BrihadAraniaka Upanishad - Sezioni 1, 2, 3

Scritto da Libero Gentili. Pubblicato in Filosofia

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La Br.Up. appartiene al corpo dei Veda. Questi ultimi si dividono in quattro libri, conosciuti come Rigveda,Yajurveda,Samaveda,Atharvaveda. A seconda del contenuto e della forma letteraria, ognuno di questi libri a sua volta si distingue in:

I Samhita consistono in una raccolta di inni impiegati, per la maggior parte, nei riti sacrificali e conosciuti più comunemente come Mantra. E' ad essi che normalmente ci si riferisce quando si parla in generale dei Veda. Quindi i Samhita possono appartenere alla sezione del Rigveda, se sono espressi in versi; allo Yajurveda, se sono resi in prosa e al Samaveda se sono strutturati in canti.

Il Rigveda Samhita si compone di 10.580 versi (mantra); il Samaveda Samhita contiene 1.549 versi e si tratta di canti intonati durante i sacrifici. Lo Yajurveda Samhita raggruppa due recensioni conosciute come Krishna Yajurveda (Y. nero) e Shukla Yajurveda (Y. bianco).


L'Atharvaveda Samhita non è generalmente studiato come libro di preghiere ed il suo uso è limitato ad alcune forme di sacrificio.

I Brahmana si occupano dell'uso pratico dei canti contemplati dai Samhita.
Gli Aranyaka a loro volta, sviluppano alcune considerazioni simboliche ed esoteriche di ciò che costituisce la pratica contemplata dai Brahmana.
LeUpanishad, infine, riprendono alcuni temi dei Brahmana, ma li sviluppano in senso mistico e filosofico. Le sezioni filosofiche dei Brahmana e degli Aranyaka vanno normalmente sotto il nome di Upanishad.

La Brihadaranyaka Upanishad appartiene al gruppo dello Shukla Yajurveda (Y. bianco); è probailmente la più elaborata e una tra le più antiche.
Si suddivide in tre libri:

  1. Madhu Kanda
  2. Yajnavalkya Kanda
  3. Khila Kanda

MADHU KANDA - Il libro del miele

Sezione I -Asvameda Brahmana.

 

śloka 1 

TESTO

1."Om. L'aurora è il capo del cavallo sacrificale, il sole è il suo occhio, il vento il suo respiro, il fuoco Vaishvanara le sue fauci spalancate, l'anno il suo essere. Il cielo è il dorso del cavallo sacrificale, l'atmosfera la sua pancia, la terra il basso ventre, i punti cardinali i fianchi, i punti intermedi i costati, le stagioni le membra, i mesi e le quindicine le articolazioni, i giorni e le notti le zampe, le costellazioni le ossa, le nuvole la carne, la sabbia il nutrimento, i fiumi gli intestini, le montagne il fegato e la milza, le piante e gli alberi il pelo; il sole che si leva è la sua metà anteriore, il sole che tramonta quella posteriore; allorché apre la bocca lampeggia, allorché sbuffa tuona, allorché orina piove; il suo nitrito, invero. è la Voce stessa."

COMMENTO

La prima sezione si apre con la meditazione sull'Asvameda yaga, il sacrificio del cavallo. Si tratta di uno dei più importanti sacrifici dell'epoca vedica, attraverso il quale il sovrano riconfermava il suo potere e la grandezza del suo regno.
La Upanishad interiorizza simbolicamente tale sacrificio e ne fa oggetto di meditazione sul Purusha, nella forma di questo universo. La similitudine sulle varie parti del cavallo sacrificale sono abbastanza intuitive. Da notare la identificazione della testa del cavallo - parte più importante dell'animale - con l'alba, momento magico, con la quale inizia il giorno e, più specificatamente, con il brahma muhurta il momento più favorevole alla meditazione.

 

śloka 2

TESTO

2. Il giorno, la cui matrice è nell'oceano orientale è il mahiman anteriore: esso è nato al seguito del cavallo; la notte, la cui matrice è nell'oceano occidentale, è il mahiman posteriore: essa è nata al seguito del cavallo. Essendo destriero portò i Deva, come stallone portò i Gandharva, come corsiero portò gli Asura, come cavallo (asva) portò gli uomini. Parente gli è l'oceano, l'oceano è la sua matrice.

