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- Quando il movimento Khilafat fallì, i fratelli Ali cercarono di escogitare qualcosa per far risorgere quei sentimenti.

Il loro slogan ribadiva che chiunque si fosse dimostrato ostile al movimento sarebbe stato considerato nemico dell'Islam e segretamente invitarono l'Amir dell'Afghanistan ad invadere l'India, promettendogli qualunque supporto.
Il Mahatma, proseguento nella sua tattica volta all'unità hindu-musulmana decise di sostenere i fratelli Ali. Pubblicamente riversò su di loro il suo affetto promettendo il restauro del movimento Khilafat, pur essendo a conoscenza del piano strategico.
Cercando di compiacere i musulmani, egli pubblicamente dichiarò:

"Non riesco a comprendere il motivo per il quale i fratelli Ali sono stati arrestati ed io invece resto a piede libero. Essi non hanno commesso nulla che non abbia commesso anch'io. Se, effettivamente, hanno inviato un messaggio ad Amir, anch'io voglio inviargliene uno per informarlo che nessun indiano aiuterà il Governo a respingerlo"

- La politica pro-islam di Gandhi fu palesemente illustrata perfino sulla questione della Lingua Nazionale dell'India.
Come lingua derivante dal sanscrito, l'hindi aveva tutto il sacrosanto diritto ad essere considerata la lingua ufficiale, come in seguito di fatto è avvenuto.
All'inizio della sua carriera Gandhi era entusiasta dell'hindi, ma non appena venne a conoscenza che i musulmani non gradivano, il suo entusiasmo si congelò ed iniziò a fiorire un'altra passione: quella che venne definita la lingua hindustani.
Sappiamo bene che non esisteva una lingua chiamata Hindustani; non possedeva grammatica nè vocabolario. Un semplice dialetto parlato ma non scritto. Un incrocio tra l'Hindi e l'Urdu che neanche i sofismi del Mahatma avrebbero potuto rendere popolare.
Ma nel suo desiderio di compiacere i musulmani Gandhi insistette che quel dialetto sarebbe dovuto diventare la Lingua Nazionale dell'India! I suoi ciechi adulatori, naturalmente, lo sostennero e così questa cosiddetta lingua ibrida cominciò ad essere parlata e scritta.
Vennero coniate espressioni come "Badshah Ram" ma Gandhi si guardò bene dal rivolgersi al sig Jnnah usando espressioni come "Sri Jnnah"...


La purezza della lingua hindi fu così prostituita per compiacere i musulmani, persino i succubi signori del Congresso accettarono, ma non il resto dell'India che si rifiutò di digerire tale rimedio da ciarlatani.

Si potrebbero continuare a scrivere decine e decine di pagine sugli atteggiamenti e decisioni, provate da fatti storici, che il Mahatma mise in atto per coronare il suo sogno: l'unità hindu-musulmana a costo di rinunce e gravi sofferenze patite dall popolo hindu.

Dopo il suo arresto, Nathuram Godse fu trattenuto per un pò nel carcere di Tughlaq Road. Fu qui che incrociò lo sguardo di un individuo che sostava vicino le sbarre, e tra i due si stabilì un dialogo:

- "Tu sei Devadas Gandhi, suppongo"
- "si...come mi hai riconosciuto?"
- "recentemente siamo stati tutti e due ad una Conferenza stampa. Tu eri presente come editore dell'Hindustan Time"
- "e tu...?"
- "io sono Nathuram Vinayak Godse, editore del quotidiano Hindu Rashtra. Anch'io ero presente. Oggi hai perso tuo 
padre ed io sono la causa di questa tragedia. Sono molto addolorato del lutto che è caduto su te e la tua famiglia. Ti prego di credermi. Non sono stato sospinto da alcuna sorta di odio personale, di rancore o altra malvagia intenzione verso di voi...
- "allora perché lo hai fatto?"
- "la ragione è puramente e solo politica. Mi puoi ascoltare per una mezz'ora o poco più? Chiedi gentilmente il  permesso alle guardie. Come editore tu hai il diritto di sapere..."

Le guardie non concessero il permesso.

 

La Bhagavad Gita ci racconta la conversazione tra il guerriero Arjuna e il suo divino auriga Krishna, i due esseri situati al centro tra opposte armate, schierate sul campo di battaglia.
Osservando amici, parenti e precettori tra i suoi nemici, Arjuna improvvisamente perde la volontà di combattere ed il compito di Krishna sarà quello di dissuaderlo a desistere dalla sua decisione.
Una lezione che Gandhi trae da questa conversazione è che la scelta non può mai essere la base della moralità dal momento che essa è stata riconosciuta superflua sul campo di battaglia, dove si sta per scatenare una guerra, qualunque sia la scelta che Arjuna prenderà.
Come atto strumentale, inoltre - secondo tale visione - la scelta sacrifica il presente per un futuro semplicemente auspicato, il classico fine che giustifica il mezzo, a qualunque estrema violenza esso possa condurre.

Ma la consapevolezza che determina il gandhiano sacrificio del mezzo per un determinato scopo non è mai abbastanza, per alcuna scelta morale. 
L'assenza di tale consapevolezza, inoltre, inevitabilmente squalifica tutti, ma non l'élite intellettuale e politica che deve esercitarla con il relativo senso di giustizia.
E' per tale motivo che il Mahatma rifiuta la libertà di scelta come un degradante segno di gerarchia. Si deve fare il proprio dovere solo per principio, senza considerare né le cause, né le conseguenze.
E con questo egli ripudia, inevitabilmente, la sua precedente carriera di avvocato di "coscienza" (che d'ora in avanti chiamerà "la voce interiore") come forma di narcisismo.
Al posto della scelta, della libera volontà e della "coscienza" - quella vecchia del giovane avvocato - egli raccomanda il sacrificio come l'unico atto morale, universale e disponibille per tutti.

Ma a causa di tale visione filosofica, quel campo di battaglia che vedeva schierati i Pandava e i Kaurava divenne il luogo dove il capitolo della storia indiana giunse alla fine, con la separazione del Pakistan.
Divenne il luogo dove la vita di colui che dominò per decenni la vita politica indiana giunse alla fine, drammaticamente.
Divenne il luogo dove esseri umani con una disposizione pacifica non troppo distante dal suo pacifismo, dovettero rinunciare alla loro vita.
Divenne il luogo dove una società cosparse il suo sangue come conseguenza della falsa nozione di una presunta unità Hindu-Musulmana, mostrando al Mahatma gli squarci aperti e la sofferenza dei loro cuori, nei racconti delle storie di migliaia di vittime della Partizione.
Divenne il luogo dove quegli esseri si aspettavano che le loro ferite sanguinanti trovassero una voce che raccontasse al mondo le loro strazianti sofferenze.
Divenne il luogo, infine, dove sicofanti egoisti si raccolsero attorno a Gandhi, dandogli l'impressione che questa politica di non-violenza sarebbe stata totalmente vittoriosa e che tale rivoluzione politica sarebbe  stata portata avanti senza che fosse versata una sola goccia di sangue.

Il prossimo 15 Agosto saluteremo ancora una volta l'Indipendenza dell'india, ma il nostro pensiero andrà a quelle migliaia e migliaia di martiri il cui ricordo è annebbiato, offuscato, eclissato dalla figura di un personaggio la cui vita potrà, in futuro, essere riletta e raccontata con il linguaggio asettico, impassibile della Storia.

Fine