la terra e così il fuoco.
  
Anche ciò che è conosciuto ha un aspetto palese comune a tutti gli uomini, indistintamente, ed un aspetto interiore la cui conoscenza è frutto della ricerca - nella fattispecie, della meditazione.
La parola rappresenta tutto ciò che è conosciuto (vedi mantra 8) ed il suo corpo esteriore è la terra, cioè il mondo dei nomi e delle forme esteriori.
Il suo aaspetto intrinseco è il fuoco, l'elemento che con la sua azione riduce tutto ad essenza e che, inoltre, purifica.
Si rammenti l'azione purificatrice del verbo sacro.

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12. Ora, il cielo è il corpo della mente. Il sole la sua natura luminosa. Perciò, per quanto si estenda la mente, altrettanto lo saranno il cielo ed il sole. Entrambi si accoppiarono. Da questa unione nacque prana. Questi è Indra. Egli è senza rivale. Una seconda entità rappresenterebbe un rivale. Egli non ha rivali; così è conosciuto.
  
Per tentare di comprendere il senso di questo mantra occorre riferirsi al rapporto che esiste tra la mente riflessiva e l'intelletto. La prima, manas, esprime il normale coordinamento dell' "organo interno" nella sua funzione di apprensione della realtà comune. Il secondo, buddhi, rappresenta il superiore aspetto dell'intuizione intellettuale, sulla quale abbiamo già avuto modo di soffermarci nel commento ai mantra precedenti.
Da un punto di vista interiore, la mente riflessiva, "riflette" la luce dell'intuizione intellettuale, così come il cielo riflette una luce diffusa ricevuta dal sole.

Per "entrambi si accoppiarono..." occorre intendere, naturalmente, la parola e la mente.

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13. Le acque sono il corpo di prana. La luna è la sua natura luminosa. Perciò, per quanto si estendano le acque, così lo sarà la luna. In verità tutti questi [la parola, la mente e prana] sono uguali. Tutti e tre sono infiniti. Colui che medita sui tre come enti limitati, ottiene un mondo limitato. Colui che li medita come infiniti, ottiene un mondo infinito.
  
Prana, nel microcosmo, è l'aspetto vitale dell'individuo. Le acque, nel senso esoterico, rappresentano il dominio delle forme [Guénon].
Quindi, l'aspetto formale dell'umanità. La luna è, quasi, lo spirito delle acque.
Si pensi, ad esempio, alla sua azione attrattiva rispetto alle maree.
Tutta la cultura orientale (il calendario, i riti ecc.) ruota intorno alle differenti fasi lunari.
Così è stato anche per la nostra cultura tradizionale, soprattutto contadina, della quale oggi non restano che semplici spressioni proverbiali, apparentemente prive di significato.

Per quanto concerne l'ultima affermazione di questo mantra, potremmo commentarla semplicemente in questo modo: sei ciò che pensi.

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14. Prajapati, che è anche conosciuto come l'anno, possiede sedici kala. Le notti rappresentano solamente i suoi quindici kala. Il sedicesimo kala è fisso. Esso cresce e decresce per mezzo delle notti. Penetrando in tutti gli esseri viventi attraverso il suo sedicesimo kala, esso rinasce al mattino. Perciò, in onore di questa divinità, in quella notte non si deve offendere la vita di alcun essere vivente, fosse anche una lucertola.
  
Prajapati è qui descritto come l'anno (rituale) e quindi come fattore tempo. E' formato da sedici unità che rappresntano altrettanti suoi aspetti, così come la quindicina lunare è visibile in cielo attraverso la differente grandezza dell'astro. Nel Vishnu Purana la superficie visibile della luna viene suddivisa in sedici gradi o Kala ed è considerata il contenitore del nettare che cresce e decresce in corrispondenza delle rispettive quindicine o lunazioni. Quindici giorni per crescere, quindici giorni per calare, durante i quali gli dei bevono amrita. La quindicesima porzione è bevuta dai Pitri (gli antenati). Al centro il grado fisso della luna nuova: è il sedicesimo kala.
Kala è l'antica unità di misura del tempo. Kalamana rappresenta il procedimento per il calcolo. I passaggi dalla più piccola unità di misura alla più grande (kalpa, che coincide pressappoco con il nostro concetto di eternità) sono circa una trentina. Ne riportiamo solamente alcuni:

