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Sezione IV - Purushavidha Brahmana 

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1. In principio tutto ciò era il Sé, nella forma di una persona. Guardandosi attorno, egli non vide altri che sé stesso. Disse, allora:"Io sono". E' per questo motivo che venne chiamato Io. Perciò anche ai nostri giorni, quando una persona viene chiamata, essa risponde:"Sono io", e dopo aver detto ciò egli dichiara il nome che possiede. Siccome Egli fu il primo, venne ad essere conosciuto come Purusha. Colui che così conosce, brucia chiunque desideri anticiparlo (sopraffarlo). 

 
Si è giunti ad una fase dove la Creazione comprende tutta la conoscenza (simbolizzata dai tre Veda) ed il mezzo per raggiungerla (l'udgitha). Non è stato ancora delineato chiaramente il soggetto o i soggetti che tale realtà possono percepire. A questo punto si giungerà ad una inevitabile diversificazione nella visione del mondo. Ma ciò che l'autore, in questa sezione, mette in risalto è la comune origine di tutti gli uomini:Purusha. Esso è la "persona" o, se vogliamo, " l'in-dividuo", nel senso della personalità non divisa o frammentata.

 

Ecco perché chiunque di noi venga chiamato, risponde dapprima: "io sono..." ribadendo così la comune origine, e solo successivamente dichiara il nome proprio, che lo diversifica da tutti gli altri. L'etimologia stessa del termine Purusha conduce a questo significato. 

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 2. Egli ebbe paura; è per tale motivo che quando si è soli si ha paura. Pensò:"Dal momento che non c'è nessun altro tranne me, di chi posso aver paura?". E' solamente a causa di ciò (di questa riflessione) che tale paura si allontanò. Essa, certamente, sorge solo a causa di un secondo.

 

Il mantra mette in risalto l' ignoranza che sottende la condizione di "dualità". Tale separatività  ci permette di sperimentare la vita umana nella sua realtà quotidiana ma, al tempo stesso, ci priva inesorabilmente di quel senso di pienezza che può scaturire solo dalla consapevolezza di essere un tutt'uno con il principio universale dal quale deriva tutto l'Universo.

La maggior parte dei sistemi filosofici indiani tendono a sottolineare questa condizione dell'uomo ed attraverso le varie discipline (tra le quali lo yoga) a ripristinare la condizione originaria di pienezza . 

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 3. In realtà, Egli non si sentiva pienamente soddisfatto; perciò nessuno si sente felice quando è solo. Desiderò un secondo a sé stesso. E cominciò a crescere diventando grande quanto un uomo e una donna intimamente abbracciati. Quindi divise questo corpo in due: perciò vennero ad esistenza lo sposo e la sposa. E' così che Yajnavalkya, successivamente, dichiarò: "Il corpo di ciascuno è simile alla metà di un seme. Perciò questo spazio (vuoto) è colmato dalla sposa. Egli si unì ad essa e nacquero gli esseri umani".

 

L'uomo è abituato a sperimentare la felicità solo attraverso il possesso di ciò che rappresenta l'oggetto del desiderio: cose o persone, affetti...ecc. Se è vero questo assunto, allora, alla mancanza di desiderio corrisponde un senso di insoddisfazione. E' l'eterno destino dell'uomo, quello di dover continuamente cercare fuori di sé. Il primo uomo colma questa lacuna esteriorizzando e, diciamo così, materializzando il desiderio. E' così che nasce la dualità e, con essa, la visione duale del mondo. A partire da questa dualità (necessaria per vivere il mondo) l'uomo farà di tutto per affrancarsi da quel senso di incompletezza o attraverso il possesso di beni o mediante il tentativo di ricongiungersi (non di identificarsi) con l'origine dalla quale deriva, tipico delle relgioni monoteiste. Tale realtà, per quanto "fagogitata" rimarrà pur sempre esterna e diversa dall'individuo come eterna condizione di dipendenza.

