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I processi della nascita e della morte

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Questo articolo si occupa dei due momenti fondamentali della vita di ogni individuo e cioè l’inizio e la fine: nascita e morte.
L’argomento è trattato in base alla prospettiva della filosofia classica indiana, la sola ad entrare nel dettaglio delle varie fasi che, anche se in maniera relativamente veloce, si susseguono l’una dopo l’altra fino a completarsi nella fase finale che noi descriviamo, appunto, come il momento della nascita e quello della morte.
Naturalmente, essendo il tema trattato alla luce di una cultura in gran parte estranea all’Occidente, la quale si diversifica notevolmente dalla filosofia classica greca sia per le tematiche, che per la sua incredibile attualità anche in epoca moderna, cercherò di esemplificare alcuni termini e concetti che diversamente potrebbero risultare difficilmente comprensibili.

Generalmente noi crediamo che un essere nasca solo quando appare su questa terra con un corpo solido. Questo corpo deve, a un certo momento, essere considerato separato e autonomo da sua madre, e dalla matrice che l'ha prodotto.
Tuttavia questa è una esemplificazione del complesso processo della nascita. Analogamente per quanto avviene al momento della morte, come vedremo, quello della nascita è tutt'altro che istantaneo.
Al contrario, questi processi sono elaborati in un periodo di tempo, raramente breve. 

 

Questo sviluppo è determinato da una curva parabolica, e solamente l'apice critico appare al testimone come momento atteso.
Il momento della nascita, ad es., non rappresenta il definitivo distacco del neonato dal corpo della madre, perché una continuità fisica è protratta per un tempo indefinito, anche dopo il momento cruciale.
Per es. un neonato già espulso dal corpo della madre, continua per breve tempo a scambiare il suo sangue, fino a che il cordone ombelicale non venga tagliato.

Ma anche dopo questa separazione, il neonato continuerà a svilupparsi alimentato dal latte materno. Questa continuità simbiotica è, perciò, mantenuta ad un livello nutritivo.
Ma, comunque, anche dopo che l'ultima continuità fisica è interrotta, la relazione di dipendenza dalla madre continua.
Legami psichici sono più o meno coesivi e duraturi che non quelli fisici a tal punto che, in certi casi patologici, essi non vengono interrotti affatto, ma condizionano il figlio ad un perpetuo stato di infanzia, impedendogli di raggiungere quello della maturità.

Secondo il Samkhya, uno dei maggiori sistemi filosofici dell’India, ogni essere, alla nascita,  è provvisto di un intelletto (buddhi) che rappresenta in qualche modo la sua essenza archetipica, il suo seme.
Quando buddhi cade in un ambiente soggetto alla condizione formale (in gergo filosofico namarupa), egli produce ahamkara, che possiamo considerare come la coscienza individuale.                                                                                                                                           
La coscienza individuale contiene, in nuce, un certo numero di possibilità manifestate al momento della produzione dell'individuo, quando egli assume un corpo.

Queste possibilità sono i “tanmatra”, principi sottili degli elementi corporei come il suono, il tatto, la vista, il gusto e l'olfatto.  Questi principi si manifesteranno in maniera grossolana nei cinque elementi finali (mahabhuta) della materia.
Le varie modificazioni di ahamkara sotto l'effetto dei guna producono le facoltà di percezione e di azione.
Analogamente, in senso contrario, gli elementi che per ultimi si sono sviluppati nel processo creativo, saranno i primi a declinare al momento della morte.

Nel processo dell'agonia l'uomo sottostà ad una complessa modificazione delle sue facoltà che permettevano il suo contatto con il mondo.
L'indebolimento dei sensi, che inizia con il periodo di vecchiaia in maniera graduale ma costante, in questa ultima fase diviene una vera e propria ritrazione delle facoltà di sensazione e di azione.
Questo viene descritto come il "trapasso degli dei" (ved. BrihadAranyaka Upanishad.) che avevano preso dimora verso la sede centrale dalla quale emersero nel momento della concezione.