COMMENTO

Nell'asvamedha yaga due recipienti - con i quali veniva effettuata la libagione - uno d'oro e l'altro d'argento venivano collocati davanti e dietro l'animale sacrificale. Essendo la testa del cavallo assimilata all'alba, la quale come è noto sorge ad est, necessariamente il mahiman anteriore deve essere collocato in tale direzione. Esso è d'oro in quanto il nobile metallo è il più idoneo a rappresentare la luminosità del giorno (ma anche, e non secondariamente) il carattere prezioso e sacro dell'alba o del Brahma muhurta).
Il mahiman posteriore - che veniva forgiato con l'argento sarà necessariamente collocato ad Ovest, rappresentando il punto dove tramonta il sole. L'Universo o il Purusha o il cavallo sacrificale, nel nostro stato di veglia, è visibile nello spazio di tempo compreso tra l'alba ed il tramonto. Tutta la conoscenza successiva si fonda e parte dallo stato di veglia.
Deva (i Risplendenti), Gandharva (esseri dimoranti nell'atmosfera, gerarchicamente inferiori ai Deva), Asura (forze della natura, successivamente identificate con i Demoni) e Uomini, tutti sono condotti (sostenuti) dal cavallo nelle sue differenti tipologie: haya, vaji, arva, asva. L'Oceano è la matrice dell'esistenza. E' il Sé universale, non ancora espresso nella manifestazione.

 

Sezione II - Agni Brahmana

 

śloka 1

TESTO

1. Prima della creazione non esisteva nulla. Questo Universo si è sviluppato dalla morte e dalla fame, perché la fame è morte. Egli pensò: "Possa io avere il ricordo" e così creò il ricordo. Ed Egli, adorando Sé stesso, entrò in attività. E durante questa attività fu creata l'acqua. Pensò: "l'acqua è stata prodotta mentre ero in adorazione; perciò è questo il cosidetto fuoco (poiché esso ha la natura dello splendore e del piacere)". Colui che così medita l'origine del fuoco, in verità per lui sopraggiunge la felicità.

COMMENTO

Prima della Creazione l'Universo è nella condizione non manifestata. Affinché un effetto possa manifestarsi, ha bisogno della sua causa. Anche la causa dell'Universo (il Principio) è, tuttavia, nella condizione non manifestata. Il totale vuoto di esistenza è, pertanto, la causa primaria dell'Esistenza o dell'Universo.
L'autore lo paragona metaforicamente alla fame e alla morte. La fame è, nella sostanza, desiderio di esistenza, ma l'esistenza stessa non può che basarsi sulla morte. (Ci si nutre di cose che, pertanto, vengono a morire; se non ci si nutre, si muore a nostra volta).
Ma la morte (che corrisponde all'assenza di vita nel suo aspetto manifesto) non è capace di pensare, a meno che non esista un'altra causa che abbia in sé la proprietà del pensiero e della volontà.

E' l'aspetto del desiderio creativo e dell'attività. Questo desiderio spinge la morte a pensare: "possa io avere il ricordo". La nostra esistenza è tutta basata sulla capacità di ricordare; capacità dalla quale scaturiscono i nomi e le forme delle cose esistenti. Da qui la possiblità di classificare e distinguere che sono alla base dello sviluppo del pensiero.La vita appare, quindi, come prima manifestazione della volontà e dell'attività.

L'attività per eccellenza (kriya), secondo questa forma di pensiero, è quella sacra, dell'adorazione (arc). Da tale attività scaturiscono due risultati:

  1. La consapevolezza dell'attività del pensiero (o del ricordo) che è descritta come fuoco
  2. La sensazione di felicità (kam) che scaturisce da tale atività e che viene descrita come acqua. La combinazione di queste due parole dà il termine arka

 

śloka 2

TESTO

2. Le acque, in verità, sono arka (splendore). Ciò che spumò dalle acque si solidificò. La massa solidificata divenne il Mondo. A causa di ciò Egli si affaticò ed il suo lustro e splendore si tramutarono in fuoco.

COMMENTO

L'acqua è assimilata allegoricamente al fuoco, perché ha in esso la sua origine. Essa rappresenta il sub strato di tutta la vita. Dall'acqua scaturisce la terra. Si tratta in realtà di una doppia creazione: quella, per così dire esteriore (fuoco, acqua, terra) e l'altra relativa al principio creatore: dalla fatica (=attività) nasce Agni.

Agni verrà associato a Prana, l'Energia vitale.

 

śloka 3

TESTO

3. Egli divise sé stesso in un triplice sviluppo, essendo il sole al terzo posto rispetto al fuoco ed all'aria e l'aria come terza rispetto al fuoco ed al sole. Anche questo Prana divise sé stesso in tre aspetti. La direzione orientale è la testa. Nord-est e sud-est le braccia. La direzione occidentale, la coda. Nord-ovest e sud-ovest le cosce. Sud e Nord i fianchi. Il cielo il dorso e l'atmosfera il ventre. Questa terra il suo petto. Egli è sospeso sulle acque. Dovunque andrà, colui che così conosce, sempre avrà un ricovero.

COMMENTO

Ritorna l'associazione tra il Principio assoluto (Prajapati), la Morte, Prana ed il cavallo sacrificale. Tutti e quattro esprimono il senso del sacrificio iniziale. L'Ashvamedha era, in realtà, il sacrificio cruento del cavallo; la Upanishad interiorizza il significato del sacrficio e dello smembramento con la meditazione (...colui che così conosce...).
La triplice divisione è relativa ai principi che sono alla base dell'esistenza e della vita: il sole, l'aria, il fuoco. Così anche il prana divise sé stesso in un triplice sviluppo: Vita nel sole, Vita nel fuoco, Vita nell'aria.