 

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4. Ella (la metà femminile) pensò:"Avendomi originata da Sé stesso, come potrà mai accoppiarsi a me?" Sarà necessario che mi nasconda. Avendo pensato ciò si trasformò in una vacca, l'altro divenne un toro e si accoppiò ad essa. Da ciò scaturì la discendenza. Lei diventò una giumenta, lui uno stallone e si accoppiò ad essa. Una divenne un'asina, l'altro un asino e si unì ad essa. Da questa unione nacquero gli animali con gli zoccoli. Una diventò una capra, l'altro un becco accoppiandosi ad essa. Lei diventò una pecora, lui un montone, unendosi ad essa. Da ciò nacquero capre e pecore. Così, in verità, fu creato tutto ciò che esiste nella duplice forma di una coppia, giù fino alle formiche.

 

L'origine incestuosa della prima coppia è l'argomento centrale di questo mantra. Il tema viene ripreso frequentemente nella produzione filosofica e religiosa dell'India.  

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5 .Egli pensò:" In verità io sono la creazione, in quanto ho creato tutto ciò". Perciò venne ad essere conosciuto come Creazione. Colui che così conosce diviene il creatore di questa creazione.
 
Il mantra rappresenta un ulteriore spunto riflessivo verso il ripristino morale della condizione originaria dell'uomo.

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6. Quindi procedette alla zangolatura. Creò il fuoco dal suo utero - la bocca e le mani. E' per tale motivo che queste due non hanno peli all'interno, in quanto l'utero non ha peli al suo interno. Perciò, durante il sacrificio, quando viene detto:"Sacrifica a questa divinità; sacrifica a quella divinità" rivolgendosi ad ogni divinità separatamente, Egli solamente rappresenta questa multipla creazione, perché Egli stesso è tutti questi dei. E, ancora, qualunque cosa sia liquida qui (in questa terra) Egli la produsse dal seme che è il soma.Questo rappresenta, in verità, tutto ciò: il cibo ed il consumatore di cibo. La luna è il cibo, il fuoco è il consumatore del cibo. Questa è la super-creazione del Brahman, nella quale creò gli dei, superiori a lui; quindi creò gli immortali, essendo esso stesso un mortale. Perciò questa è una super creazione. Colui che così conosce diviene un creatore nella super creazione.
 

La zangolatura è un procedimento attraverso il quale dal latte si ricava la sua essenza: il burro. Questa immagine è ripresa spesso anche nei Purana dove gli dei frullando le acque dell'oceano, ne ricavano i tesori quali principi universali. In questo mantra il Purusha, dalla "zangolatura" della sua bocca e delle sue mani crea il principio del fuoco, consciuto anche come Agni. Questa figura divina riveste un'importanza particolare nella gerarchia delle caste sociali. E' il principio che governa la prima casta: quella dei Brahmani e invocato spesso durante lo svolgimento dei riti. Così i Brahmani hanno origine dalla bocca di Brahma (o dalla sua parola, i Veda). E' la parte più pura dove non crescono peli. I testi continuano, sostenendo che dalle braccia di Brahma fu creato Indra, che governa la casta degli kshatriya. Dalle sue cosce originano gli otto Vasu [nota_6]che governano i vaishya . Dai suoi piedi nacque Pushan che presiede alla casta degli shudra. Conoscendo ciò, non ha senso sacrificare a quella o quell'altra divinità, in quanto Egli le rappresenta tutte. Si tratta di una super creazione in quanto in questa opera vengono ad esistenza non solamente quegli elementi che compongono il mondo, ma anche i principi - immortali - che lo governano. E tutto ciò origina proprio da Lui che è "mortale" (le sezioni precedenti del testo affermano che sua origine è Morte).

