previous arrow
next arrow
Slider

Cronologia della morte

 Visualizza l'articolo su sfondo bianco: Cronologia della morte

 

Il concerto del tempo, che l’Occidente ha sviluppato, ci porta a immaginare tutti gli eventi della vita collocati su una retta cronologica lineare, suddivisi secondo una rigorosa scansione matematica, simile a una time-line, quel disegno grafico che mostra una barra lunga, etichettata con date successive e solitamente utilizzata nella gestione dei progetti.
Così, ad esempio, in base all’eredità che ci portiamo dietro sin dall’età scolare sulle datazioni storiche, ci viene spontaneo immaginare che il passaggio dal Medioevo al Rinascimento sia avvenuto così repentinamente, escludendo quegli avvenimenti e quelle trasformazioni intermedie che rappresentavano il “lievito” dei cambiamenti in atto.
 
Nessuno di noi potrebbe asserire, con certezza, di appartenere ad un preciso, esatto momento storico, escludendo dal contesto tutti quei fermenti, quelle aspirazioni (o quei rimpianti) che ci tengono legati, seppur emotivamente, ad un’epoca sensibilmente differente da quella cronologica che stiamo vivendo.
Allo stesso modo crediamo, generalmente, che un essere nasca solo quando appare sulla terra con un corpo solido, considerato autonomo e separato definitivamente dalla matrice che lo ha generato, senza considerare che una certa continuità fisica con il corpo della madre, è protratta per un tempo indefinito, anche successivamente al parto.
Così, ad esempio, il neonato continua, seppur per breve tempo, a scambiare il suo sangue con quello della madre, fino a che il cordone ombelicale non venga reciso. Dopo la separazione fisica, esso continuerà a svilupparsi alimentato dal latte materno.
Ma non 
basta: i legami psichici saranno talmente duraturi che, in certi casi patologici, essi non vengono affatto interrotti, tanto da condizionare il figlio a un perpetuo stato di infanzia, impedendogli di raggiungere quello della maturità.
Chi non conosce il celebre film del 1960 di Alfred Hitchcock, Psyco, in cui il protagonista sviluppa quel meccanismo psicopatologico della "identificazione proiettiva" con la madre?
 
Analogamente al momento della nascita, quello della morte è tutt’altro che istantaneo. I processi della morte vengono elaborati in un periodo di tempo raramente breve. In base alla esperienza di chi assiste, esso è determinato da una curva parabolica e solamente l’apice critico appare come il momento atteso.
In sostanza, la nostra cultura scientifica ci porta a designare un evento, riducendolo ad una “esperienza diì laboratorio” che lo confina ad un mero passaggio cronologico simile, per intenderci, a quello attraverso il quale immaginiamo, sulla time-line, il passaggio dal Medioevo al Rinascimento.
La scienza indiana della morte considera questo evento non solamente dalla prospettiva biologica, ma include l’esperienza dello stato di coscienza del moribondo, paragonandola a quella del feto durante la vita uterina e quindi dettagliandone i passaggi.
Alla nascita siamo dotati non solamente di un corpo fisico - l’unico elemento che la scienza occidentale dichiarerà deceduto al momento del trapasso - ma anche di “essenze archetipiche” che, sebbene non rivestite di forma materiale, rappresentano il ramo sul quale nascerà e maturerà il frutto, cioè l’organismo biologico.
 
Tali sono l’Intelletto (buddhi) , l’Ego o coscienza individuale (ahamkara) e un certo numero di “possibilità” manifestate al momento della produzione dell’individuo, quando egli assume un corpo.
Analogamente, ma in senso contrario, gli elementi che per ultimi si sono sviluppati nel processo creativo, saranno i primi a declinare al momento della morte. 
Nel processo dell’agonia, quindi, l’uomo soggiace a una complessa modificazione delle sue facoltà che assicuravano la relazione con il mondo esterno.
Queste “facoltà” che, in ognuno di noi, iniziano a vacillare gradualmente nel periodo della vecchiaia, nella fase dell’agonia si trasformano abbastanza rapidamente, ma non così repentinamente come descritto dalla scienza moderna, in una vera e propria ritrazione e cedimento; questa fase viene descritta dalla letteratura filosofica dell’India come il “trapasso degli dei” (Brihad AranyakaUpanishad).
 