Colui che così conosce (cioè che l'intero universo altri non è che il corpo del Principio universale) troverà un sicuro rifugio ovunque egli vada. [Si intenda anche in senso metaforico, come rifugio dell'anima].

 

śloka 4

TESTO

4. Egli desiderò:"Possa io avere un corpo". E avendo ciò desiderato, divenne l'unione tra la parola ed il pensiero. Il principio che era lì presente diventò samvatsara, l'anno. Prima di lui non esisteva l'anno, ed egli eresse questo principio ad un anno. Dopo questo periodo creò sé stesso. Quando nacque, Morte spalancò le sue fauci per divorarlo ed Egli emise un suono: bhan. Questo suono, in realtà, divenne la parola.

COMMENTO

Questo secondo processo di creazione non riguarda, come può sembrare a prima vista, il corpo materiale in sé (d'altronde la creazione è già stata avviata, come descritto dai mantra precedenti) ma gli strumenti che consentono di realizzare la presenza di un corpo.
In sostanza, quest'ultimo dovrà poter essere oggettivato. Pertanto, la seconda creazione si riferisce alla parola: vak.

Vak è il mezzo, lo strumento dell'espressione, in quanto è il pensiero espresso dal suono. Per mezzo di essa, il Pricipio è capace di esprimere e, quindi, di conoscere la sua stessa esistenza.

Prima dell'esistenza della parola, i pensieri debbono essere stati infiniti nella loro natura. E' la parola che, proprio per la sua specifica funzione, fraziona un pensiero per farlo divenire intelligibile, creando così delle unità di tempo. Nasce il fattore tempo, al quale si attribuisce convenzionalmente, ciò che noi chiamiamo un anno.

La creazione del fattore tempo, rende così intelligibile il concetto della nascita (tutto ciò che esiste deve pur avere una origine, un inizio) la quale per l'Essere avviene dopo un anno.
Alla nascita il neonato è minacciato dalla Morte. In realtà ogni forma di vita presuppone come sua origine una non esistenza antecedente ed una non esistenza finale (o successiva, per la teoria del Samsara, il ciclo delle rinascite).

 

śloka 5

TESTO

5. Ed Egli così pensò: "Se lo uccido, ne ricaverò un pasto esiguo". Attraverso tale riflessione, mediante la parola ed il pensiero creò tutto ciò che esiste: il RigVeda, lo YajurVeda, il SamaVeda, i metri, il sacrificio, gli uomini e gli animali. Qualunque cosa creò, tutto si risolse di mangiare. Perché la Morte, in realtà, fagogita tutto; è perciò che viene chiamata aditi. Colui che così conosce, di tutto si può nutrire, ogni cosa diventa il suo cibo.

COMMENTO

La creazione, in questa fase, concerne solamente il principio vitale (il neonato) e non ancora le entità create. Cibandosene, la Morte ne ricaverebbe un pasto misero. In realtà il neonato rappresenta cibo e, ancora di più, il produttore di cibo. L'Universo intero è cibo per la Morte.
Attraverso il potere della volontà e della conoscenza essa crea (o manifesta sé stessa) Rig, Yajur e Sama Veda (la triplice scrittura o Rivelazione) i sette metri poetici i sacrifici, gli uomini e gli animali.

La morte viene chiamata Aditi (l'origine) perché è da essa che scaturiscono tutte le forme 

Il mantra termina con il consueto invito alla meditazione.

 

 

śloka 6

TESTO

6. Così desiderò: "Possa io eseguire il sacrficio con grande sacrificio". A causa di ciò si affaticò, quindi il suo lustro ed il suo vigore si esurirono. I soffi vitali, in realtà, sono gloria e vigore (del corpo). Così dopo la dipartita dei prana, il corpo cominciò a crescere. Ma la sua mente, in realtà, era nel corpo.

COMMENTO

Lo schema della Creazione è stato delineato: dai Veda fino agli animali; cioè dalla conoscenza fino all'ignoranza (avidya). [nota_14] Ora si trata di eseguire il sacrificio del cavallo (asvamedha) che la Upanishad interiorizza in senso simbolico.
All'inizio della Creazione, l'uomo nasce come soggetto di conoscenza; alla sua natura appartiene l'istinto della ricerca della Realtà ultima delle cose; il presente mantra ed i successivi esprimono questo concetto in termini di sacrificio.

Anticamente il sacrificio del cavallo veniva rivolto dal sovrano alla divintà. La bestia veniva purficata per mezzo di atti rituali e quindi lasciata libera per un anno. Allo stesso modo l'anima dell'individuo deve purificare sé stessa al fine di realizzare lo scopo finale: l'ultima Realtà.

