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Capitolo II Sezione I - Ajatasatru brahmana

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1. Si narra di un oratore di indole superba, chiamato Balaki, appartenente al gotra dei Garkya. Disse, un giorno, ad Ajatasatru - re di Kashi - : "Vostra maestà, vi parlerò del Brahman". Ajatasatru, avendo udito ciò, rispose: "Per questa promessa, ti offro mille vacche, in modo che la folla accorra, gridando: "un Janaka, un Janaka!".

 

In questa sezione si tenterà una progressiva definizione della natura della Realtà, procedendo dal Brahman saguna , verso il Brahman nirguna attraverso la discussione sugli stati di veglia, sonno, sonno profondo. 
Balaki, figlio di Balaka appartiene al gotra  dei Garkya. 
Janaka fu un re generoso e liberale ma la sua fama è dovuta, soprattutto, alla sua profonda erudizione. 
Il Mahabharata descrive numerosi episodi della sua vita mettendo quasi sempre in risalto la sua fama di illustre filosofo.

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2. Gargya disse: "Quell'essere che è nel sole, solo lui io adoro come il Brahman". A ciò il re replicò: "Non mi parlare di lui. Io lo considero solamente come un essere preminente, come il sovrano di tutti gli esseri. Colui che così lo medita, diviene preminente egli stesso, risplendente, sovrano di tutti gli esseri".
 
L'esperienza meditativa di Gargya è, evidentemente, basata su un aspetto formale del Brahman, dal momento che egli lo identifica con il sole. 
Si tratta, appunto, di un livello meditativo inferiore, dove ancora non esiste la possibilità di affrancarsi dalla forma (sa-guna) per accedere alla realtà essenziale (nir-guna) dove il Brahman non può essere associato a nulla che cada sotto l'esperienza sensoriale. 

E' ben nota l'espressione negativa: "neti, neti..." (non è questo, non è quello...).
Il re Ajatasatru, invece, ha probabilmente già meditato sulla reale natura del Brahman, quindi respinge categoricamente tale insoddisfacente definizione, proposta dal superbo Gargya. 
E così continuerà a fare nei mantra successivi, sino a che la situazione si ribalterà completamente: l'istruttore diviene l'allievo e l'allievo diviene l'istruttore.
Queste situazioni paradossali sono ben conosciute da coloro che hanno una certa familiarità con la cultura indiana!

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3. Gargya disse: "Quell'essere che è nella luna, in realtà, io adoro e medito come il Brahman". Al che Ajatasatru replicò: "Non mi parlare di essa. Io medito su di lei come la grande, dalla candida veste, come il re Soma. Per colui che così medita, il soma è prodotto in abbondanza ogni giorno, il suo cibo non si esaurirà mai.
 

 L'associazione, ora, è posta sull'astro che risplende di luce riflessa e che viene, nella filosofia, associata alla mente. 
In tal caso Gargya identificherebbe il Brahman con quell'entità che esperimenta i frutti delle azioni quotidiane!
Il re Ajatasatru, invece, associa la luna al simbolo della purezza, al Soma impiegato nei sacrifici, al cibo... 
Che genere di cibo? Si ricordi quanto affermato dalla Upanishad nella sezione IV, mantra VI.

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4. Gargya disse: "L'essere che è nel lampo, io medito come il Brahman". Ajatasatru rispose: "Non mi parlare di lui. Io lo considero come l'essere luminoso. Colui che medita su di esso diviene luminoso, così come la sua progenie".
 
La luce è solamente una forma della luminosità ed il lampo è sovente indicato come una limitata forma di intuizione, certamente non identificabile con la Luce delle luci.

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5. Gargya proseguì: "Vostra maestà, quell'essere che è nel cielo, solo lui io medito come il Brahman". Ajatasatru: "Non mi parlare di lui. Io lo considero solamente come l'essere pieno ed immobile; colui che medita ciò sarà pieno (purna) di discendenza e di armenti. La sua progenie non si estinguerà mai da questo mondo".
 
