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Sezione filosofia                                                                                   

BrihadAranyaka Upanishad

La Br.Up. appartiene al corpo dei Veda. Questi ultimi si dividono in quattro libri, conosciuti come Rigveda,Yajurveda,Samaveda,Atharvaveda.
A seconda del contenuto e della forma letteraria, ognuno di questi libri a sua volta si distingue in:

Samhita
Brahmana
Aranyaka
Upanishad

La Brihadaranyaka Upanishad appartiene al gruppo dello Shukla Yajurveda (Y. bianco); è probailmente la più elaborata e una tra le più antiche.
Si suddivide in tre libri:

  • Madhu Kanda
  • Yajnavalkya Kanda
  • Khila Kanda

 

Madhu Kanda - Il libro del miele

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Capitolo II - Sezione II - Shishu Brahmana

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 1. Colui che conosce il neonato, la sua dimora, il sostegno, il palo e la corda distrugge i sette parenti rivali. Il Prana nel corpo è questo neonato. Il corpo è la sua dimora, la testa è il sostegno, l'energia il palo ed il cibo è la corda.

 
Due metafore assunte nell'ambito della vita quotidiana aprono questa sezione dedicata alla meditazione su Prana.
Il neonato si riferisce al vitello, che nella sua condizione risiede costantemente all'interno del recinto o assicurato ad un palo mediante la corda: non conosce il mondo al di fuori della sua dimora.
Nel microcosmo la dimora di prana è, appunto, l'organismo umano.
Non può esperire la realtà esterna, se non attraverso i sensi ed i loro organi di percezione.
Sono proprio essi, in numero di sette [cioè le sette aperture: occhi, orecchie, narici e bocca] che con il fascino delle forme esteriori irretiscono l'animo umano, distraendolo subdolamente dalla ricerca interiore e spirituale.
Così come farebbero degli insospettati parenti che volessero appropriarsi dei beni di un individuo.
Il sostegno di prana, si dice sia la testa. Sostiene la Chandogya upanishad: "Quando un uomo sta per morire, la parola [nota_1] si riassorbe nel manas, questo nel prana, il prana nel fuoco, il fuoco nella suprema divinità".
La corda ed il palo a cui è legato, mantengono il vitello al suo posto, così come prana risiede nell'organismo fintantochè l'energia ed il cibo che la fornisce assicurano la vita.

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2. Sette esseri imperituri sono vicino a lui. Quelle righe rosse che sono nell'occhio: attraverso esse Rudra è a lui [il prana] unito. Mediante il liquido che è nell'occhio, parjanya è a lui unito. Allo stesso modo mediante la pupilla, il sole; mediante il nero dell'iride , Agni; mediante il bianco della cornea, Indra. La terra è unita ad esso mediante la palpebra inferiore ed il cielo mediante quella superiore. Colui che così conosce non mancherà di nutrimento.

 

 La sede speciale di Prana, durante lo stato di veglia [Vaishvanara] è l'occhio, perché tramite la vista l'essere si confronta con la realtà esteriore.

Nell'occhio risiedono i sette nomi segreti di prana: rudra, parjanya, aditya, agni, indra, prithivi, dyau.
Quelle sette parti dell'occhio che ne rappresentano la sua costituzione e riuniscono in sé il fattore della vista sono quindi assimilati alle sette potenze che prevengono il decadimento della condizione ordinaria dello stato di veglia [Vaishvanara].

L'importanza di Rudra risiede nel fatto che la tarda mitologia ha finito per assimilarla a quella di Shiva, figura di rilievo nel pantheon indù, incarnandone spesso il suo carattere distruttivo.
Più anticamente Rudra rappresentava, infatti, l'azione selvaggia e distruttiva della natura.
In questa Upanishad i Rudra (plur.) sono i dieci soffi vitali (prana), alcune volte considerati in numero di tre, sette o undici.