Indubbiamente il compito non è da poco. Questo impegno morale può causare l'indebolimento dell'organismo, che il mantra indica come la dipartita dei soffi vitali (prana). A causa di ciò il corpo si gonfia (asva).

Qui riveste un ruolo importante il gioco di parole impiegato: asva significa anche cavallo (un veicolo). Il corpo di un individuo è il veicolo dell'anima, in sostanza il suo cavallo. Nel processo di purificazione, l'anima dovrà sacrificare il suo cavallo (il corpo o la materialità).

 

 

śloka 7

TESTO

7. Quindi desiderò: Possa questo (mio corpo) divenire adatto al sacrificio. Possa io essere incarnato attraverso esso. Siccome si gonfiò, fu conosciuto come cavallo e questo divenne adatto al sacrficio.
Perciò questa, in realtà, è l'origine dall'asvamedha, il sacrificio del cavallo. Colui che conosce ciò, conosce l'asvamedha.
Lasciandolo libero per un anno, meditò si ciò. Dopo un anno, egli sacrificò il cavallo per sé stesso, assegnando gli altri animali agli dei. E' perciò che coloro (che eseguono sacrifici) sacrificano a Prajapati il cavallo santificato, il quale è dedicato a tuti gli dei.
Ciò che emette calore questo è in realtà asvamedha. L'anno è il suo corpo.
Il fuoco terrestre è arka. Questi mondi sono il suo corpo. Questi due sono arka e asvamedha. Entrambi, nuovamente, sono in realtà la stessa divinità: Morte. Colui che così conosce, conquista ulteriormente la morte. La morte non lo possiede. La morte diviene il suo sé. Egli diventa uno con questi dei.

COMMENTO

Questo lungo mantra chiude la seconda sezione - Agni brahmana - del primo libro - Madhu Kanda -, il libro del miele.
Si noterà immediatamente una apparente contraddizione: l'incertezza del soggetto. Le prime battute lo identificano al cavallo sacrficale; poi esso diventa Morte, la condizione di non esistenza che precede l'esistenza e, successiamente, Prajapati, il primo essere, il macrantropo, progenitore di tutti gli esseri.

L'evoluzione della scena condurrebbe di nuovo ad identificare quest'ultimo - Prajapati - al primo sacrificio e, quindi, al cavallo. In sostanza, il soggetto trascolora in figure successive che sembrano soddisfare sia l'interpretazione logica [la non esistenza deve logicamente precedere l'esistenza] sia l'antica tradizione regale dell'asvamedha [attraverso la quale il Re rinasceva per i suoi sudditi - ma anche per i suoi nemici - novello sovrano] sia l'interpretazione mitica [Pajapati è il progenitore di tutti gli esseri].

Il sacrificio del cavallo, per la sua importanza, viene paragonato al sole che risplendendo, illumina tutte le cose. Arka è identificato al fuoco per i motivi esposti nei mantra precedenti. Il fuoco denota il sacrificio ed il sole il risultato del sacrificio. Quest'ultima assimilazione verrà meglio compresa più avanti, quando commenteremo il mantra relativo al destino post mortem dell'uomo.

 

Sezione III - Udgitha Brahmana. 

śloka 1

TESTO

1. La discendenza di Prajapati fu, in realtà, duplice: dei e demoni. Gli dei erano inferiori di numero e i demoni superiori; essi rivaleggiavano gli uni con gli altri. perciò gli dei disssero: "sorpassiamo i demoni nel sacrificio mediante l' udgitha.

COMMENTO

Dal primo momento della creazione, la vita appare sotto la prospettiva della dualità, dove la diversificazione tra soggetto ed oggetto rende possibile l'unico modo di esistenza che l'uomo può concepire. Con la dualità si prospettano le coppie degli opposti, quindi la discriminazione ed il libero arbitrio.
La doppia discendenza cui si fa riferimento è immediatamente riconducibile al bene ed al male ma anche, e non secondariamente, ai mezzi di cui l'individuo può disporre per confrontarsi con la realtà delle cose: gli organi di senso. In una cultura dove gli atti rivolti verso la sacralità rivestono una importanza primaria rispetto a tutto ciò che si riferisce al'attività profana, saranno considerate "buone" (gli dei) le inclinazioni verso la religiosità, il sacrificio ecc, mentre "cattive" (i demoni) tutte le altre. E siccome l'uomo, per sua natura, è maggiormente incline alla esteriorizzazione dei sensi (le attività profane) i demoni sono, naturalmente, più numerosi rispetto agli dei.

Nella mitologia indiana, questa rivalità tra dei e demoni viene chiamata devasura sangram. Può succedere, in alcune epoche, che gli dei vengano sopraffatti ed allora interviene quel principio chiamato Vishnu il quale attraverso le sue manifestazioni (Avatara) riconduce il mondo verso la rettitudine originaria.