Recita la Taittiriya Upanishad: "Io sono cibo, sono cibo, sono cibo! Io mangio il cibo, mangio il cibo, mangio il cibo!...Dal cibo nascono le creature che sono sulla terra e unicamente di cibo vivono e alla fine ad esso ritornano"Il cibo, naturalmete, non è solo quello che mastichiamo, ma anche e soprattutto quello di cui si nutre la nostra mente, quello che è "mangiato" con gli occhi, con le orecchie e che può avvelenarci ancor più degli alimenti corrotti.. Nella specificità del mantra, l'acqua rappresenta il principio vitale per eccellenza; la luna (soma) lo simbolizza in quanto governa le acque. Il fuoco è tutto ciò che consuma (si pensi al fuoco gastrico che consente di digerire ed assimilare gli alimenti). Da un punto di vista più interiore e adoperando la frequente simbologia: luna----->mente e fuoco--->spirito, possiamo affermare, nuovamente, che la luna è il cibo di cui si nutre il fuoco.

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7. Tutto ciò era nello stato immanifesto. Egli differenziò sé stesso in nome e forma [nota_7] : questo si chiama così; quest'altro ha tale forma. Così anche oggi ogni cosa è differenziata dal nome e dalla forma: questo si chiama così; quest'altro ha tale forma. Questo Sé entrò nel mondo fino alla punta delle unghie, così come un rasoio nella sua custodia o il fuoco nel legno. Non lo si vede perché, diversamente, apparirebbe incompleto. Quando respira lo si chiama prana; quando parla lo si chiama parola; quando vede, occhio; quando ascolta, orecchio; quando pensa, pensiero. Tutti questi sono semplicemente nomi dei suoi atti. Perciò chiunque adori solamente quello o quell'altro dei suoi aspetti, egli non conosce, perché venendo qualificato solamente da uno di questi aspetti, esso appare incompleto. Occorre adorarlo solamente come il Sé, perché in lui è l'unità di tutte le cose. E' questo Sé, che è il Sé di tutto, che deve essere conosciuto perché attraverso esso tutto si conosce, così come attraverso l'impronta di un piede si può rintracciare l'animale smarrito. Colui che così conosce ottiene fama e liberazione.
 
E' una accorata filippica contro la visione parziale e settaria della realtà. Lo slancio monistico del mantra porta a riflettere sulla natura sacra della vita, in tutti i suoi aspetti. Ogni cosa che vediamo, che ascoltiamo, che fiutiamo, bella o brutta che sia, rappresenta un Suo aspetto. Quando ci scagliamo con veemenza contro qualcuno o qualcosa lo facciamo, senza saperlo, anche contro di noi: perché condividiamo la stessa nascita. Ma attenzione! Il mantra non ispira, seppur indirettamente, all'apatia totale. Il discernimento è simbolizzato proprio dalle Creazione distinta in nome e forma. Il libero arbitrio consente all'uomo di scegliere il bene (se lo vuole) e allontanare il male, così come fece prana con gli organi di senso nei precedenti mantra. Lo stesso insegnamento di Krishna, nella Bhagavad Gita, invita Arjuna a combattere contro i suoi parenti, rivali in battaglia, in quanto quello è il suo dharma (di guerriero), ma senza acredine e odio.

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8. Questo Sé è più caro di un figlio, più caro di un tesoro, più caro di qualsiasi altra cosa, perché è il più intimo. Colui che così lo considera, in tal modo deve risponedere a chi afferma il contrario: "Quella cara cosa perirà". Certamente avverrà questo fatto, ecco perché può affermarlo con certezza.. Occorre tener caro solamente il Sé ed occorre meditare su di Lui come il più caro. Colui che così riflette non dipenderà dalle cose periture.
 
Comincia ad affiorare il leit-motiv di questo pensiero filosofico: l'identità del Brahman con l'Atman. Tutto ciò che forma la creazione nel suo aspetto duale e separativo è perituro: ha un inizio ed una fine proprio perché, come si è visto, non è altro che una esteriorizzazione del creatore nella contingenza tipicamente umana: la paura della solitudine. L'unica cosa che resta è il Sé (Brahman) e la sua presenza nell'uomo (Atman).

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9. Tutti i saggi affermano che l'uomo pensa: "Mediante la conoscenza del Brahman, diventerò il tutto". Cosa, in realtà, il Brahman ha conosciuto ed in virtù del quale è diventato il tutto?
 