Parjanya è il signore della pioggia. Elargisce agli uomini la buona salute.
Nell'Atharva Veda viene implorato perché invii agli uomini le piogge abbondanti: "Possano le brumose regioni sorvolare insieme e le nuvole foriere di pioggia, spinte dal vento, raggrupparsi. Possano veloci ruscelli fluire dalle tuonanti nubi nel cielo, allietando la terra". [AV, libro IV, inno XV, mantra1]

Aditya sono i figli di Aditi che è chiamata anche Devamatri - la madre degli dei.
Nelle scritture vediche gli Aditya sono sei, o più frequentemente sette. In realtà otto figli nacquero da Aditi, ma ella si presentò agli dei con sette, avendone cacciato via l'ottavo, Martanda - il sole.
Successivamente il numero crebbe a dodici, rappresentando gli aspetti del sole nei dodici mesi dell'anno.
Aditya ha finito, così, per essere uno dei nomi del sole.
Il sole è chiamato anche Surya o Vivasvat, il capo degli dei.
Le dodici dinastie solari o personificazioni del sole sotto i diversi nomi e segni dello zodiaco sono chiamate Aditya. Esse appartengono ad un periodo anteriore ai Veda.

Nel contesto di questa Upanishad si capisce facilmente l'assimilazione del sole alla pupilla dell'occhio: tutti e due sono la porta che dischiude le forme visibili.

Agni. Non ripeteremo qui le considerazione già fatte abbondantemente negli altri mantra di questa Upanishad.
Solamente una, di notevole rilievo per il presente commento: i nomi e gli epiteti di Agni sono molteplici - Vahni, Anala, Pavaka, Vaishvanara !

Indra è la personificazione dell'atmosfera e come tale governa sul tempo metereologico e dispensa la pioggia, causa di fertilità.
Nel RigVeda la principale caratteristica di Indra è la potenza e il vigore.
Quando Vaishvanara - il sé nello stato di veglia - identifica sé stesso nella fruizione degli oggetti esteriori, è conosciuto con il nome di indra.

Prithivi è la terra personificata come divinità. In questo caso rappresenta uno dei due elementi che rappresentano il mondo fisico, l'altro essendo dyau, il cielo.

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3. Vi sono dei versi che si riferiscono a questo soggetto: "C'è un vaso con la bocca rivolta in basso ed il fondo in alto. In esso è contenuta la conoscenza universale. Sul bordo sono seduti i sette rishi. La parola è l'ottavo che è associato ai Veda."
Il vaso con la bocca rivolta in basso ed il fondo in alto è la testa. In essa è riposta tutta la conoscenza, perché gli organi dei sensi - che sono i saggi - sono lì.
Così il mantra si riferisce agli organi dei sensi.
Sette saggi seduti sul bordo si riferiscono alle sette divinità [potenze] degli organi nella testa.
La facoltà della parola è l'ottavo ed è associato ai veda, perché essa viene dopo gli altri per pronunciare i veda.
Il mantra riproduce un verso dell'Atharva Veda dove i sette orifizi che sono nel capo - già descritti nel precedente mantra - sono assimilati ai saptarishi, i sette saggi: Gotama, Bharadvaja, Vishvamitra, Jamadagni, Vasishtha, Kashyapa e Atri.

Questi organi esperiscono tutta la conoscenza che può essere sintetizzata attraverso la parola - l'ottavo - e, ancor meglio, dalla parola sacra: i Veda.

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4. Le due orecchie sono Gotama e Bharadvaja. Il destro è, in verità, Gotama ed il sinistro Bharadvaja.
Gli occhi sono Vishvamitra e Jamadagni. Il destro è Vishvamitra ed il sinistro Jamadagni.
Le due narici sono Vasishtha e Kashyapa. La destra è Vashistha e la sinistra Kashyapa.
La bocca è Atri perché è attraverso la bocca che esso viene consumato. Così Atti è ciò che viene conosciuto come Atri. Colui che così realizza diviene l'assimilatore di tutto ed ogni cosa rappresenta cibo.

 Il mantra va ancora oltre l'analogia, realizzando una sorta di identità (simbolica, naturalmente) tra ciascuno dei sette saggi e gli organi di senso.