Il sacrificio e l'udgitha sono il mezzo, per eccellenza, attraverso il quale è possibile combattere il male, ossia la bassa natura dell'individuo. Qui l'udgitha sta, più che altro, per meditazione.

 

 

śloka 2

TESTO

2. Gli dei chiesero all'organo della parola: "Canta l'udgitha per noi". "Così sia", disse la parola, cantando. Qualunque piacere vi sia nella parola, essa la riservò agli dei, cantando e qualunque buona parola vi sia qui, la tenne per sé. I demoni riconobbero che sarebbero stati sopraffatti mediante il canto dell'udgitha. Realizzato ciò, le si scagliarono contro, colpendola con il male. Questo è in realtà il male, che parla con la parola ingiusta. Questo è, in realtà, il male.

COMMENTO

Qualunque commento a questo mantra ci risulterebbe superfluo, tranne che per questa precisazione: la parola, in questo contesto, è la parola sacra; quella, cioè, che recita i canti dei Veda.

 

 

śloka 3

TESTO

3. Quindi gli dei chiesero al naso: "Canta l'udgitha per noi". "Così sia", disse il naso cantando. Qualunque piacere vi sia nel naso, esso lo riservò agli dei, cantando e qualunque buon odore sia qua, lo tenne per sé. I demoni riconobbero che sarebbero stati sopraffatti mediante il canto dell'udgitha. Realizzato ciò, gli si scagliarono contro, colpendolo con il male. Questo è in realtà il male, che fiuta ciò che è sbagliato, Questo è, in realtà, il male.

COMMENTO

Naturalmente, il naso non canta, né potrebbe considerarsi peccato fiutare un cattivo odore. Ciò che si intende stabilire in questo e nei mantra successivi, è che l'attitudine rivolta verso la sacralità va assunta con tutto il proprio essere, nella profondià dell'animo e non solamente con un atto formale (recitare i Veda con la parola). Anche gli odori si distinguono in buoni e cattivi e fanno parte della comune esperienza; ma non si usa dire, spesso,che "il tale è in odore di santità" ?

 

 

śloka 4

TESTO

4. Allora gli dei dissero all'occhio: "Canta per noi". "Così sia" disse l'occhio e cantò l'udgita per essi. Qualunque piacere sia nell'occhio, esso lo assicurò agli dei, cantando e qualsiasi bene produca la vista lo lasciò per sé. I demoni realizzarono che così sarebbero stati sopraffatti mediante il canto dell'udgita. Così pensando, assalirono l'occhio con il male. Questo è, in realtà il male, che guarda ciò che è sbagliato.[nota_21] Questo è, in verità, il male.

COMMENTO

L'occhio prosegue la parte di sacrificio iniziato dagli altri organi di senso.Valgono le stesse osservazioni fatte nel mantra precedente.

 

 

śloka 5

TESTO

5. Quindi gli dei dissero all'orecchio: "Canta l'udgita per noi". "Così sia" disse l'orecchio, cantando. Qualunque delizia sia nell'orecchio, esso lo assicurò agli dei, cantando e qualunque cosa buona vi sia nell'ascolto, lo tenne per sé. I demoni realizzarono che così sarebbero stati sopraffatti mediante il canto dell'udgita. Pensando ciò, assalirono l'orecchio con il male. Questo è, in realtà, il male che ascolta ciò che è sbagliato. Questo è, in verità, il male.

COMMENTO

 

 

śloka 6

TESTO

6. Quindi gli dei dissero alla mente: "Canta l'udgita per noi". "Così sia" disse la mente e cantò l'udgita per essi. Qualunque piacere sia nella mente, essa lo assicurò agli dei, cantando e qualunque cosa buona vi sia nel pensiero, la tenne per sé. I demoni realizzarono che così sarebbero stati sopraffatti attraverso il canto dell'udgita. Pensando ciò assalirono la mente con il male. Questo è, in realtà, il peccato che pensa ciò che è sbagliato. Questo è, in verità, il peccato. Così essi infettarono gli altri dei (della pelle, ecc.) con il peccato.

COMMENTO

Alla mente è riservato lo stesso trattamento, nel momento in cui viene contaminata dal pensiero non retto. C'è da osservare che nella concezione indiana, la mente è un organo di senso (interno) al pari degli altri cinque.

 

śloka 7

TESTO

7. Quindi gli dei chiesero alla forza vitale che risiede nella bocca: "Canta l'udgita per noi". "Così sia". E avendo ciò detto, la forza vitale cantò l'udgita per essi. I demoni realizzarono che così sarebbero stati sopraffati mediante il canto dell'udgita. Pensando ciò, assalirono la forza vitale, desiderando colpirla con il male. Così come una zolla di terra, scagliata contro una roccia, viene sgretolata, frantumati e scagliati via in tutte le direzioni, i demoni perirono. Quindi furono gli dei che divennero, mentre i demoni perirono. Colui che così conosce, recupera il suo vero sé ed il suo invidioso parente viene sconfitto.