Qual'è l'oggetto di conoscenza che può accomunarmi al Brahman, visto che esso è in me? (Atman) Non si tratta certamente di una conoscenza discorsiva o enciclopedica. Ci viene in mente la profonda conoscenza di tanti santi cristiani dalle umili origini... E' una comune esperienza, che nella meditazione profonda si entra in una condizione di totale assorbimento non traducibile in argomenti logici e discorsivi; è ciò che il Guénon chiama "intuizione intellettuale" dove intelletto non è la comune intelligenza e intuizione non ha nulla a che vedere con il presentimento o la perspicacia. Il mantra precedente afferma che l'impronta dello zoccolo aiuta a ritrovare la bestia perduta. Il Brahman è immanente al mondo e, al tempo stesso, è trascendente, non limitato da esso. La realtà che l'uomo vive è maya, ma questa illusione è l'unica realtà di cui può disporre per ritrovare il Brahman.

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10. All'inizio questo Sé era il Brahman. Egli conosceva solamente sé stesso: "Io sono Brahman" ed Esso fu il tutto. Tra gli dei, chiunque realizzò questa identità, Lo divenne. Così tra i saggi [nota_8] e tra gli uomini. Realizzando ciò, il saggio Vamadeva disse:"Io divenni Manu ed anche Surya". Ancora oggi, chiunque realizzi ciò (io sono il Brahman) lo diventa. Persino gli dei non possono impedirglielo, in quanto egli diventa il loro sé. Colui che adora altra divinità, pensando:"esso è differente, io sono differente", costui non conosce. Egli è come una bestia per essi (gli dei). Così come le bestie sono necessarie all'uomo, egli è necessario agli dei. Se una singola bestia, quando viene perduta, causa dispiacere, figuriamoci molte! Perciò agli dei non piace che l'uomo realizzi questo Sé.
 
Prende sempre più corpo l'idea dell'identità tra Atman (il Sé incarnato nell'essere individuale) ed il Brahman (il principio universale, origine di tutto). Questa possibilità di "metamorfosi", che agli occhi del profano appare assurda, è identica sia per gli dei che per gli uomini. Questo mantra, pertanto, non è che la naturale conseguenza di quello precedente, dove ci si chiede come si possa diventare il Brahman: attraverso un semplice atto di consapevolezza. La "semplicità", certamente, non è sinonimo di "banalità". Realizzare non vuol dire semplicemente pensare.

 

Questo semplice atto di realizzazione contiene in sé, per la verità, tutto quel processo di affrancamento dal peccato che le religioni monoteiste descrivono in termini di penitenza, martirio, dolore, supplica ecc. Evidentemente, questa realizzazione presume che l'individuo abbia, quanto meno, compiuto il superamento della visione ordinaria della vita. Il rishi Vamadeva, realizzando ciò, poté affermare: "io ero Manu (il progenitore) ed anche il sole (Surya)" ottenendo l'identità con il Tutto. Diversamente, quando ancora non si realizza tale condizione, si è come animali aggiogati al potere dei sensi (gli dei).

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11. All'inizio il Brahman era l'unico (ad esistere). Essendo solo, Egli creò una forma superiore, il governo. I governatori fra gli dei sono Indra - Varuna  - Soma  - Rudra  - Parjanya - Yama - Mrityu  e Ishana [nota_16]. Perciò non c'è nulla che sia superiore a colui che governa. E' per tale motivo che nel rajasuya  il brahmano, dalla sua posizione inferiore, onora colui che governa (l'imperatore) e conferisce tale onore solo a questi. L'origine dell'imperatore è il brahmano. Perciò sebbene egli consegua una posizione di supremazia, alla fine del sacrificio prende rifugio solamente presso la sua origine. Chiunque disprezzi questi, distrugge la sua propria origine. Egli si macchia di un grave peccato, come colui che trasgredisce, ingiuriando il proprio superiore.
  