Il cielo, all'osservazione umana, è la dimensione immensa, piena (purna) ed immobile. tale immensità e pienezza, basate su una mera considerazione formale, non conducono oltre la semplice ricchezza materiale.
In sostanza, la Upanishad stà tentando di mettere in rilievo l'incapacità di Gargya di utilizzare il simbolo nella sua funzione specifica, riducendolo ad una semplice metafora che in tal caso potrebbe condurre, nella peggiore delle ipotesi, a pura e semplice idolatria.

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6. Gargya disse: "L'essere che è nell'aria, io medito come il Brahman". Ajatasatru: "Non mi parlare di lui. In realtà io medito sull'aria, come Indra, l'irresistibile, il conquistatore degli eserciti. Colui che medita su ciò diviene un conquistatore, invincibile, vincitore dei suoi nemici".
 
Gargya stà procedendo nella direzione diametralmente opposta a quella nella quale dovrebbe muoversi: verso gli effetti, anziché in direzione della causa, trattandosi della Realtà assoluta.
Ajatasatru ribadisce che l'aria ha, certamente, le caratteristiche dell'irresistibilità, dell'invincibilità e, per questo, viene tradizionalmente associata alla figura mitologica dell'esercito dei Marut e di Indra, re degli dei.

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7. Gargya disse: "Maestà, l'essere che è nel fuoco, io adoro come il Brahman". Ajatasatru: "Non mi parlare di lui. Io lo medito come un essere tollerante e colui che medita su esso diviene tollerante, così come la sua progenie".
 

 Il fuoco ha la proprietà di bruciare tutto ciò che in esso viene gettato, non respingendo nulla. 
La metafora si basa su tale qualità, che non prevede alcuna discriminazione. 
La tolleranza illimitata è una qualità dell'essere supremo nel quale ogni creatura, indistintamente, desidera fondersi.

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8. Gargya proseguì: " In realtà, vostra Maestà, è l'essere che è nell'acqua che io medito come il Brahman". Ajatasatru rispose: "Non mi parlare di ciò. Io lo considero come l'essere in armonia con le scritture. Colui che così medita riceve solamente cose gradevoli ed armoniose e da lui nasce un figlio gradevole.
  

 Nel pensiero filosofico indiano, le acque sono considerate il substato dal quale scaturisce la manifestazione intera.
Vishnu nasce dalle acque primordiali [l'immagine della home-page di questo sito ne rappresenta l'allegoria].

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9. Allora Gargya disse: "Vostra maestà, il principio che è nello specchio, io medito come il Brahman". A ciò, Ajatasatru rispose: "Non mi parlare di ciò. Io medito su di esso come il rilucente. Colui che così medita diviene esso stesso rilucente e con qualsiasi cosa si confronti, egli la sorpasserà in splendore".
 
Se si medita su una circostanza che riflette (come, in questo caso, lo specchio) una determinata qualità, stiamo procedendo verso un tipo di consapevolezza "mediata". L'oggetto si "interpone" tra noi e l'essere distorcendo e, spesso, ostacolando la realizzazione immediata.

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10. Gargya disse: " il suono che proviene da colui che si allontana, questo io medito come il Brahman". Allorché Ajatasatru rispose: "Non parlarmi di ciò. Io lo considero solamente come la vita. Colui che medita su ciò, ottiene una lunga vita, il soffio non lo abbandonerà prematuramente".
  
Ancora un ulteriore fraintendimento sul simbolo e sulla realtà simbolizzata. 
Se Gargya avesse affermato di meditare sul suono stesso, anziché sull'effetto materiale che il suono produce, probabilmente sarebbe stato vicino ad un corretto sentire.
In tutte le tradizioni, ed in particolar modo quella indiana, la Creazione nasce dal suono (la Om od il Verbo). 
Gargya, invece, non ha colto ancora questa realtà e continua a girare attorno ad una definizione del Brahman il quale è, di per sé, indefinibile.

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11. Gargya proseguì: "In realtà sono i punti cardinali che io medito come il Brahman". Ajatasatru: "Non parlare in questo modo. Io medito su questa realtà, come gli dei inseparabili. Colui che così considera, non sarà mai privo di un compagno, ed il suo seguito non si allontanerà mai da lui".
  