Al momento della morte, quindi, le facoltà di azione (karmendriya nel gergo filosofico), lasciano gli organi corporali per ritirarsi nella mente (manas).
Successivamente, le facoltà sensoriali (jnanendriya), che rappresentavano la porta di comunicazione con l'ambiente esterno, divengono sempre più ottusi e progressivamente occlusi.

La mente inizia a ritirarsi dal suo organo funzionale, il cervello, progressivamente chiudendo il flusso delle sollecitazioni e intervenendo in maniera attiva sempre di meno.
La mente ora è occupata a riorganizzare i dati archiviati nella memoria iniziando dal più recente fino a riconsiderare il più remoto.
La persona prende rifugio nelle sue passate memorie richiamando alla mente la sua giovinezza, l'adolescenza, l'infanzia.

In questa revisione egli consuma ed esaurisce gran parte dei dati registrati, cancellando la memoria più recente ed apparendo come smemorato, come prigioniero di puntigliose memorie del passato. E' in questo preciso momento che iniziano i riti funebri familiari.
Tuttavia egli non entra nello stato di agonia, fino a che la ritrazione degli indriya dai corrispondenti organi corporei non giunga alla fase conclusiva.

 

Tripura Sundari 

 

La prima facoltà a ritirarsi è l'olfatto, seguita dalla parola. La ritrazione della parola è il primo drammatico impedimento di comunicazione che l'agonizzante esperimenta.
Durante la fase di agonia la febbre (jvara) è immancabilmente presente, logorando lentamente il moribondo.
Jvara è identificata ad una divinità femminile, figlia della collera di Shiva.

Kali


In questa fase il moribondo sperimenta il panico, in quanto realizza che sta per abbandonare “il certo per l'incognito”.

Segue la caduta del gusto, mentre contemporaneamente il corpo perde la sua ultima capacità di muoversi dal posto in cui giace.
Sopraggiunge il senso di paura misto a frustrazione per questa caduta di vigore, mentre continua ottusamente a voler rimanere in vita.
La sua vista si era indebolita già dalla prima fase, quando ancora poteva parlare, spesso dichiara di vedere solamente tenebre.
Questo passaggio è cruciale nel processo dell'agonia. Infatti la perdita della vista è il più acuto e drammatico momento, tagliando i legami tra la persona e coloro che sono vicino.

Rispetto agli altri quattro sensi, lo sappiamo, la vista è quello più sviluppata nell'essere umano.
E' probabile che gli altri animali esperimentino un analogo senso di panico con la ritrazione del senso dell'olfatto, per esempio nei cani, essendo questo il senso più sviluppato per essi.
La facoltà a generare si ritrae insieme alla vista. Per "facoltà a generare" intendo naturalmente il principio del piacere "kama" che soprassiede alla vita emotiva.

Con la ritrazione di questa facoltà il moribondo percepisce un senso di indifferenza per le persone che sta per abbandonare.
Questo è l'inizio di un distacco psicologico che prevale sul senso di panico prima predominante.
Nella fase successiva l'agonizzante perde il senso del tatto e la capacità di afferrare.
Con la caduta del tatto, cade ogni relazione con la sofferenza fisica mentre il senso di distacco comincia a trasformarsi in una attitudine di serenità.

E' l'abbandono completo sul letto di morte.                                          

E' a questo punto che le persone che si trovano  al capezzale sono in dubbio se sia deceduto o no; controllando spesso con uno specchio se sia presente ancora una alito di respiro.
In realtà egli è ancora presente e parzialmente consapevole; è in grado, infatti, di ascoltare ancora le voci dei presenti, anche se la sua partecipazione è esclusivamente passiva.
La Chandogya Upanisad descrive questo passaggio: {jkhighlight}"Quando una persona malata sta per morire, coloro che sono intorno gli chiedono: 'Mi riconosci, mi riconosci?' Egli continua a riconoscerli fino al momento in cui lascia il corpo".{/jkhighlight}.

