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Il titolo di quest’articolo risale a parecchi anni fa, quando ancora lo yoga, così come lo conosciamo oggi, non aveva ancora maturato quella popolarità che oggi possiede come tutte le altre attività volte al recupero del benessere psico-fisico.
Era il titolo di un mio primo articolo, al quale ne seguirono altri, in un rapporto di collaborazione con un giornale. L’intenzione, allora, era quella di disegnare in maniera facile, comprensibile e non accademica, i tratti caratteristici di una scienza così lontana geograficamente, culturalmente ed emotivamente dall’Occidente, tanto da non poter essere riconosciuta molto facilmente nella sua veste genuina.

Ma a distanza di tutti questi anni ho potuto notare come il panorama non sia per nulla cambiato, in ossequio alle esigenze di un mercato preoccupato solo di proporre nuovi spunti di’interesse, alla disinformazione anche giornalistica quando l‘argomento viene affidato a persone totalmente digiune della materia, a interessi che spaziano tra la politica e la religione, preoccupati solo di ricondurre il ricercatore smarrito ad una prospettiva conforme ai modelli precostituiti. Non ultimo, ai tentativi di fuga dalla realtà che molto, troppo spesso, ci  vedono costretti a tagliare i ponti con uno stile di vita alienante. 

E allora si ripropone il tentativo di togliere tutti quei costumi e maschere carnevalesche che coprono l’aspetto sostanziale dello Yoga.  In questo tentativo è utile adoperare il metodo che la filosofia indiana adotta nel delineare una certa realtà, preoccupandosi innanzi tutto di smantellarne tutti gli aspetti falsi o semplicemente impropri. In sostanza, ciò che lo yoga NON è, prima ancora di stabilire ciò che è. Da qui il titolo: Sciogliere e non annodare.

Nella sua formulazione antica fatta da quelle menti che ne hanno gettato le fondamenta, non si legge da nessuna parte che lo yoga sia una delle tante attività di riempimento della nostra giornata; non è stato mai affermato che rappresenti una ulteriore via religiosa, confessionale, e tuttavia nel corso degli anni sono proliferati personaggi che invece di rappresentare un semplice esempio per gli altri hanno finito per  incarnare il prototipo, ossia il modello più elevato, l’archetipo del messia, con una inevitabile spersonalizzazione di quanti ne restano soggiogati.
E allora, se vogliamo partire, in questa nostra breve analisi, dai fondamenti che hanno visto nascere, crescere, svilupparsi  lo yoga, nella sua accezione più generale, dobbiamo utilizzare quelle espressioni che, sebbene in forma concisa – così come era nel costume dell’insegnamento tradizionale -  definiscono UNO STATO, una condizione dell’uomo considerato nella sua condizione psico-fisica. 

Patanjali, autore e, a quanto pare, principale sistematizzatore e interprete dei vari frammenti di pensiero che all’epoca costellavano quest’universo di ricerca, lo definisce come sospensione delle attività turbolente del  pensiero (yoga citta vritti nirodha). A una prima analisi, superficiale, verrebbe da pensare che esso sia una forma di invito al rincretinimento della persona, alla quale viene consigliato di non pensare… Ma questo giudizio affrettato, appartenente alla comune interpretazione dei fatti e fatterelli quotidiani, non può certamente essere la chiave di interpretazione dello studio profondo della mente e quindi dell’uomo, ancor prima che venisse articolata. La quale conosce bene quali possono essere le conseguenze di un’alterazione mentale dovuta a un susseguirsi di condizioni patologiche.

Il termine sanscrito VRITTI indica specificatamente una condizione dinamica esasperata, simile al vortice di un torrente, il quale trascina ineluttabilmente ogni cosa che si trova all’interno del suo raggio di azione, togliendole qualsiasi possibilità di sottrarsene.
La nostra mente si comporta in maniera assolutamente identica. Al posto dell’acqua che provoca il vortice, vi saranno pensieri compulsivi e quindi incontrollabili, stati d’animo esasperati, ovvero la semplice incapacità a distogliersi dallo stress incessante. Citta, che possiamo tradurre approssimativamente con “coscienza” è l’insieme dell’attività mentale, della vita emotiva, delle impressioni che continuamente riceviamo dall’esterno. Secondo lo yoga, citta percepisce, cioè conosce, un oggetto modificandosi ed assumendone, per così dire, la forma. Nel corso dell’intera vita di una persona, la coscienza continua perciò a modificarsi senza posa.

Vritti  è, appunto, l’attività vorticosa paragonata al vortice torrenziale e nirodha è l’azione del ricomporre, del  placare tale azione. Per tornare alla definizione, quindi, lo yoga consiste nell’arresto di questo continuo processo  di  cambiamento… solo allora il praticante smetterà di identificarsi con le attività e la modificazione del  mentale.
In tale  stato la realtà con la quale veniamo a contatto ogni giorno della nostra vita, di qualunque realtà si tratti nell’ambito della nostra sfera di comportamento, potrà essere individuata per quello che è, non per quello che può apparire sotto la luce e la spinta dei condizionamenti  emotivi. Come dire che tale processo intende smantellare tutte quelle sovrastrutture rappresentate da altrettante maschere, cioè abiti mentali. Sciogliere, in sostanza, i nodi che s’intrecciano -in maniera quasi intricata- nel corso della crescita e dell’evoluzione di un individuo.