Le direzioni dello spazio rappresentano, metaforicamente, le differenti condizioni dell'esistenza. 
Quasi a colmare e a "sanare" tale frammentarietà, la mitologia indiana propone, a divinità tutelari, gli Asvin, gemelli inseparabili. 
La visione corretta sarebbe quella di vedere il Reale, dietro l'irreale; l'omogeneità dietro la frammentazione e la separatività. 
Ma non sembra che l'illustre Gargya abbia centrato l'obiettivo.

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12. Gargya disse, ancora: "In realtà, l'essere che possiede un'ombra io medito come il Brahman". Rispose Ajatasatru: "Non questionare in tal modo. Io medito su ciò come l'idea della morte. Colui che così lo considera, in questo mondo ottiene l'integrità della durata della sua vita. La morte non lo coglie prima del tempo.
  
Siamo ancora nel pieno della visione fenomenica, nonostante Gargya, in un tentativo quasi commovente, tenti di portare le argomentazioni su un piano meno materiale; non riesce, tuttavia, ad affrancarsi da questa prigione intellettuale. L'ombra è il contrario, l'aspetto negativo di un oggetto. 
Se l'unica Realtà è il Brahman, questo mondo rappresenta l'irrealtà sostanziale delle cose. 
Non sfuggirà certamente che nelle prime battute, questa Upanishad fa scaturire l'esistenza del mondo stesso dalla morte (mrityu).

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13. Gargya proseguì: "Vostra maestà, questo Sé che è in una persona, io medito come il Brahman". Rispose Ajatasatru: "Non esprimerti in questo modo. Io medito su di esso solamente come uno che possiede il Sé.Colui che così medita, avrà un Sé [una coscienza] così come la sua stirpe. Allora Gargya tacque.
  
Non possiamo non convenire come durante tutto questo processo Gargya si stia affrancando dalla visione ottusa dalla quale era partito. Ora gioca la sua ultima carta e chi di noi, onestamente, si sentirebbe di non essere d'accordo su quest'ultima intuizione?
Eccolo lì: Gargya è l'umanità intera, nel suo faticoso cammino verso l'affrancamento dall'ignoranza. 
Anche se molto vicina alla verità, questa risposta non soddisfa pienamente il Re che, dal canto suo, ha già realizzato il Brahman, ma non se ne fa vanto: poiché è perfettamente inutile.
Il Sé di un singolo uomo è solamente un aspetto limitato e limitante del Sé universale, il quale non può essere identificato da nulla.

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14. Ajatasatru chiese: "E' tutto qua?". Gargya replicò: "E' tutto qua". Ajatasatru replicò: "Attraverso tale conoscenza, il Brahman non può essere compreso". Rispose Gargya:" Accettami come discepolo".
  
Siamo nel pieno della Tradizione ortodossa: benché intelligente e colto, Gargya non potrà realizzarsi senza prima farsi discepolo ai piedi di un maestro.

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15. Disse Ajatasatru: "Tutto ciò è contrario al costume in voga, che un Brahmano chieda ad uno Kshatrya l'insegnamento; tuttavia ti istruirò sulla conoscenza del Brahman".
Prendendolo per mano lo condusse accanto ad un uomo che stava dormendo: "O grande, dalle bianche vesti, o Soma". Ma l'uomo non si mosse. Quindi lo toccò con una mano e questi si svegliò.
    

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16. Ajatasatru disse: "Quando quest'uomo era profondamente addormentato, dove era la sua coscienza, e da dove è tornata?".
    

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17. Ajatasatru soggiunse:" Quando questa persona dormiva la sua coscienza, ritirando la consapevolezza degli organi sensoriali, si ritraeva nello spazio del cuore. E fintanto che qui si trattiene, si dice che questa persona dorma. Allora questo essere trattiene l'olfatto, la parola, la vista, l'udito e la mente.
  