 

COMMENTO

Per comprendere appieno l'indefettibilità di Prana, occorre conoscere il valore che questo concetto riveste in tutta la speculazione filosofica indiana. Prana è, comunemente, la forza vitale, l'essenza delle cose, la vita o ciò che sostiene la vita. Ma, ancor di più, Prana viene associato allo stesso Principio divino. Esso è immanemte in tutto ciò che vive e, quindi, anche negli organi di senso, ma al tempo stesso trascendente rispetto alle vicende della vita stessa. La parola può esprimersi bene o male, così come la mente può rivolgersi verso pensieri retti o malvagi; Prana è fuori dell'esperienza dei sensi. Non appena i demoni vengono sconfitti, gli dei vengono immediatamente restaurati nel loro rango originario.

 

śloka 8

TESTO

8. Gli dei chiesero: "Dov'era colui che così si è unito a noi?" "Egli è nella bocca". E' chiamato ayasya angirasa [nota_22] in quanto è l'essenza delle membra.

COMMENTO

L'essenza - delle membra - nella bocca. Prana è, in realtà, in ogni parte essendo il sostegno della vita. Spesso gli si attribuiscono sedi particolari, in rapporto allo specifico contesto. Si consideri la bocca cone luogo privilegiato, non tanto perché viene assimilato anche con il cibo, quanto per l'importanza che la parola (vak) ha in questa cultura (naturalmente la parola sacra, cioè le Scritture).

 

śloka 9

TESTO

9. Questa divinità è conosciuta con il nome dur in quanto la morte resta distante da esso. Colui che così conosce, certamente ha distante la morte.

COMMENTO

La morte è, naturalmente, intesa come attaccamento all'esperienza sensoriale che priva del senso spirituale della vita. E' la condizione appartenente ai "demoni", cioè ai sensi in quanto totalmente distratti dalla realizzazione spirituale.

 

śloka 10

TESTO

10. Questa divinità, in realtà, rimosse il male da quegli dei che erano morti portandolo là, al confine di queste regioni. Qui egli depositò i loro peccati. Non bisogna andare presso quella persona o quelle regioni, per paura che si venga impregnati del peccato, che è morte.

COMMENTO

Il confine delle regioni non è, naturalmente, territoriale bensì morale. Non bisogna tornare in quei luoghi, una volta che ci si è purificati dal male grazie alla disidentificazione con gli oggetti dei sensi. Non bisogna neanche associarsi a quegli individui che sono affetti dal male.

 

śloka 11

TESTO

11. Questa divinità, dopo aver rimosso la morte, li condusse al di là della morte.

COMMENTO

Non è sufficiente rimuovere il male; occorre anche trascenderlo. L'uomo, per sua natura, è costantemente soggetto alla realtà sensoriale e questa rappresenta una potenziale minaccia alla condizione spirituale. La pura attitudine della mente e degli altri organi conduce al di là della morte.

 

śloka 12

TESTO

12. In realtà Prana condusse prima di tutto l'organo della parola oltre la morte. Quando la parola ne fu liberata, divenne fuoco; questo fuoco, trascendendo la morte, risplende al di là di essa.

COMMENTO

La parola è il più potente mezzo di espressione e l'organo della parola è quello che può cantare l'udgita. Libera dalla morte essa diventa fuoco, in quanto ha il potere di purificare ed anche perché il retto parlare brucia il male. Il fuoco è la potenza che presiede la parola.

 

śloka 13

TESTO

13. Quindi Prana condusse il naso oltre la morte. Quando esso fu liberato dalla morte divenne aria. L'aria, trascendendo la morte, fluttuò al di là di essa.

COMMENTO

Si tratta della purificazione del senso dell'olfatto e l'aria è la forma di potenza (o, altrimenti, divinità) che soprassiede ad esso.

 

śloka 14

TESTO

14. Prana condusse l'occhio oltre la morte. Quando esso fu liberato dalla morte, divenne il sole. Questo sole, trascendendo la morte, effulge al di là di essa.

COMMENTO

La luminosità che è nell'occhio e che consente la vista delle forme esterne è la sua potenza; la divinità è il sole.

 

śloka 15

TESTO

15. Prana condusse l'orecchio oltre la morte. Quando esso fu liberato dalla morte, divenne queste direzioni. Esse, trascendendo la morte, restarono al di là di essa.

COMMENTO

L'orecchio è capace di percepire i suoni provenienti da tutte le direzioni dello spazio. Esse sono le divinità che presiedono il senso dell'udito.

 

śloka 16

TESTO

16. Quindi esso condusse la mente. Quando la mente divenne libera dalla morte, diventò la luna. Essa, trascendendo la morte, splende al di là di essa. Colui che conosce ciò, questa divinità lo conduce al di là della morte.