Questo mantra affronta la questione sul rapporto di supremazia tra la funzione sacerdotale e quella regale. Una questione che vide contrapposti l'Evola ed il Guénon, rispettivamente per l'imperatore e per il brahmano. Di conseguenza, la società si fonda sulla distinzione dei ruoli esercitati dalle quattro caste principali: Brahmani che detengono il potere spirituale; Kshatrya, che governano la società stessa; Vaishya, i quali producono la ricchezza e Shudra, una classe operaia ed artigianale. Tradizionalmente, questa suddivisione non è arbitraria ma riflette sin dall'antichità le predisposizioni naturali di ogni individuo le quali, nel corso del tempo vengono consolidate all'interno delle famiglie e dei clan. E' per tale motivo che l'istituzione venne chiamata Varnashrama Dharma, ossia la legge che regola le qualità e le predisposizioni degli individui in seno alla società. Se inizialmente l'accento venne posto non tanto sulla separazione delle funzioni individuali, quanto sulla identificazione dei principi che regolano ogni società: un'autorità intellettuale: brahmana; un potere esecutivo: kshatra; un potere finanziario: Visha ed una funzione coesiva operaia ed artigianale:shudra, con il passare del tempo e a causa dell'imbarbarimento di tali principi, l'istituzione venne ad essere inevitabilmente fonte di sopruso ed ingiustizia sociale. Va tenuto presente, comunque, che nel corso degli anni l'India a dispetto delle diversità etniche e geografiche, delle numerose conquiste, incursioni e razzie subite da parte di oriente ed occidente, ha saputo mantenere una sua unità morale e politica ed oggi vanta ancora il primato della più grande democrazia mondiale.

Purana parlano di una età dell'oro, Satya yuga, dove le differenze non esistevano ancora e gli uomini erano tutti brahmani. A causa della esteriorizzazione della coscienza e di un graduale decadimento del dharma, la semplice funzione intellettuale non fu più sufficiente a garantire l'armonia.

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12. Egli non era ancora in grado di manifestarsi. Creò visha; quegli dei che sono menzionati in gruppo: vasu, rudra, aditya, vishvedeva, marut.
 
La funzione imperiale non è ancora sufficiente, da sé, a garantire l'ordine sociale, per cui viene creato il principio economico, per garantire la collettiva acquisizione della riccheza. E' per tale motivo che le potenze che presiedono a questo principio sono nominate a gruppi. I Vasu sono otto; i Rudra undici; gli Aditya dodici; i Visvedeva tredici; i Marut quarantanove. Si tratta di divinità secondarie del pantheon vedico, care soprattutto al popolo.

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13. Quindi creò lo shudra, nella forma di pushan. Questa terra, in verità, è Pushan in quanto nutre tutte le cose.
  
Pushan è una divinità vedica; il suo nome significa: colui che nutre. Siccome la nutrice universale è la terra, essa viene denominata pushan. Si tratta della quarta casta la cui funzione, nonostante appaia la più umile, in realtà nutre il tessuto sociale attraverso la sua azione coesiva.In sostanza, vengono create le risorse del lavoro.

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14. Non essendo ancora in grado (da sé) di portare a termine questo grande impegno [della totale manifestazione], creò un principio superiore: dharma. Questa è la giustizia; è ciò che governa i governanti. Perciò niente è più grande della giustizia. Così un uomo indifeso può desiderare di aver ragione di uno potente mediante la giustizia, (come vien fatto) attraverso il sovrano. Ciò che è giusto è, altrettanto, vero. Perciò gli uomini dicono di uno che si esprime attraverso la verità: "Egli dice ciò che è giusto", o di un uomo che parla con giustizia:"Egli dice il vero". Perché solo questo dharma può essere, insieme, giustizia e verità.
  
Come può, questo mantra, nella sua incantevole spontaneità, non suscitare un leggero turbamento dell'animo? E come sarebbe possibile commentare queste righe, senza correre il rischio di brutalizzarle? 