Un cenno sui personaggi:
Gotama, un rishi vedico a cui viene attribuita la composizione di alcuni brani del RigVeda.

Bharadvaja, anche ad esso sono attribuiti alcuni inni vedici. Il Taittiriya Brahmana sostiene che visse tre vite - intendendo probabilmente una durata molto lunga - che divenne immortale ed ascese al mondo celeste unendosi al sole. Il Mahabharata sostiene che questo rishi visse ad Haridwar, mentre il Ramayana sostiene che ricevette Rama e Sita nella città di Prayaga che fu così celebrata nei secoli.

Vishvamitra. Secondo il Ramayana fu, in base alla casta di provenienza, originariamente uno kshatrya. Successivamente praticò molte austerità sulle montagne himalayane divenendo così un brahmano. La sua storia si collega a quella di:

Jamadagni. Sua madre, Satyavati, era figlia del re Gadhi, uno kshatrya. Durante il periodo di gestazione di Satyavati suo marito, Ricika, allestì un banchetto allo scopo di garantire che il nascituro possedesse le qualità di un brahmano. Un altro banchetto allestì per la madre di Satyavati, al fine di garantire le qualità del guerriero (kshatrya) al futuro figlio del re. La donna scambiò i banchetti e così Jamadagni nacque con le predisposizioni di uno kshatrya e Vishvamitra con quelle di un prete.

Vasishtha. Sembra ci fosse una speciale rivalità tra esso ed il saggio Vishvamitra che trasformò il suo rango da quello guerriero a quello brahmano.
Vasishta possedeva la "vacca dell'abbondanza" chiamata Nandini che aveva il potere di garantirgli tutte le cose (vastu) che desiderava.
L'inimicizia tra Vasishtha e Vishvamitra è messa in risalto nel Ramayana. Vishvamitra governò come re per molte migliaia di anni ma desiderava ardentemente la vacca dell'abbondanza che aveva visto nella dimora del suo rivale e che eveva tentato di impossessarsi con la forza.

Una grande battaglia seguì tra gli ospiti del re Vishvamitra ed i guerrieri generati dalla vacca dell'abbondanza per difendere il loro signore.
Centinaia di figli di Vishvamitra furono ridotti in cenere da un soffio della bocca di Vasishtha. Il rivale, sconfitto, abdicò e si ritirò sull'Himalaya.

I due si incontrarono nuovamente, scontrandosi in un combattimento singolo. Vishvamitra nuovamente sconfitto dal potere brahmanico, decise di praticare austerità per acquisire le doti di brahmano in modo da eguagliare il suo rivale.
Condusse a termine il suo scopo diventando un brahmano, ma al tempo stesso procurando rancore nel suo rivale, Vasistha, per questo novello potere.

I cento figli di Vasishtha denunciarono Vishvamitra accusandolo di comportarsi come un brahmano sebbene fosse uno kshatrya.
Questo fece infuriare Vishvamitra che maledì i figli del suo rivale riducendoli in cenere e condannandoli a rinascere come fuori casta per settecento rinascite.

Finalmente Vasishtha, convinto dagli dei, si riconciliò al suo rivale. Gli riconobbe il diritto a tutte le prerogative di un rishi brahmano e, a sua volta, Vishvamitra, onorò il suo ex rivale.
Queste dispute leggendarie si rifletterono, successivamente, sulle guerre fra i sovrani discendenti per il possesso della "Vacca dell'abbondanza", per la conquista, cioè, del Madhyadesha, il cuore dell'India settentrionale. Guerre che continuarono fino ad una relativa stabilità assicurata da vincoli matrimoniali tra le due famiglie e da alleanze politiche.

Kashyapa. Secondo il Mahabharata egli ebbe come mogli le tredici figlie di Daksha (simboleggianti i tredici mesi lunari) e fra queste Adity con la quale generò i dodici Aditya, simboleggianti i dodici mesi dell'anno solare.

Atri, letteralmente colui che mangia. Nel periodo epico è considerato uno dei dieci Prajapati o signori della crazione.
L'accostamento con il verbo "atti", mangiare spiega l'assimilazione descritta nel presente mantra.