COMMENTO

Da notare che tale similitudine della mente (manas) con la luna (soma) ricorre abbastanza frequentemente in tutta la speculazione filosofica indiana. Lo spirito è assimilato generalmente al sole, mentre la mente a quell'elemento che non brilla di luce propria come il sole, ma la riflette. In realtà la mente è riflessiva.

 

śloka 17

TESTO

17. Quindi la forza vitale assicurò per sé il cibo, cantando (l'udgita) perchè qualunque cibo venga consumato, è consumato proprio da esso ed esso rimane nel cibo.

COMMENTO

Prana è l'essenza della vita, quindi è contenuto anche nel cibo che si consuma. Dal momento che tale cibo nutre gli organi, esso rimane nel corpo (che a sua volta è cibo). Ma non ci si faccia distrarre troppo da questa interpretazione, diciamo così, fisiologica. Ci stiamo muovendo nel campo della speculazione filosofica dove la metafora ed il simbolismo sono le uniche chiavi di interpretazione di questi testi.. Cibo non è solo ciò che si mangia, ma anche e soprattutto le idee che la nostra mente assimila. Cibo sono i nostri quotidiani rapporti con il mondo, i comportamenti, le inclinazioni... Lo spirito, quindi, si nutre cantando l'udgita (il canto sacro)

 

śloka 18

TESTO

18. Allora gli dei dissero a Prana: "Qualunque cibo vi sia, è tutto qui e tu lo hai riservato per te, cantando". Prana rispose: "Sedete attorno a me". Gli dei dissero: "E sia" e sederono attorno ad esso. Così qualunque cibo venga consumato attraverso esso, da esso questi dei sono soddisfatti. Colui che così conosce, in verità, i suoi parenti siedono attorno a lui; egli diviene il sostegno dei suoi parenti, il migliore tra essi. Chiunque tra essi voglia rivaleggiare con questo conoscitore, certamente diviene incapace di sostenere i suoi subalterni. Ma chiunque lo segua, certamente ne sarà capace.

COMMENTO

In questo mantra si ribadisce la priorità del principio spirituale nella scala gerarchica dei valori della vita. L'autorità di un uomo (e quindi il senso di rispetto che suscita nei suoi simili) non deriva dal prestigio materiale conseguente alle ricchezze, alle alterne vicende, agli intrallazzi ecc., ma dal suo conformarsi al dharma universale, in una visione sacra della vita. Nella misura in cui egli rispetta questi valori universali, così sarà rispettato dagli altri.

 

śloka 19

TESTO

19. Esso è conosciuto come ayasya angirasa in quanto è l'essenza delle membra. In realtà Prana è l'essenza delle membra. Perciò da qualsiasi membro esso si allontani, immediatamente questo si prosciuga perché, in verità, esso è l'essenza delle membra.

COMMENTO

Si ribadisce il concetto espresso nei mantra precedenti.

 

śloka 20

TESTO

20. Questo prana è, esso stesso, Brihaspati. La parola è, in realtà, brihaspati. Questo Prana è il Signore. Perciò esso è chiamato Brihaspati.

COMMENTO

Brihaspati, nella cultura vedica, rappresenta il principio di tutte le forme di conoscenza e, di conseguenza, del Rig, Yajur, Sama veda. E' il principio dell'espressione. La parola stessa è espressione in quanto essa è inclusa in uno dei metri vedici [brihati]. La superiorità della parola, rispetto a tutti gli altri organi, deriva dal fatto che attraverso essa è possible esprimere i versi sacri. Quindi, Prana è il principio vitale, l'essenza della vita e di ogni forma di espressione.

 

śloka 21

TESTO

21. Questo prana è, esso stesso, Brahmanaspati. La parola è, in realtà, brahmanah. Questo Prana è il Signore. Perciò esso è chiamato Brahmanaspati.

COMMENTO

Continua l'esposizione del fondamento etimologico degli attributi di Prana: Brahmana + Pati = Signore dei brahmani. Brahman è ache conosciuto come yajus, forma discorsiva che rappresenta l'ossatura dello yajurveda. Pertanto, come principio di espressione, Prana è Brahmanaspati.

 

śloka 22

TESTO

22. Questo prana è, esso stesso, Sama. In verità sa è la parola, ama è prana. Sa ed ama; questa è la ragione per la quale questo essere è chiamato Sama. Oppure, questa forza vitale è simile ad una formica bianca, simile ad un moscerino, simile ad un elefante, simile a questi tre mondi simile all'Universo; perciò esso è sama. Colui che così conosce questo sama, ottiene l'intima unone con il Sama e risiede nel mondo del sama.

COMMENTO

Ci si riferisce, ora, alla terza scrittura dei Veda: Samaveda. Ed interviene il consueto gioco etimologico il quale risulta fondamentale alla comprensione del mantra. Sa è la parola, ama è la forza vitale: Sama è, quindi, la forza vitale che risiede nella parola; senza di essa nessun inno (Samaveda) può essere cantato.
Il termine sama indica anche uniformità, omogeneità ecc. La forza vitale, in sé, non ha forma definita ed è identica sia nella formica che nell'elefante; sia nel moscerino che nell'universo intero.

