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Dhyana ci conduce in una realtà che non ha niente a che vedere con gli oggetti, le forme, i sentimenti con i quali ci confrontiamo quotidianamente, perché questi sono - nell'ottica della filosofia indiana - limitazioni, anche se temporanee, della nostra coscienza che, di per sé, non è nè "buona", nè "cattiva", nè "vile", nè "coraggiosa"...ma solo espressione individuale di una coscienza universale, cosmica.

I preliminari 

La meditazione rappresenta indubbiamente uno degli obiettivi principali cui mirano, prima o poi, coloro che si incamminano sulla via dello yoga.
Ed una delle prime scoperte che facciamo - o che abbiamo fatto, da neofiti - consiste nella pressoché totale incapacità a concentrarsi stabilmente e durevolmente.

Generalmente si considerano questi termini - la meditazione e la concentrazione - come due differenti modi per esprimere uno stesso concetto.
Coloro che, invece, posseggono una certa familiarità con la meditazione sanno benissimo che le cose non stanno proprio in questi termini.
Lo Yoga classico riconosce successivi livelli di "preparazione" a quello stato che trascende ogni possibile limitazione alla personalità del sadhaka, nel suo cammino verso la realizzazione totale che culminerebbe con il samadhi.

Abbiamo posto il verbo al condizionale non per esprimerci in maniera dubitativa rispetto ai sacrosanti enunciati di Patanjali, ma solo per una realistica considerazione di certe possibilità che difficilmente possono attuarsi in presenza di uno stile di vita ed in un contesto, come il nostro, socialmente, culturalmente, moralmente ed obiettivamente differente da quello nel quale, già allora, la liberazione in vita era un evento raro e difficile da ottenere.

...secondo Patanjali

PratyaharaDharanaDhyana sono quei percorsi preliminari che, appunto, possono condurre allo stato di enstasi definito dai testi come Samadhi.
Ma, da comuni mortali, occupiamoci degli aspetti che possono essere senz'altro realizzati con un pò di impegno e di buona volontà.
Per sgomberare il campo da equivoci che, inevitabilmente, ci porterebbero fuori strada è bene chiarirci le idee sul concetto di meditazione (Dhyana) intesa nel contesto dello yoga.
Quando non esiste più attività discorsiva della mente, quando la dialettica interna dei pensieri viene sospesa perché non ci sono più pensieri che scorrono e la coscienza è come ripiegata su sé stessa, in quel frangente si realizza lo stato meditativo.

Dhyana ci conduce, quindi, in una realtà che non ha niente a che vedere con gli oggetti, le forme, i sentimenti con i quali ci confrontiamo quotidianamente, perché questi sono - nell'ottica della filosofia indiana - limitazioni, anche se temporanee, della nostra coscienza che, di per sé, non è nè "buona", nè "cattiva", nè "vile", nè "coraggiosa"...ma solo espressione individuale di una coscienza universale, cosmica.

Possiamo ben immagianre come questo stato sia diametralmente opposto a quello nel quale ci tuffiamo tutti i giorni dove, se attuato, sarebbe interpretato come ottusa inerzia e pericoloso disnteresse al lavoro, alle relazioni sociali, agli affetti familiari...

Ma la fuga dalla realtà, non è l'obiettivo cui tende la meditazione. Anzi, i suoi frutti sono forieri di una più reale e genuina interpretazione della vita di tutti i giorni, depurata delle ansie, dei rancori, dei timori, della esuberanza di un eccessivo coinvolgimento.
L'importante è, intendiamoci, il pieno rispetto del contesto nel quale ci troviamo di volta, in volta: "meditabondi" durante la meditazione, attivi ed energici negli impegni quotidiani, affezionati e sensibili negli affetti...
"Quando i sensi si distaccano dai loro oggetti per assumere la natura propria della coscienza, si ha il Pratyahara" [Patanjali - Yogasutra. Sadhana Pada, af.54].
E' la condizione minima indispensabile, affinché si possa tentare di incamminarsi sulla via della meditazione.
Ci sarà capitato, molto spesso di sentirci fastidiosamente disturbati da richiami e rumori provenienti da un ambiente estraneo a quello nel quale si svolgeva la nostra pratica.