Al momento che precede la morte, quindi, sia le facoltà di azione che quelle di percezione, necessarie a comunicare con l’ambiente esterno, diventano sempre più ottuse e progressivamente occluse.
La mente inizia a ritrarsi dal suo organo funzionale, il cervello, chiudendo progressivamente il flusso delle sollecitazioni. Essa è ora occupata a riorganizzare i dati archiviati nella memoria, iniziando dal più recente al piùremoto.
La persona si rifugia nei ricordi passati: la giovinezza, l’adolescenza, l’infanzia. In tale revisione consuma gran parte di questi dati, cancellando la memoria più recente e apparendo come prigioniero di puntigliose memorie del passato. Questa sindrome viene chiamata arista che, in sanscrito, possiede almeno una trentina di significati, ma il cui composto che dà origine ad un aggettivo, aristadustadhisignifica angosciato, impaurito dalla morte”. Durante la fase di agonia, la febbre (jvara) è immancabilmente presente, logorando lentamente il moribondo. Nella cultura dell'India, Jvara è associata ad una divinità femminile: la collera di Shiva.
È in questo preciso momento che, nell’India tradizionale, iniziano i riti funebri familiari.
La prima facoltà a ritrarsi è l’olfatto, seguito dalla parola. Questo è il primo drammatico impedimento di comunicazione che l’agonizzante esperimenta.  Segue la caduta del gusto, mentre contemporaneamente il corpo perde la capacità di muoversi dal posto in cui giace. Sopraggiungono, a questo livello, paura e frustrazione per la caduta di vigore fisico.
Sopraggiunge la perdita della vista. Questa rappresenta il momento più acuto e drammatico, tagliando i legami tra la persona e il mondo intorno.
La fase successiva riguarda la “facoltà a generare” intesa come principio del piacere, kama, che soprassiede alla vita emotiva, ed a questa si associa l’indifferenza per le persone che il moribondo sta abbandonando. In questa fase sopraggiunge il distacco psicologico sul senso di panico, prima predominante. Si giunge, quindi, alla perdita del tatto e la capacità di afferrare. 
Con la caduta del tatto cade ogni relazione con la sofferenza fisica, mentre il senso di distacco inizia a trasformarsi in una attitudine di serenità. È il completo abbandono sul letto di morte. Tuttavia il moribondo è ancora presente e parzialmente consapevole, anche se la sua partecipazione è esclusivamente passiva.
Recita la Chandogya Upanishad: “Quando una persona malata sta per morire, coloro che sono intorno gli chiedono: mi riconosci? mi riconosci?... Egli continua a riconoscerli fino al momento in cui lascia il corpo”.
 
Insieme alla ritrazione dell’udito, le facoltà digestive ed escretorie vengono arrestate, con il conseguente rilascio degli organi di controllo.
In questo modo tutte le facoltà sono ritratte nella mente, nel senso inverso all’ordine della produzione nel neonato. È come se si vedesse un film, cominciando dalla fine. La mente sperimenta sé stessa in una condizione simile allo stato di sogno, e sta drammaticamente revisionando la memoria registrata, in un flusso di impressioni incongrue.
 
La tradizione indiana continua a descrivere alcune fasi che precedono il collasso finale, adoperando una nomenclatura generalmente estranea all’occidente.
La mente si ritrae in pranainteso non solamente come composizione aerea che garantisce il respiro, ma come principio della vita vegetativa. La coscienza, allora, si trasferisce nello stato di “sonno profondo”, sushupti, per dirla con un termine moderno, lo stato di coma irreversibile. Da questo momento prana si ritrae in tejas, il calore vitale, e questa fase culmina con l’arresto dellarespirazione.
È da qui che inizia la descrizione clinica della morte nella medicina occidentale, ma secondo la scienza indiana  c’è ancora un altro processo, attraverso il quale il calore vitale, tejas, si ritrae nell’ego, ahamkara, l'ego.
 
L’inviluppo di tejas dimostra un progressivo raffreddamento del corpo che inizia dalla periferia e prosegue verso il centro, raggiungendo il cuore. Il rigor mortis è l’ultima prova evidente del decesso.
Questo è il vero momento della morte fisica. Ciò non implica che tutti i legami con il  jvatman  (ciò che la persona era in precedenza, nella vita) vengano tagliati, ma questo è un altro discorso…
 
Se vuoi approfondire l'argomento, puoi ascoltare la conferenza su tema, cliccando qui.
 
maa kaalraatri
 

Stampa

 Orario dei Corsi:

  • Lunedì - Mercoledì - Giovedì - Venedì dalle 19,30 alle 20,45 Hatha Yoga                         

  • Martedì dalle 11,00 alle 12,15 Hatha Yoga - Dalle 18,30 alle 19,45 Yoga in Gravidanza e principianti

 

Chiama 392 0715548 e prenota la tua seduta di prova, oppure compila il form qui in basso!

About us

“Dal 1990 curiamo l'insegnamento di tecniche e percorsi, che l'antica tradizione indiana ha fornito all'uomo di ogni epoca e sotto ogni latitudine. Questo è possibile solo cercando di conciliare la visione moderna del mondo con l'antica Sapienza tradizionale, garantendo a entrambe la libera espressione e la propria capacità interpretativa.”

Contatti

Monterotondo. Via della Rocca 26

+39 3920715548

yoga@paramarta.it

PRIVACY POLICY

Richiedi informazioni o una seduta di prova

I campi contrassegnati con * sono obbligatori

Sample Link | Sample Link | Sample Link | Sample Link | Sample Link |