Tale processo di demolizione non appartiene a una sola cultura, ma all’uomo come tale. Lo yoga e la tradizione indiana  hanno il pregio di essersene occupati prima di tutti gli altri impiegando, naturalmente, strumenti, metodi e dinamiche tipiche della cultura dalla quale si sono  sviluppati.  Ma il più grosso errore che si possa fare, una volta che sia tracciato il percorso, è quello di credere che, per renderlo efficace,  ci si debba obbligatoriamente mimetizzare, camuffare nell’aspetto esteriore e comportamentale appartenente all’area geografica dalla quale nasce. Sarebbe come dire annodare e non sciogliere aggiungendo, questa volta in maniera artefatta, maschere e abiti mentali ai quali non si appartiene.

Il modello è, dunque, quello della semplicità, dell’equilibrio, della tensione omocinetica, che non produce alterazioni alla legge del movimento. E’ un modello archetipico che lo stesso sistema filosofico identifica in tre possibilità dinamiche corrispondenti alla stessa nascita e sviluppo della vita:

  • l’attività  armonica secondo la legge biologica e morale: sattva;
  • l’azione quasi compulsiva che soggiace alla legge del movimento puro e semplice: rajas
  • la forza dell’inerzia come espressione di una staticità greve e ottusa: tamas.

Se ci pensiamo bene, esse corrispondono a un trivio, un crocevia nel quale si incontrano tre modi caratteriali e comportamentali  di ogni tipologia umana, ma anche di ogni fenomeno della vita. La visione filosofica postula la loro coesistenza come logicamente necessaria alla libera espressione della stessa vita; tutt’al più con una modica e ragionevole prevalenza di uno rispetto agli altri, il che determina  il particolare carattere di ogni persona.
Come dire che non c’è santo  che non sia sensibile agli stimoli della vita mondana; non c’è anima passionale che non senta il fascino del distacco o, se vogliamo, la vaghezza e l’ambiguità soffrire per la risolutezza e la determinazione.

Lo yoga, attraverso sue svariate formulazioni, intende riportare alla luce quanto la natura ha fatto su ognuno di noi, rispolverando e riportando alla luce la nostra singolarità, l’esclusività, la straordinarietà, l’irripetibilità, la eccezionalità di ciò che siamo dalla nostra nascita. Ciò che siamo diventati, nel corso della vita, è un velo, una coltre che maschera tale genuinità, aggravando l’equilibrio di cui abbiamo appena parlato e facendoci diventare ciò che non eravamo.

Osserviamo un bambino nel primo stadio della sua vita: perché ci attrae così tanto? Per la delicatezza dei tratti del viso? Perché assomiglia al papà o alla mamma? Perché ci ispira quel senso di tenerezza e di protezione? Oppure perché è l’espressione più vera, naturale e spontanea di un equilibrio che sentiamo di aver posseduto - anche se il ricordo oramai sbiadito non ce lo può più dimostrare - e che abbiamo perso tanto tempo fa? Ma quell’equilibrio così spontaneo e naturale possiede già, dai primi momenti di vita, una sua peculiarità, una singolarità che farà di ciascuno di noi una persona a sé, un fatto unico, singolare nella cronaca della vita, perché non saremo tutti uguali… o meglio, saremo uguali nella nostra unicità.

Tutto quello che viene dopo, negli anni successivi, è un’alterazione di questo miracolo attraverso l’incarnazione di abitudini, malintesi, sopraffazioni, soverchierie di qualcosa che era a portata di mano e che non ci costava nulla…il suo recupero, al contrario, ci costerà molto!
Ecco l’intervento delle scienze olistiche, di cui lo yoga fa parte. Lo yoga non ha mai preteso di farci diventare ciò che non siamo, che non potremo mai essere, se non nella veste esteriore, puramente fittizia e nominale, bensì intende farci recuperare la nostra vera natura, come dire la nostra umanità, ancor prima di percorrere la strada verso la dimensione sovrumana e, per chi lo vorrà, divina.

Gli si attribuiscono troppe illusioni, troppe chimere, ambizioni che l’uomo di oggi non potrà mai onorare, se non nella dimensione dell’immaginario, una sorta d’immaginario collettivo, che vorrebbero vedere l’uomo moderno riscattarsi dalla stessa modernità comoda e agiata, pratica, vantaggiosa e accogliente che egli stesso ha scelto, per portarlo verso quella dimensione spirituale ed esotica che sa di profeti moderni, di messia, di maestri i quali oggi regalano sconti e scorciatoie per il paradiso…
Il supermercato degli sconti… un abbraccio, un tocco, una benedizione e la realizzazione arriva come premio dal cielo!
Tutto ciò non rende giustizia allo yoga, bensì lo relega nella sequela di panacee, di tentativi che abortiscono prima ancora di nascere e che lasciano un sapore amaro, disilluso in chi aveva sperato nel sovrumano così a buon mercato.

Ma allora, cos’è questo yoga…se non è tutto ciò  cui abbiamo fatto accenno finora?
E’ semplicemente l’indagine per eccellenza. E’ lo studio dell’uomo per l’uomo, attraverso l’analisi di quei processi, a volte complessi e complicati, che lo collocano fuori del suo naturale equilibrio. E tutto questo avviene attraverso l‘osservazione della realtà delle cose, mediante gli abituali canali di osservazione – i sensi – organizzati dalla mente e dalla coscienza – citta – con la più totale partecipazione consapevole dei processi vitali. Un percorso apparentemente semplice che non ha bisogno né di slogan, né di benedizioni, né tanto meno di salvacondotti d’oltre oceano. Un punto di arrivo per la maggior parte di noi e un punto di partenza per chi ha sete di riscatto.