Insieme alla ritrazione dell'udito, le facoltà digestive ed escretive vengono arrestate con il conseguente rilascio degli organi di controllo.
In questo modo tutte le facoltà si azione e di sensazione sono ritirate in manas (la mente), nel senso inverso all'ordine di produzione della nascita.
E' come se si vedesse un film cominciando dalla fine.

La mente che supervisiona questo fenomeno controlla le esperienze che gli indriya (le facoltà) hanno subordinato alla sua revisione durante il corso della vita.
Perciò il moribondo ha delle brevi sequenze di memoria visiva degli eventi della sua vita. Secondo il buddismo al momento della morte, la vita nella sua interezza si presenta alla considerazione del moribondo: perciò non c'è differenza nel dire che il destino è determinato dalla condotta della propria vita, o affermare che ciò che è essenziale è quello che si pensa al momento della morte (cultura cristiana) in quanto queste due cose sono identiche.
Una volta che l'inviluppo dei sensi si è concluso e la porta di comunicazione con il mondo esterno è stata chiusa, la mente non esperimenta più la realtà esteriore.

Manas (la mente) sperimenta sé stessa in uno stato simile a quello di sogno.

A questo punto un ritorno allo stato di veglia è quasi impossibile, a causa della inefficienza degli organi corporei e del corpo in generale.
La condizione dello stato di coscienza del moribondo corrisponde a quella del feto durante la vita uterina, specialmente nel periodo che potrebbe permettergli la sopravvivenza in caso di nascita prematura.
La sua mente sta drammaticamente revisionando la memoria registrata in un flusso di incongrue impressioni.
Queste impressioni di sogno vengono forzatamente condotte ad una "reductio ad unum" con la fine della sua attività.
Il manas (la mente) si ritira in prana (l’energia), inteso non solamente nella composizione aerea che garantisce la continuazione del respiro, ma come principio della vita vegetativa. Quando il manas si fonde in prana, la coscienza individuale lascia lo stato di sogno.

Il processo della morte passa in uno stato ulteriore quando la mente è disattivata ed immersa nelle forze vitali praniche.
La coscienza si trasferisce nello stato di sonno profondo, con sempre meno possibilità di tornare allo stato di veglia o di sogno.
Per usare un termine moderno, il moribondo entra in uno stato di coma irreversibile senza attività psichica, tranne che per i suoi riflessi.
Da questo momento prana si ritrae in tejas, o il calore vitale composto dai cinque tanmatra.

Questa fase culmina con l'arresto della respirazione, il primo segno esterno dell'abbandono fisico.

La fine della respirazione causa il conseguente arresto della circolazione dei fluidi corporei, primo fra tutti il sangue.
Senza l'impatto della respirazione il cuore smette di battere.
Secondo la scienza della morte indiana, a questo punto anche tejas si ritrae nella divinità che governa l'aggregato individuale, che corrisponde allo stesso ahamkara (ego o personalità) che si ritrae in sé stesso.

L'inviluppo di tejas, che costituisce l'essenza dei tanmatra (elementi della materia), dimostra un progressivo raffreddamento del corpo.
Generalmente il raffreddamento comincia dalle mani e dai piedi e continua verso il centro, raggiungendo il cuore.

Il “rigor mortis” sarà l'ultima prova evidente dell'avvenuto decesso.

Ma sino a che una minima quantità di calore rimane, i tanmatra (elementi sottili) rimangono nel corpo a conservare la vita, perché ahamkara (l’ego) continua ad abitare lì, come principio dì individualità.
A questo punto, anche se estremamente improbabile, un ritorno alla vita sarebbe ancora possibile, attraverso una inversione nella tendenza alla ritrazione delle facoltà individuali.
Ma quando il rigor mortis interviene, questo è il segno che ahamkara, dopo aver accolto intorno a sé i suoi prodotti, come farebbe un re con i suoi vassalli, ha abbandonato il corpo.

Questo è il vero momento della morte fisica. Ciò non implica che tutti i legami con il jivatman vengano tagliati, significa solo che un ritorno alla vita è ora impossibile.

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