Sezione III - Murta - Amurta Brahmana

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1. Il Brahman possiede due aspetti. Uno  formale,  l'altro senza forma; uno mortale, l'altro immortale; uno limitato, l'altro infinito; uno percettibile, l'altro impercettibile.
 
"Murti" è un termine sanscrito che indica una manifestazione dimensionale e visiva di una divinità.
L'espressione che più comunemente si conosce è "tri-murti", le tre espressioni formali dell'Assoluto [Brahma, Vishnu, Shiva].
Il termine Murtamurtam [murta - a - murtam] significa, quindi, personale ed impersonale.

Nella realtà dell'esperienza quotidiana noi possiamo avere conoscenza solamente delle cose che cadono sotto il nostro sguardo, che possiedono cioè una forma (murta).

Nella logica comune, quindi, un ente che racchiuda in sé tutte e due le caratteristiche: murta e amurta, esprime un paradosso, una contraddizione in termini.
Ma il mantra sta trattando della natura di Brahman, di quell'ente che nella metafisica viene indicato anche con la parola "infinito".

E l'infinito, per poter essere tale, deve contenere in sé tutta la somma delle possibilità e delle contraddizioni e di tutto il sostrato che possa essere anche solamente  concepito dalla mente umana.

E' solamente a causa della  della limitatezza della mente, necessaria all'esperienza normale delle cose, che si colgono le contraddizioni. Se così non fosse, se cioè tutte le forme e le idee non possedessero una diversità l'una dall'altra, limitandosi reciprocamente, ci troveremmo in una assurda omogeneità della realtà che non ci consentirebbe di discriminare e quindi di capire.

Un esempio: la luce del sole non possiede, in sé, una forma. Tuttavia essa appare grande o piccola a seconda della grandezza dell'apertura che la lascia filtrare, illuminando così solo un piccolo angolo della stanza o rischiarando tutto l'ambiente.

Questo mantra, quindi, concilia l'immanenza e la trascendenza del Brahman. Quando noi descriviamo il Brahman sottile, imperituro, infinito, impercettibile, ecc., lo facciamo dal punto di vista empirico, formulando una Tatashta lakshana, cioè una nozione indiretta di cosa il Brahman sia, sulla base delle definizioni che lo indicano come la causa della creazione, preservazione e distruzione dell'Universo.
Quando lo consideriamo dal punto di vista a-cosmico, definendolo "saccidanada" [sat-cit-ananda=esistenza, coscienza, felicità] formuliamo una descizione diretta ed essenziale: Svarupa lakshana.

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2. Qualunque cosa sia differente dall'aria e dall'etere, questa è ciò che possiede una forma grossolana (fuoco, acqua, terra). Questa è mortale, limitata, percettibile; di ciò che ha forma, che è mortale, limitato e percettibile, questo sole è l'essenza, questo [il sole] che risplende, perché esso è l'essenza del percettibile.
 

In questo mantra risuona l'eco della filosofia Samkhya, che descrive l'evoluzione dell'Universo secondo l'emanazione dei cinque elementi sottili: etere, aria, fuoco, acqua, terra seguendo il progressivo grado di "densità".
Le proprietà di ciascun elemento si sommano a quelle dell'elemento successivo e così via, via, formando, infine, le caratteristiche complete della materia:

  • Etere con le proprietà del suono
  • Aria con  suono e tatto
  • Fuoco con suono, tatto e forma
  • Acqua con suono, tatto, forma e gusto
  • Terra con suono, tatto, forma, gusto e odore
L'Autore utilizza i tre elementi che sono facilmente percepibili dall'occhio umano - fuoco, acqua, terra - per esprimere il concetto della limitatezza e della decadenza. Ciò che possiede una forma è mortale; ciò che non è esprimibile formalmente ne rappresenta l'essenza.
Il paragone cade sul sole o, piuttosto, sulla luce solare che sostiene tutte le forme. Il simbolismo ci sembra abbastanza facile da capire.