Il tempo occorrente per bucare una foglia con un ago __ 1 Alpakala

30 Alpakala________________ 1 Truti
30 Truti___________________ 1 Kala
30 Kala___________________  1 Kastha
30 Kastha___________ 1 Nimisha (matra)
4 Nimisha__________________ 1 Ganita
10 Ganita_________________ 1 Netuvirpu (durata di un sospiro profondo)

6 Netuvirpu_________________ 1 Vinazhika
6 Vinazhika__________________1 Ghatika
60 Ghatika_________________1 Ahoratra (giorno)
...

(Devi Bhagavata)

I sistemi per il calcolo sono diversi, a seconda della fonte scritturale (Purana) da cui provengono. Un'altra suddivisione, probabilmente più recente perché seguita attualmente dall'indù per i riti quotidiani è la seguente:

1 ora e mezza____________________________ 1 Yamardha
2 Yamarda_______________________  1 Yama o Prahara
8 Yama oppure 16 Yamardha__________ 1 giorno e 1 notte

Il 16° Yamardha inizia alle 4,30 e dura fino alle ore 6. E' l'ora del risveglio e della meditazione. Questo periodo di tempo viene chiamato Brahma muhurta. Il resto della giornata viene suddiviso in 1 ora e trenta minuti ciscuno (Yamardha).

Nell'ordine macrocosmico la Upanishad ripropone la figura del Creatore nel suo aspetto immutabile - il sedicesimo grado, fisso, del novilunio - attorno al quale si svolge l'evoluzione (e l'ivoluzione) dei cicli cosmici: Kalpa e Pralaya, manifestazione e dissolvimento. E' per tale motivo che nel rispetto di questa figura, nella notte del novilunio non bisogna recare offesa ad alcun essere vivente, fosse pure una lucertola, considerata inauspiziosa.

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15. Questo Prajapati che possiede le sedici parti ed è conosciuto come "samvatsara" è egli stesso la persona che conosce ciò. La ricchezza, in realtà, rappresenta i suoi quindici aspetti (kala), il corpo il sedicesimo kala. In virtù della sua ricchezza egli cresce e decresce. Il corpo è come il mozzo di una ruota; la ricchezza rappresenta il cerchio. Perciò anche se uno perde tutti i suoi beni ed il corpo rimane (ma vive fisicamente), di esso si dice: "ha perduto solamente il cerchio".
  
L'analogia si sposta sul piano microcosmico, umano; ecco perché i valori sono prettamente mondani: le ricchezze ed il corpo (non l'anima!).
Il rapporto è tra ciò che è variabile: i quindici kala e ciò che è fisso: il sedicesimo; tra la ruota ed il mozzo. Nell'ordine macrocosmico il valore è l'eternità, ossia Prajapati; nel microcosmo il valore è la longevità, ossia il corpo.

Samvatsara è comunemente inteso per anno. In particolare esso rappresenta uno dei cinque anni che formano uno yuga (da non confondersi con i quattro yuga dell'Umanità). Gli altri sono denominati: Parivatsara, Idvatsara, Anuvatsara e Vatsara.

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16. Ora, esistono solamente tre mondi: quello degli uomini, quello dei Mani e quello degli dei. Il primo lo si ottiene solamente attraverso un figlio e con nessun altro karma. Il mondo dei Mani, attraverso il karma. Quello degli dei mediante la conoscenza. Di tutti i mondi, quello degli dei è il migliore; è per tale motivo che si esalta la conoscenza.
  
