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L'espressione yajna (sacrificio) risale al periodo degli inni vedici e deriva dalla radice yaj che significa 'adorare'.
L'oggetto dell'adorazione veniva chiamato Yajata nel linguaggio vedico e si riferiva a manifestazioni senza forma dell'Essere Supremo, per la cui adorazione non era necessaria la presenza di alcun tempio materiale, ma semplicemente di un altare fatto di mattoni.

 

Il Purusha aveva mille teste, mille occhi, mille piedi; egli avendo circondato da ogni parte la terra, le sovrastò ancora di dieci dita.
Il Purusha è tutto questo universo, ciò che fu e ciò che sarà. Ed è signore dell'immortalità degli dei che cresce sempre più mediante il cibo sacrificale.
Tanta è la grandezza di lui, e anche più grande di così è il Purusha: un quarto di lui sono tutti gli esseri, tre quarti di lui è l'immortale nel cielo.
Per tre quarti alto salì, un quarto di lui si riprodusse in questo mondo; da qui si è disteso in tutte le direzioni, in ciò che mangia e in ciò che non mangia.
Quando gli dei apprestarono il sacrificio col Purusha come offerta, la primavera fu il burro fuso, l'estate la legna, l'autunno l'oblazione.
Da questo sacrificio fu raccolto il burro fuso, spruzzato con latte: ne fecero gli animali dell'aria, della foresta e del villaggio.
Da questo sacrificio nacquero le Rik [RigVeda] e i Saman [SamaVeda] da questo nacquero i Chandas [AtharvaVeda] da questo il Yajus [YajurVeda].
Da questo nacquero i cavalli e le bestie che hanno i denti sopra e sotto; da questo nacquero i buoi; da questo nacquero le capre e le pecore.
Quando divisero il Purusha, in quante parti lo fecero? Che cosa è chiamata la sua bocca, che le braccia, che cosa sono chiamate le cosce e i piedi?
Il Brahmano fu la sua bocca, le braccia divennero lo Kshatrya, le sue cosce il Vaishya, dai piedi nacque lo Shudra.
La luna nacque dalla mente, il sole nacque dall'occhio; dalla bocca Indra e Agni, dal respiro nacque Vayu.
Dall'ombelico originò l'atmosfera, dalla testa il cielo, dai piedi la terra, dall'orecchio i punti cardinali: così formarono i mondi.
Sette furono i legni che recingevano il fuoco, tre volte sette legni da bruciare furono posti, quando gli dei distendendo il sacrificio legarono il Purusha come bestia sacrificale.
Col sacrificio gli dei sacrificarono al Sacrificio: questi furono i primi usi. Questi potenti tennero dietro nel cielo, dove sono gli antichi Sadhya, gli dei. 

 

Il simbolismo del sacrificio descritto dal libro X del RigVeda e conosciuto come Purusha sukta è, in realtà, un auto sacrificio; l'offerta di sé stesso allo scopo di ottenere una maggiore, effettiva ri-generazione.
Desiderando che l'Uno potesse creare i 'molti' trovò nella sua auto immolazione come animale sacrificale, l'unico mezzo per generare l'universo, la natura con tutte le sue forze: il sole, la luna, la materia organica e inorganica, le differenti forme di vita e la Società con tutte le sue classi.

Ma l'Universo viene periodicamente dissolto in esso, il quale rimane il solo Creatore che può rigenerarlo.
La creazione, quindi, include il processo di evoluzione e di dissoluzione finale, attraverso l'involuzione nella Sorgente dal quale si era sviluppato.

Possiamo distinguere, ontologicamente, tre passaggi nella creazione in base al desiderio primordiale: 'Possa io generare i molti'

  • la volontà di venire ad esistenza: Bhu
  • il passaggio dalla potenza all'atto di questa volontà: Bhuvah
  • la manifestazione stessa venuta ad esistenza : Svah
  1. Il primo passaggio corrisponde a Prana, la vita instillata nella Creazione.
  2. Il secondo a Prakriti, il processo di evoluzione biologica.
  3. Il terzo a Pradhana, la sostanza fondamentale delle cose.