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3. Ora, per quanto riguarda ciò che non ha forma: aria ed etere. Esso è l'immortale, illimitato, impercettibile. Di ciò che è senza forma, illimitato, impercettibile, immortale, questa è l'essenza: quell'Essere che si trova nel disco solare. Questa è l'essenza del trascendente. Ciò per quanto riguarda il mondo divino.
Si pone l'accento sulla interdipendenza delle qualità relative all'informale, all'infinitudine ed alla impercettibilità assimilandole a quella dell'immortalità.

Aria ed etere, quindi, proprio perché possiedono queste caratteristiche fisiche simboleggiano l'Essere immortale.
Si noti, in queste righe, l'intenzione a privilegiare, per importanza, tutto ciò che è invisibile, illimitato, informale rispetto a ciò che comunemente cade sotto l'esperienza ordinaria dei sensi. Una tendenza diametralmente opposta a quella del mondo attuale.

L'essenza del trascendente è, simbolicamente parlando, il sole in quanto come già detto nel mantra precedente, la sua luce è la condizione essenziale per l'esperienza delle forme e, quindi, del dominio mortale.

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4. Ora per quanto riguarda l'individuo. La forma grossolana è questo [corpo] che è differente da prana [soffio] e dallo spazio [interiore=etere]. Esso è mortale, finito, percettibile. Di questo [corpo] grossolano, mortale, finito questa è la sua essenza: ciò che è nell'occhio, perché esso è l'essenza del percettibile.
Se nell'Universo la forma grossolana del Brahman è la terra, l'acqua ed il fuoco, nel jivatman essa costituisce il corpo materiale. L'occhio umano è, continuando nella metafora, il sole del microcosmo.

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5. Ed ora per quanto riguarda l'informale. Esso è il prana e lo spazio [etere] all'interno del corpo. Questo è immortale, infinito, impercettibile. Di questo ente senza forma, infinito, immortale e impercettibile questa è la sua essenza: il principio che risiede nell'occhio destro, perché esso è l'essenza dell'impercettibile.
 
La sottile forma divina nell'individuo è simbolizzata dagli altri due elementi: aria (il soffio) ed etere, lo spazio interno.
L'essenza risiede nell'occhio destro in quanto si ritiene che, nello stato di veglia, la percezione avvenga inizialmente attraverso di esso e, solo successivamente, mediante gli altri organi.

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6. La forma di questo essere [viene descritta]. Esso è come una tunica color zafferano, come il colore grigio della lana di una pecora, come l'insetto indragopa, come la fiamma del fuoco, come il bianco del loto, come il colore di un lampo improvviso. Da qui la definizione del Brahman "neti, neti". Perché non vi è altra definizione che "neti, neti". Il suo nome è la verità delle verità. Il prana è la verità.
 

 Con questo mantra si conclude la terza sezione sui due aspetti della realtà assoluta: quella relativa al mondo fenomenico [murta] e l'altra, relativa al suo aspetto genuino, non rivestita delle sovrastrutture del linguaggio [amurta].

Per tale motivo l'utima deve ricorrere ad una enunciazione apofatica: neti, neti [non è questo, non è questo].
La prima è dominio comune delle religioni, la seconda dell'indagine metafisica.

Prima di poter realizzare la prima è necessario, però, riconoscere il mondo, così com'è nella sua quotidianità attraverso le esperienze, ossia i "colori" che l'autore cita dalla esperienza di tutti i giorni: una veste color zafferano, il vello di una pecora, il rosso acceso dell'insetto chiamato indragopa, la fiamma del fuoco - forse del fuoco rituale - il candore dei petali del loto, il colore di un lampo improvviso.

Se queste "visioni" saranno mantenute da occhi innocenti è probabile che l'illuminazione avvenga proprio come un "lampo improvviso", facendo cadere tutte quelle sovrastrutture della mente e del linguaggio che coprivano la forma genuina della Realtà.

Allora, pur continuando a riconoscerla nelle cose di tutti i giorni, non sarà più possibile descriverla con il linguaggio ordinario.
Neti, neti... sarà l'unica espressione possibile: non è questo, non è quello.

 

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