Esistono tre mondi o tre differenti livelli di coscienza. Il mondo fisico, dove si svolgono gli eventi concreti della vita. Il mondo dei Mani o degli antenati, appartenente al dominio del ricordo e della mente. Il mondo celeste o spirituale.
Il primo è perseguibile solamente attraverso un figlio, perché solamente questi è tenuto a concludere le opere e gli impegni che il genitore può non aver portato a termine nell'arco della sua vita.
Quindi il genitore può sempre ritenersi pienamente realizzato in questo mondo, attraverso l'eventuale debito onorato dal figlio.
Il mondo degli antenati è perseguibile con il "karma" ossia rito e sacrifici dedicati ai defunti.
Il mondo degli dei si ottiene mediante la conoscenza sacra, cioè come dire lo studio dei Veda.

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17. Ora parleremo della trasmissione dei doveri. Quando il padre si sente prossimo alla fine si rivolge al proprio figlio: "Tu sei il Brahman, tu sei il Sacrificio, tu sei il Mondo". Avendo udito ciò, il figlio replica: "Io sono il Brahman, io sono il Sacrificio, io sono il Mondo". Quindi il padre lo istruisce: "Tutto ciò che è stato da me letto, questo si identifica con Brahman; qualunque atto sacrificale si stato da me compiuto, questo si identifica con Sacrificio; tutto ciò che si è riferito al mondo, qesto si identifica con Mondo. Ecco tutto ciò che esiste". Dicendo ciò, pensa: "essendo egli il tutto, potrà giovarmi". E' perciò che un figlio istruito è considerato il mezzo per ottenere il mondo. E' per tale motivo che egli lo istruisce. Nel momento in cui egli abbandona questo mondo, entra nel figlio con tutte le sue facoltà. Qualunque cosa sia rimasta incompiuta, egli lo libera da tale mancanza. Perciò il figlio ( putra ) è così chiamato. Egli continua ad esistere nel mondo, solamente attraverso lui; i suoi soffi divini ed immortali entrano in lui.
  
Questo mantra non descrive propriamente l'ultimo sacramento (Antyeshti samskara) di un indù, ma lascia intendere l'enorme importanza che questa cultura gli attribuisce.
La procedura estremamente complessa e lunga della cerimonia funebre (Antyeshti, appunto) ed i riti successivi (Shraddha) lo confermano.
Il figlio maggiore, in tale circostanza, si assume sia l'onere pratico del complesso svolgimento della cerimonia funebre, sia quello morale come descritto dal presente mantra.
Numerosissimi sono i riferimenti scritturali; ne citiamo uno:

" Un uomo conquista i mondi grazie ad un figlio; tramite il figlio di un figlio ottiene l'immortalità, ma raggiunge il mondo degli dei con il nipote di suo figlio. Swayambhu (l'Autoesistente) chiamò il figlio putra, dal momento che egli libera (trayate) suo padre dall'inferno (Put)."

Leggi di Manu. IX- 137, 138

Questa è più che una relazione spirituale tra padre e figlio.E' ciò che viene chiamato sampratti o sampradhana: un rito eseguito per trasmettere elementi psichici da un individuo all'altro.

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18. Dalla terra e dal fuoco la parola divina entra in lui. Attraverso essa, qualunque cosa egli dica, si realizza.
  
Dal corpo e dalla natura luminosa (mantra 11) essendo disconnessa dall'individualità, la sua parola acquista carattere divino e può realizzare tutto ciò che afferma.

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20. Dalle acque e dalla luna il prana divino entra in lui. Egli è in realtà il prana divino per cui si muova o stia fermo non soffre nè perisce. Egli che così conosce diviene lo spirito di tutti gli esseri. Tale e quale questa divinità. Così come tutti gli esseri adorano questa divinità, del pari adorano questo conoscitore. Qualunque sofferenza affligga le creature, questa presso di esse rimane. Il bene, invece, va verso di lui; infatti il male non tocca gli dei.
  