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15. Questo esiste: il brahmana, lo kshatrya, il vaishya, lo shudra. Egli attraverso il fuoco (Agni) venne ad essere brahmana tra gli dei ed attraverso il principio stesso del brahmana, venne ad essere tale tra gli uomini. Mediante il principio del governo [kshatra] venne ad essere uno kshatrya; mediante il visha un vaishya; mediante lo shudra [il principio] uno shudra. Perciò ciascuno persegue i propri obiettivi tra gli dei mediante il fuoco e tra gli uomini attraverso il brahmana; perché è attraverso queste due forme che il creatore manifestò Sé stesso. Perciò chiunque abbandoni questo mondo senza aver realizzato il proprio obiettivo, questo (essendo rimasto sconosciuto) non potrà aiutarlo così come nel caso dei Veda non recitati o di una buona azione non compiuta. Senza conoscere ciò, anche un atto di grande merito, alla fine non darà i suoi frutti. E' per questo che occorre adorare il proprio sé (atman) come l'unico obiettivo. Colui che fa dell'adorazione del proprio atman il suo vero scopo, avrà sempre il merito delle proprie azioni; qualunque cosa desideri, la otterrà.
  
Questo mantra ruota tutto attorno al concetto del dharma. Il creatore stesso, deve la sua origine al dharma e così tutta l'umanità, la quale viene concepita secondo la tradizionale struttura sociale delle caste.

Quest'ultimo termine, purtroppo, nella nostra lingua non rende appieno il significato che gli indiani attribuiscono alla parola varna. Varnashramadharma [Varna+ashrama+dharma = l'istituzione che si basa sulla regola della propria origine] garantiva nell'antichità il rapporto arminioso ed equilibrato tra i membri del tessuto sociale.Il termine varna si traduce comunemente con colore, ma se ci si limita a quello della pelle, allora l'interpretazione di varnashramadharma assume una caratterizzazzione schiettamente razzista. 

Se invece a questa parola si conferisce (come dovrebbe essere) un significato molto più ampio interpretandola come l'elemento che distingue le cose tra di loro, così come un fiore non è una vacca ed una persona riflessiva e mite non ha niente a che vedere con una impulsiva ed iraconda, allora il significato di dharma comincia a delinearsi meglio nella nostra mente. Si pensi ad un'arancia: dharmi è il frutto e dharma è la sua forma sferica, il colore, il sapore ecc.;tutte qualità che sono inseparabili dall'arancia. 
Esso è il gene che contiene in sé un programma di espansione evolutiva ed insieme il potere dinamico che conduce lo sviluppo da uno stadio all'altro. Il comportamento di un individuo, che chiamiamo comunementekarma, non è altro che la naturale scaturigine di ciò che quell'individuo è. Quindi, secondo questo pensiero, il brahmano è il brahmano (perchè il principio del brahmana è il suo dharma) lo kshatrya è lo kshatrya [cioè,non lo diventa] perché ha lo kshatra come dharma, il vaishya è il vaishya, ecc. Se questa regola, che è identica per tutti i piani dell'esistenza può essere, nel caso degli individui, stravolta da istanze sociali, politiche ecc.come nel caso della società attuale, essa resta immutata nell'ordine universale, dando luogo a quello che chiamiamo universo (ciò che scorre sempre in uno stesso verso); diversamente sarebbe il caos. In tal caso possiamo definire dharma come: legge, regola, sostegno (dalla radice dhar=sostenere) ecc.

 

Questi principi di diversificazione che daranno origine alle caste sono simultaneamente presenti nel Purusha e restano latenti in esso, finché la creazione non si sviluppa. Successivamente, nel passaggio dalla potenza all'atto, essi rappresentano il lato psicologico del desiderio di manifestarsi.

Mediante il principio igneo (il fuoco purificatore) che è il suo dharma, il Creatore venne ad essere Agni tra gli dei e il brahmano tra gli uomini. Oppure: gli individui perseguono il loro obiettivo fra gli dei attraverso il fuoco (rituale, quindi Agni) e tra gli uomini mediante una nascita come brahmano. 
Si comprende così la figura di estremo rilievo che i brahmini ricoprono nella società indù. E così fu, è e sarà per tutti gli individui che nascono in questo mondo. 

