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"Simultaneamente ai colpi sparati da me a Gandiiji, anche la mia vita è giunta alla fine. Da quel momento ho trascorso i miei giorni come in trance e in meditazione. Sono pronto a riconoscere che Gandiji ha subito sofferenze per il bene della Nazione. 
Mi inchino rispettosamente davanti a lui e al suo servizio. Ma persino questo servitore della patria non aveva il diritto di vivisezionare il paese, ingannando il popolo. 
Non desidero nessuna pietà per me. E non desidero neanche che qualcuno, al posto mio, implori pietà.

Se la devozione al proprio Paese equivale a un peccato, allora ammetto di aver commesso questo peccato. Ma se questo è degno di lode, umilmente ne rivendico il merito. La fiducia per il lato morale della mia azione non è stata scossa neanche dalla critica mossa contro di esso da tutti i fronti.
Non ho dubbi che gli onesti scrittori della storia soppeseranno il mio atto ed un giorno, in futuro, troveranno il valore effettivo dello stesso."
Nathuram Vinayak Godse. Novembre 1948

Sono le parole di colui che in quel lontano 30 Gennaio 1948 mise fine alla vita di Gandhi con tre colpi di pistola durante un incontro di preghiera  presso la Birla House, a New Delhi. Quanti anni debbono passare perché un avvenimento possa essere valutato solamente sotto il profilo storico, e quindi deprivato di quei sentimenti umani che sono inestricabilmente, inevitabilmente legati alla vicenda?

Tutto ciò che noi occidentali conosciamo di quei giorni drammatici e degli eventi che portarono il Padre dell'India a coronare il sogno di una vita, la liberazione dal dominio britannico, nella maggior parte dei casi ci viene dalle bellissime immagini dell'opera  del regista Richard Attenborough, oppure dalle pagine dell'autobiografia "La mia vita per la libertà" o altri scritti con i quali il Mahatma divulgò la dottrina dell'Ahimsa, la non violenza.
E' del tutto sconosciuta, invece, la figura dell'assassino del Mahatma, se non per aver assistito alla breve apparizione del protagonista durante la proiezione del film Gandhi. L'emozione che scandisce quei brevissimi attimi nell'animo dello spettatore ce lo dipingono come un folle, un mostro, un esaltato. 


Ai colpi di rivoltella sparati sembra far eco la flebile esclamazione del Mahatma "Hey Ram" (Oh Dio) prima di morire.
"No, non esclamò questo...si trattava di una pistola automatica con sette pallottole...quando queste pallottole passano attraverso punti cruciali come il cuore, la coscienza se ne va immediatamente... C'è stato un film ed alcuni colleghi di Ben Kingsley hanno recitato nel film... alcuni mi hanno chiesto se effettivamente Gandhi pronunciò "Hey Ram"...ho risposto che lo fece Ben Kingsley e non Gandhi, perché quella non fu una rappresentazione drammatica..."

Sono le parole di Gopal Godse, il fratello di Nathuram rilasciate in una intervista al settimanale Time nel Febbraio del 2000. Gopal Vinayak Godse, nel processo per l'assassinio di Gandhi, fu accusato del reato di cospirazione e condannato al carcere duro a vita nelle prigioni dell'India. Fu liberato il 13 Ottobre 1964.
Ha scritto il libro Why I assassinated Mahatma Gandhi - The Events, the Accused and the Epilogue (prima edizione 1998) potremmo dire a nome di Nathuram, che fu condannato all'impiccagione. La sentenza fu eseguita il 15 Gennaio 1949.

Molti degli argomenti che verranno trattati in questo articolo sono tratti dal libro in questione, altre considerazioni si basano sul famoso volume scritto da Alain Daniélou - Storia dell'India e sulle recenti interviste fatte alla figlia di Gopal Godse, tutt'ora vivente, Hinani Sarvarkar dal settimanale indiano The Week.
"Avevo dieci mesi quando mio padre venne arrestato ed ero al college all'epoca del suo rilascio.Fummo emarginati; i compagni di scuola non volevano giocare con me o con mia sorella; non volevano mostrarci né prestarci libri; bisbigliavano tra di loro che mio zio aveva ucciso Gandhiji e nessuno avrebbe dovuto parlare con noi. Ma noi indiani non amiamo la violenza e Nathuram non era differente dagli altri. Ma non ci fu altra scelta... altrimenti perché l'avrebbe fatto? Aveva forse alcuna inimicizia personale con Gandhi? Bilkul nahin (assolutamente no); Unhone pranam kiya tha un ko marne se pehle (egli salutò Gandhi prima di ucciderlo); Gandhiji ne bhi desh ke 
liye kuch kiya hai (anche Gandhiji fece qualcosa per il paese)

In tutte queste dichiarazioni scritte o verbali ricorre il suffisso Ji posto dopo il nome di Gandhi. Il suo uso grammaticale nella lingua hindi denota un profondo senso di rispetto e di riverenza. Come può un omicida rivolgersi al suo presunto nemico adoperando frasi di rispetto?
Che tipo di uomo era l'assassino del Mahatma? Scrittori di fama si sono avventurati nel tentare di descrivere il soggetto. E facendo ciò hanno distorto le cose, sostituendo bugie ai fatti puri e semplici, indulgendo in dannose insinuazioni e usando tali insinuazioni per costruire i loro lavori letterari.
Essi hanno fatto ricorso al sensazionalismo a buon mercato per assecondare l'umore dei lettori e distorcere la storia.

"Gli storici onesti soppeseranno il mio atto e troveranno il suo reale valore, un giorno, in futuro" (Nathuram Godse)
Ogni legge attribuisce un valore di santità alle dichiarazioni del moribondo. Quella di Nathuram Godse, nelle circostanze in cui è stata fatta non può essere considerata da meno.
Negli articoli che seguono ripercorreremo le tappe storiche che hanno insanguinato la lotta degli hindu per l'affrancamento dal dominio colonialista, soprattutto in base ad una politica volta a favorire la supremazia di una minoranza musulmana in base alle strategie che Gandhi mise in atto e che portarono alla drammatica e sanguinosa separazione del Pakistan.

(segue)