 

Questi tre passaggi della creazione sono indicati nei tre elementi costituenti la parola Yajna.

Ya = samyata [implicito,implicato]
Jana = janma [ciò che si manifesta]
As = lo sviluppo stesso

Da qui il concetto filosofico: siamo tutti scaturiti dal suo desiderio, attraverso la sua volontà siamo emancipati e di nuovo reintegrati in esso dopo lo sviluppo.

L'espressione yajna (sacrificio) risale al periodo degli inni vedici e deriva dalla radice yaj che significa 'adorare'.
L'oggetto dell'adorazione veniva chiamato Yajata nel linguaggio vedico e si riferiva a manifestazioni senza forma dell'Essere Supremo, per la cui adorazione non era necessaria la presenza di alcun tempio materiale, ma semplicemente di un altare fatto di mattoni.

Gli adoranti venivano chiamati Yajamana e per mezzo della recita di mantra invocavano lo Yajata, cioè la divinità, ad appropinquarsi nel luogo del sacrificio. Questa fase del rito è conosciuta come avahana.

Oltre alla invocazione suddetta, il successivo requisito per celebrare il rito compiutamente era il passaggio definito con il termine ahuti.
Si trattava, in sostanza, del sacrificio della oblazione con la quale si offriva qualunque cosa il celebrante ritenesse cara e degna di questo atto.
Le oblazioni venivano offerte ad Agni rappresentato dal fuoco allestito sull'altare (Vedi); l'uomo avvicinava quindi la divinità per il tramite di Agni.

 

Lo Yajna, essendo un rituale, doveva essere eseguito nella maniera rigorosamente prescritta.
Qualsiasi errore od omissione dovevano essere immediatamente corretti. 
I Brahmana non specificano solamente i mantra che debbono essere recitati, associati esattamente agli atti eseguiti nelle successive sequenze, ma prescrivono anche la forma e le funzioni degli utensili e di tutti gli articoli adoperati nel sacrificio.

Lo Yajna, essendo un rituale, doveva essere eseguito nella maniera rigorosamente prescritta.
Qualsiasi errore od omissione dovevano essere immediatamente corretti. 
I Brahmana non specificano solamente i mantra che debbono essere recitati, associati esattamente agli atti eseguiti nelle successive sequenze, ma prescrivono anche la forma e le funzioni degli utensili e di tutti gli articoli adoperati nel sacrificio.

Sphya, un coltello di legno per tagliare a misura l'erba 'darbha'; per tracciare le linee nel terreno sacrificale; per rimescolare le oblazioni bollite

Lo Yajna, essendo un rituale, doveva essere eseguito nella maniera rigorosamente prescritta.
Qualsiasi errore od omissione dovevano essere immediatamente corretti. 
I Brahmana non specificano solamente i mantra che debbono essere recitati, associati esattamente agli atti eseguiti nelle successive sequenze, ma prescrivono anche la forma e le funzioni degli utensili e di tutti gli articoli adoperati nel sacrificio.

Sphya, un coltello di legno per tagliare a misura l'erba 'darbha'; per tracciare le linee nel terreno sacrificale; per rimescolare le oblazioni bollite

Agnihotra-havani, un grande mestolo di legno usato per versare le oblazioni nel fuoco

Drishad-upala, usato per macinare la pianta sacrificale 'soma'.

Pishtodvapani, un contenitore per la farina usata per fare i dolci sacrificali

Upavesha, un utensile di legno con una estremità foggiata a mò di palmo aperto, utilizzato per attizzare il fuoco sacrificale

Sono solamente alcuni degli innumerevoli utensili utilizzati nello Yajna e descritti in maniera accurata ed approfondita dai Brahmana.