Coloro che spendono la propria vita senza realizzare la loro insita natura (cercando di diventare quello che non sono) non avranno, nel processo evolutivo dopo la morte, alcun sostegno (dhar) dal loro dharma in quanto lo hanno disconosciuto. Così come i Veda mai recitati (e quindi non conosciuti a memoria) non possono aiutare nella esecuzione di un rito, oppure un atto di magnanimità non dà effetti morali se non è supportato da uno spirito caritatevole.

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16. Questo sé è il sostegno di tutti gli esseri. Qualsiasi offerta egli faccia nel fuoco e qualsiasi sacrificio egli compia, egli per ciò diviene il sostegno degli dei. Per qualsiasi cosa venga recitata o studiata, egli diviene il sostegno dei Rishi. Per qualunque offerta egli faccia ai Mani o per il desiderio di una posterità, egli diventa il sostegno di questi. E' il sostegno degli uomini per le elemosine e le offerte di cibo. Per il foraggio e l'acqua egli diviene il sostegno degli animali. Nella sua casa bestie, uccelli e persino le formiche trovano riparo: per questo motivo egli diventa il loro sostegno. Così come si desidera sicurezza per sé stessi, altrettanto tutti gli esseri la desiderano per colui che così conosce. Tutto ciò è stato conosciuto e realizzato.
  
Viene introdotta l'istituzione della famiglia. Il sé si riferisce al capo famiglia che ha raggiunto l'unione con l'atman. Egli riconosce l'atman in tutto ciò che esiste; persino i riti ai quali potrebbe sottrarsi, avendo raggiunto un alto grado di realizzazione, gli appaiono in una diversa prospettiva. Si fa riferimento ai cinque sacrifici: agli dei, ai rischi, ai mani, agli uomini, agli animali. Gli dei sussistono nella misura in cui vengono loro fatti dei sacrifici. Altrettanto i rishi (antichi saggi) si perpetuano per la continuità nell'impegno dello studio dei testi sacri. Attraverso le offerte di pinda (palle di riso) ai mani si perpetua la memoria degli antenati psichici, ecc.

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17. In origine questo sé era solo. Egli desiderò: "Possa io avere una sposa e quindi procreare, quindi avere ricchezza e compiere gli atti rituali". Tutto ciò è quanto si desidera. Non si potrebbe avere desiderio più grande. Per tale motivo chi è solo ancora oggi desidera:" Possa io avere una sposa e procreare; conseguire la ricchezza e compiere gli atti rituali". E finché gli manca una sola di queste cose, egli si sente incompleto. Ecco, in verità la sua ricchezza: il pensiero è il suo sé, la parola la sua sposa, la forza vitale la sua progenie. La vista è la ricchezza mondana, perché è con essa che la si gode. L'udito la ricchezza divina, perché questi insegnamenti sono ottenuti attraverso di esso. Il corpo è il suo karma, perché è con esso che lo si compie. Questi sono i cinque sacrifici, queste le cinque vittime, questi i cinque modi di essere uomo. Colui il quale così conosce ottiene il tutto.
  
Il mantra inizia con la descrizione dell'uomo comune che spende la propria esistenza alla ricerca della stabilità economica e sociale. Ma siccome lo studio di questa Upanishad è indirizzato a colui che ha intrapreso una via differente, si delinea immediatamente la visione spirituale della vita. Il pensiero,o la mente (manas) è il capo-famiglia e la parola la sua sposa, giacché essa segue sempre il pensiero, così come fa la sposa con lo sposo (nella società tradizionale). La forza vitale simbolizza la progenie; è il risultato della collaborazione tra il pensiero e la parola, è la sua personalità espressa. Le meraviglie di questo mondo sono fruite, soprattutto, attraverso la vista e questa è la vera ricchezza mondana, non il loro possesso. La ricchezza divina, infine, deriva dalla possibilità di percezione dei sacri suoni: i Veda.