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Inferni e paradisi della musica, secondo il pensiero tradizionale indiano

Il pensiero tradizionale.

Il pensiero tradizionale indiano si basa essenzialmente su una scala di gerarchie che, applicate alle differenti sfere della vita sociale, politica, religiosa determinano la struttura dei rapporti che l'uomo stabilisce con la vita di tutti i giorni.

Sembra che in ogni ambito in cui l'azione umana si svolge, per il più umile individuo e per il letterato e il filosofo, il processo di valutazione segua un imprescindibile ordine gerarchico.
Tutto ciò non è poi cosi sorprendente come potrebbe apparire a prima vista, dato che - per dirla con Louis Dumont, autore di Homo Ierarchicus - l'uomo non si limita a pensare, ma agisce.
Non ha solamente idee, ma valori.

Adottare un valore significa gerarchizzare, ed un certo consenso sui valori, una determinata gerarchia delle idee, delle cose e delle persone è indispensabile alla vita sociale.
Probabilmente l'Occidente moderno non riconosce più questa visione della vita, sospinto sempre più verso un ideale egualitario, il quale conduce verso la negazione "moderna" della gerarchia.

La stigmatizzazione aprioristica di certi concetti e comportamenti appartenenti a culture differenti dalla nostra, ci conduce inevitabilmente a ripercorrere le stesse orme dei primi missionari, i quali ignari e ignoranti dell'enorme valore antropologico di certi comportamenti soffocarono quelle culture genuine che oggi tentiamo, spesso pateticamente, di riesumare.

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La conoscenza

"Senza la conoscenza, l'uomo non può ottenere la Liberazione, anche se pratica severe austerità con la piena convinzione che quelle immagini fatte di terra, di metallo, di legno sono come Ishvara stesso".

"La semplice evocazione di immagini nella mente, senza la conoscenza spirituale e la pratica, può garantire la Liberazione all'uomo nello stesso modo in cui il popolano può diventare un Re, ricevendo reami durante il sogno".

"Vi sono quattro differenti forme di attitudine all'adorazione (bhava) secondo altrettanti gradi di consapevolezza. Vedere Brahman in tutte le cose: questa è la forma più alta.
La perenne contemplazione della divinità (Ishta devata) nel cuore, è la forma intermedia.
La recitazione di mantra e di inni sacri rappresenta la forma bassa ed il semplice atto di adorazione esteriore è la forma più infima".

Queste parole di Sri Bhagavan (Krishna) dissipano qualsiasi dubbio in merito all'importanza che la conoscenza sacra riveste nell'ambito religioso indù.

I gesti che il devoto, rivolto ad una sacra immagine, sembra spesso ripetere frettolosamente in una meccanica sequenza, sono l'abitudinaria e spontanea esteriorizzazione di un convincimento il quale supera il comune - almeno per l'Occidente - modo religioso.

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Lo Yoga nella Bhagavad Gita

Il potere della costanza.

Lo yoga può esserci d'aiuto anche nella nostra vita quotidiana, ma occorre essere onesti con sé stessi! Che cosa desideriamo?
Acquistare nuovi "poteri miracolosi" e straordinari, o la semplice possibilità di riconquistare quel profondo equilibrio interiore che, da bambini, faceva ruotare il mondo intorno a noi?

Riuscire a percepire la "presenza di forze soprannaturali" o, più semplicemente ed umanamente riuscire a sentire coloro che vivono vicino a noi e che con noi condividono “caldo e freddo, piacere e sofferenza...”?

Se così fosse, coltiviamo innanzi tutto quelle qualità fondamentali che gli antichi testi dello yoga definiscono Yama e Niyama e che altro non sono se non i fondamenti della morale e della condotta etica.

Le loro basi, in fin dei conti, non avrebbero bisogno di essere ricercate nei trattati dello yoga, ma sono il più naturale corredo del patrimonio umano.
Tuttavia, l'eccellenza morale e la perfezione etica non sono il traguardo finale dello Yogin: essi rappresentano semplici mezzi per realizzare il senso e lo scopo della vita.

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Lo spiritualismo dell'India

Le possibilità dell'uomo, chiamate anche "divina provvidenza" giacciono alla radice di tutto ciò che si verifica negli affari quotidiani.

Entrambe sono, in un certo senso, la stessa cosa in quanto si riferiscono a quella fondamentale ignoranza che delimita, determina la altrettanto fondamentale situazione della struttura umana.

Sacralizzare il secolare è sempre stato il tentativo di tutte le religioni mondiali, e la cultura e la "spiritualità" indiana, in questo, sembrano particolarmente adatte a suscitare sia violenta antipatia, che fervente entusiasmo.

Raramente essa genera un atteggiamento che cerca di presentarla e valutarla con freddezza e calma, senza emozioni positive o negative.

Tra le idee che sono considerate fatti indubitabili della filosofia indiana, una di queste è la scontata spiritualità o, per dirla nella sua giusta accezione, la Bhakti.
Chi non sa che la filosofia indiana è spirituale?

Innanzitutto dovremmo porci la domanda sul significato di spiritualità.
Il termine, nel contesto ontologico, significa che la natura della realtà ultima è ritenuta essere uguale o simile a quella della mente o dello spirito.

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Il sacrificio della Creazione

Svarga-kamo yajeta

Nella produzione filosofica indiana, ad iniziare dai Veda fino ad arrivare alle Upanishad, la creazione è sempre stata il frutto di un sacrificio che il mito descrive come lo smembramento di un essere divino, dalle cui parti vengono generati i mondi.

Sin dalle origini, quindi, il sacrificio è il pilastro del sistema religioso vedico e le descrizioni dei riti sacrificali rappresentano una parte sostanziale dei testi sacri.

Una ingiunzione vedica fa del sacrificio la imprescindibile condizione per ottenere la salvezza: "svarga-kamo yajeta", colui che desidera il paradiso deve sacrificare.
Il bramano, in particolare, enfatizza l'importanza del sacrificio che mantiene l'ordine dell'Universo e concede forza agli dei.

Questa cosmologia presuppone, quindi, una sostanziale riflessione del piano divino su quello umano; una sorta di specularità che conduce al confronto tra "macrocosmo" e "microcosmo".

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About us

“Dal 1990 curiamo l'insegnamento di tecniche e percorsi, che l'antica tradizione indiana ha fornito all'uomo di ogni epoca e sotto ogni latitudine. Questo è possibile solo cercando di conciliare la visione moderna del mondo con l'antica Sapienza tradizionale, garantendo a entrambe la libera espressione e la propria capacità interpretativa.”

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