Dal corpo e dalla natura luminosa (mantra 13) prana entra in lui.E' stato già osservato come la forza vitale non sia soggetta al male o alle sofferenze.
Colui che realizza questa triplice divisione del cibo, diviene il Sé di tutti gli esseri.

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21. Ora parliamo dei doveri. Prajapati creò gli organi di azione. Subito dopo essi rivaleggiarono gli uni con gli altri.
"Io sola parlerò" disse la parola, stabilendo la sua funzione.
"Io solo vedrò" disse l'occhio;
"Io solo ascolterò" disse l'orecchio e così tutti gli altri, secondo le loro funzioni.
La morte li divise ed avendoli indeboliti, se ne appropriò. Questo è il motivo per cui la parola giunge all'esaurimento e così l'occhio e l'orecchio. La morte non riuscì ad afferrare prana. Gli altri vollero conoscerlo. "Costui è il migliore tra noi che, si muova o no, non soffre né perisce.
Diventiamo quindi della sua stessa natura". Per tale motivo essi sono chiamati i "soffi vitali".
Dopo di esso, colui che nasce in una famiglia, le dà il suo nome.
Colui che rivaleggia con esso, si dissecca e muore. Fin qui dal punto di vista fisico.
  
Quale occasione migliore di questo mantra, per dare libero sfogo alle nostre riflessioni?
Nella dimensione profana dell'esistenza, la vita ci appare spesso enigmatica perché gli interessi (gli organi a cui il mantra si riferisce) sono disgiunti da un filo comune, a volte persino contrastanti tra di loro. Mancando la visione unitaria che potrebbe dare un senso al nostro comportamento, ci sentiamo spesso stanchi e sfiduciati. Questo malessere che nasce prima moralmente e psicologicamente, non tarda a ripercuotersi nella sfera fisica.

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22. Ed ora riguardo alla sfera cosmica. "Io solo avvamperò" disse il fuoco determinato. "Io solo riscalderò" disse il sole. "Io solo splenderò" disse la luna. E così tutti gli altri dei, secondo la loro natura cosmica. Così come prana primeggia tra questi organi, ugulamente l'aria tra le divinità. Perché tutte le altre divinità indugiano, mai l'aria. L'aria è la divinità che non conosce mai sosta.
  
Gli elementi del cosmo, secondo una visione antica, sono considerati come divinità che agiscono quali forze, spesso in contrasto tra di loro (almeno, secondo la visione dell'uomo). Agni [non lo si pronunzi come in "agnello", ma piuttosto con la "g" dura] è la personificazione del fuoco; Surya del sole; Soma della luna; Vayu dell'aria. Il messaggio monista della Upanishad si riafferma, trionfante: non bisogna adorare le differenti divinità, ma realizzare l'Assoluto, il Brahman.
Un ulteriore sostegno alla comprensione (quasi ce ne fosse bisogno!): si può comprendere meglio la qualità onnipresente dello Spirito (prana) considerando la qualità dell'aria, sua controparte microcosmica.

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23. Perciò il seguente verso: Donde sorge il sole, dove tramonta ! In realtà è dal Prana che sorge, nel Prana che tramonta. Gli dei osservarono questa Legge; così è oggi, così sarà domani. Ciò che rispettarono allora, lo rispettano oggi. Perciò occorre perseguire solamente uno scopo. Bisogna inspirare ed espirare, affinché la morte non ci assalga. Se si segue questa pratica, occorre perseguirla fino in fondo. E' così che si acquista l'unione intima con questa divinità e si dimora nella sua casa.
  
L'Universo intero non è altro che un aspetto caleidoscopico della Realtà assoluta.
L'aria, nel mantra precedente, a causa della sua importanza vitale per l'uomo è stata utilizzata per comprendere la natura di prana.
Il respiro è ciò che ci accomuna al Dharma, alla Legge secondo l'ordine dei ritmi: inspiro ed espiro; alba e tramonto; novilunio e plenilunio...
Fine della quinta sezione

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