 Secondo la Tradizione, il centro del cuore è il luogo dove la coscienza si ritira quando un individuo è addormentato e dal quale gli organi dei sensi operano in una forma cosciente nello stato di veglia.
Il cuore è il simbolo del Brahman. Differenti canali di coscienza balzano dal centro del cuore e qui ritornano, come i diversi raggi di una ruota, tenuti insieme dal mozzo. 
Vanno nelle innumerevoli direzioni attraverso i sensi e si oggettivano in nome, forma e azione.
Allorché questi canali si ritraggono, l'individuo cade nel sonno e la coscienza sensoriale è unificata all'autocoscienza; da ciò scaturisce il senso di felicità: ananda.
La risposta alla prima domanda di Ajatasatru è che durante il sonno profondo la coscienza individuale viene unificata con la sua origine: la coscienza universale.

Ambedue cessano di essere, in quanto individualità ed universalità sono strettamente dipendenti. Senza l'una non può esistere l'altra e quando viene ad esistenza l'una, anche l'altra appare.
Nel sonno profondo i cinque Kosha di cui è composto l'individuo (jivatman) e cioè:

  • anna maya kosha - l'involucro fatto di sostanza (cibo)
  • prano maya kosha - l'involucro energetico
  • mano maya kosha - la componente dei processi mentali
  • vijnana maya kosha - l'aspetto intellettivo (conoscenza intuitiva)
  • ananda maya kosha - l'involucro di beatitudine
insieme all'universo intero si ritirano nell'Atman. 
L'Atman resta in sé stesso nella originaria purezza, senza contatto con qualsiasi altro elemento, perché nulla esiste al di fuori di sé.
Per tale motivo lo stato di sonno profondo è quello più vicino all'Assoluto.
 

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18. "Quando egli si muove nello stato di sogno, questo è il suo mondo; egli diviene un Maharaja o un grande Brahmano; sperimenta condizioni di vita alte o umili. Come un grande Re egli si muove a suo piacimento nel regno circondato dai suoi vassalli, allo stesso modo che la sua coscienza circola nel corpo assistito dai sensi".
  
Questo mantra, per l'evidenza della sua argomentazione, si commenta da sé. Quante volte ci sarà capitato di provare durante un sogno, un effettivo dolore fisico, di percepire un odore sgradevole o, al contrario, un profumo sublime come normalmente avviene nello stato di veglia?

Nello stato di sogno (e non di sonno profondo) abbiamo le stesse percezioni materiali perché il Re (la coscienza) si muove sempre insieme ai suoi vassalli (le impressioni sensoriali).

A chi fosse interessato all'approfondimento di questi concetti, consigliamo la lettura della Mandukya Upanishad.

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19. Quando giace nel sonno profondo [sushupti] e l'individuo non ha conoscenza di nulla, le 72.000 garnadi chiamate hita partendo dal cuore si dirigono in ogni parte del corpo. Così come un fanciullo, un grande Re, o un grande brahmano avendo raggiunto un profondo stato di felicità può dormire, così questo sé riposa.
  
Continua la descrizione della fisiologia mistica del jivatman. 
Nella condizione descritta non vi è più differenza tra soggetto ed oggetto, tra me ed il mondo, tra microcosmo e macrocosmo: ciò avviene indifferentemente nel fanciullo, in un potente Re, in un grande letterato. 
Questo stato è caratterizzato dall'assenza di dualità e non, ovviamente, da assenza di coscienza. 
Tale dualità è invece presente, come abbiamo visto, nei precedenti due stati: di veglia e di sogno.

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20. Come un ragno si muove attraverso il filo che produce, o così come le scintille sprigionano dal fuoco, ugualmente da questo Sé emanano tutti i sensi, tutti i mondi, tutti gli dei e tutti gli esseri. La conoscenza dell'Atman è la "verità delle verità"; i sensi sono il reale; l'Atman è la loro realtà.
  
L'origine dell'intero Universo, degli uomini, di tutte le forme di esistenza, di tutti gli organi dei sensi è il supremo Sé che è anche il sé dell'uomo che dormiva.
In questa disquisizione, partendo dal grossolano ci siamo approssimati ad elementi sempre più sottili, fino ad arrivare ad una impossibilità descrittiva. Ma se abbiamo capito il senso, chi può proibirci di meditare il Brahman in un sasso inerte?
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