Questo avviene perché i nostri sensi - nella fattispecie l'udito - non può non percepire un evento esterno che, invece di rimanere un puro e semplice fenomeno acustico, viene analizzato ed interpretato dalla mente, sottraendosi così alla sperimentazione in atto.

L'illusione della coscienza

Avviene quello che Patanjali descrive come "illusione della coscienza": lo spettatore si identifica con lo spettacolo e diviene egli stesso spettacolo.
Occorre allora disciplinare la mente (e non penalizzare i nostri sensi di percezione) abituandola a far silenzio nel considerare i fenomeni per quello che sono e non per quello che vorremmo fossero!

La più grossa limitazione dell'uomo moderno, causata appunto da uno stile di vita che aderisce - non potendone, purtroppo, fare a meno! - ad una serie di convenzioni dettate da una produttività indiscriminata, da un efficientismo arido e cretino, da una ipocrita adesione a troppi luoghi comuni, è la difficoltà a sottrarsi a quei riflessi condizionati che una volta erano esclusiva caratteristica degli animali.
Sarebbe utile, ogni tanto, far silenzio; quel silenzio che è sacro non solamente per la sua fama proverbiale, ma che rappresenta per i popoli orientali una vera e propria disciplina mentale: antar muna = silenzio interiore.

E' il silenzio "che rende saggi", perché muni non vuol dire solamente 'colui che tace' ma anche 'colui che è saggio' ed un esempio storico è Shakyamuni, il saggio del clan degli Shakya, conosciuto come il Buddha. 
"La concentrazione consiste nel fissare la coscienza in un punto" [Patanjali - Yogasutra. Vibhuti Pada, af.1].
La fissità dell'attenzione produce, quindi la concentrazione (Dharana).
Nonostante assista allo spettacolo, lo spettatore ne resta consapevolmente distinto, stornando sentimenti ed emozioni che potrebbero allontanarlo dallo scopo della sua indagine. Non solo.

Nella concentrazione la mente recupera il pieno potere delle sue facoltà, andando oltre la visione formale e discorsiva della realtà indagata. Come dice la parola stessa, Dharana concentra il fascio di attenzione, così come farebbe una lente con i raggi del sole, aumentandone la potenza ed il calore.

Punti di concentrazione possono essere una forma esterna - generalmente più facile da mantenere - oppure interna, cioè pensata.
Tradizionalmente, nello yoga, si assumono come punti di concentrazione il centro tra le sopracciglia, la punta del naso, il cerchio dell'ombelico, il "loto del cuore", alcuni di essi sviluppando un particolare rapporto con il simbolismo appartenente ai vari indirizzi (tantrico, ecc.).

Il passaggio inesprimibile

"La meditazione è la facoltà di mantenervi l'attenzione" [Patanjali - Yogasutra. Vibhuti Pada, af.2].
Il passaggio alla meditazione (Dhyana) avviene generalmente in una condizione diversa dalla "coscienza di veglia" con la quale esperiamo i fatti concreti. Non che Dhyana sia meno concreta - anzi, è vero il contrario! - ma mancando a questo stato di coscienza i consueti riferimenti per descrivere una certa realtà (linguaggio, analisi, forma, ecc) diviene praticamente impossibile riferirla secondo la comune interpretazione della vita pratica.

Non siamo quindi consapevoli del preciso istante in cui la nostra coscienza sta passando dalla concentrazione alla meditazione vera e propria.
L'unica possibilità di mantenere una traccia è il simbolo che è stato assunto come forma di concentrazione iniziale. 
Esso, infatti, può esprimere una successione ininterrotta di significati che al livello inferiore sono la sua espressione logica e discorsiva - quindi appartenente alla coscienza di veglia - ed a quello elevato si fonde in un vero e proprio stato di coscienza.

Si potrebbe obiettare che, non possedendone un ricordo a livello di esperienza concreta, la meditazione a poco ci giova nella vita di tutti igiorni.

Se non che la "coscienza" che esperimenta lo stato meditativo, nella vita comune è come il corpo che si veste di abiti che sono la nostra attività mentale, la vita emotiva, le impressioni...
E sono gli abiti che debbono adattarsi al corpo, e non viceversa!