 

śloka 23

TESTO

23. Ancora, questa forza vitale è udgitha, Essa è ud, in quanto sostiene tutto ciò; la parola è githa. Perciò questa forza vitale è conosciuta cone udgitha.

COMMENTO

Il termine è formato da ud (che indica sostenere, tenere in alto) e githa (parola, discorso). Perciò questa forza vitale è la parola che sostiene.

 

śloka 24

TESTO

24. In merito a ciò esiste una storia secondo la quale Brahmadatta che era il pronipote di Chikitana bevendo il succo del soma, disse: "Che questo soma mi faccia esplodere la testa se io sostengo che ayasya angirasa cantò l'udgita mediante qualsiasi altro mezzo che non questa forza vitale e questa parola. Perché egli cantò l'udgita solo mediante la parola (vak) e questa forza vitale (prana).

COMMENTO

L'udgita viene cantato solo mediante la parola (mezzo di espressione) e la forza vitale (il principio divino). E' pertanto espressione diretta della sacralità eterna e non ha bosogno di essere corroborata da altri elementi quali, ad es., la discorsività razionale dell'uomo, i sentimenti ecc.

 

śloka 25

TESTO

25. Colui che così conosce la ricchezza del saman, per lui in realtà è la ricchezza. La giusta intonazione è, in verità, ricchezza. Perciò un individuo volendo officiare come brahmino deve desiderare di aver la giusta intonazione. Attraverso la voce, arricchita del giusto tono, egli potrà ottemperare ai suoi doveri di brahmino. Perché, nel sacrificio, la gente desidera fortemente colui che officia il rito con il giusto tono. Ricco è colui che conosce la ricchezza del saman.

COMMENTO

E' ribadita la necessità della giusta intonazione nella recita dei versi sacri. I mantra recitati ed i gesti eseguiti (mudra) debbono essere ben calcolati per ottenerne i risultati. La giusta recitazione del canto e la corretta gestualità, fatta esattamente come prescritto dal testo Brahmana senza la benché minima deviazione, sono di grande importanza nel sacrificio.

 

śloka 26

TESTO

26. Colui che conosce la giusta intonazione e la corretta articolazione del Saman possiede, in realtà, oro.

COMMENTO

L'enfasi cade sulla correta pronuncia. La giusta intonazione e la corretta pronuncia rappresentano una vera ricchezza per colui che officia il rito. E' il tono che deriva da un certo senso di ditacco dall'apprensione dei sensi. Si ricordi, a tal proposito, quanto affermato nel mantra 24: l'udgitha viene cantato solo mediante la parola e la forza vitale.

 

śloka 27

TESTO

27. Colui che conosce il sostegno di questo saman è, a sua volta, sostenuto. La parola è, in realtà, il suo sostegno; perché solo esistendo nella parola questo prana può cantare. Altri sostengono: "esso canta solo mediante il cibo".

COMMENTO

La parola rappresenta il potere dell'auto espressione. Risiedendo in essa, prana si esprime nella parola come conoscenza (sacra). Altri sostengono che la conoscenza derivi, invece, dall'esperienza del corpo (il cibo) e quindi dei sensi. Ma abbiamo visto come i sensi (udito, olfatto ecc.) possano essre attaccati dal male e perdere il loro potere (la caduta delle divinità). Solo Prana è inattaccabile, perché rappresenta il principio divino.

 

śloka 28

TESTO

28. Ora, l'edificante recita degli inni del pavamana. Il prastota canta, in verità, questo saman. E nel momento in cui inizia a cantare, può intonare questi mantra: "Dal non essere conducimi all'essere [a-sato ma sad gamaya];
dalla tenebra conducimi alla luce [tamaso ma jotyr gamaya];
dalla morte conducimi all'immortalità [mrityor ma amritam gamaya]".

Quando l'inno dice: "dal non essere conducimi all'essere", il non essere è in verità la morte; l'essere è l'immortalità. Conducimi dalla morte all'immortalità; rendimi immortale. Questo in realtà esso afferma.
Quando l'inno dice:"dalla tenebra conducimi alla luce", le tenebre sono in realtà la morte e la luce l'immortalità. Dalla morte conducimi all'immortalità; rendimi immortale. Questo in realtà esso afferma.

Quando l'inno dice:"dalla morte conducimi all'immortalità", non vi è più nulla di nascosto nel significato: tutto è chiaro.

Ora gli altri inni che restano da cantare. Cantandoli può ottenere l'alimento. Allorché li canta, deve porvi l'intenzione di ottenerli. Perché il cantore che così conosca, può ottenere qualunque cosa per sé e per il sacrificante. Questa, in realtà, è la conquista del mondo. Colui che così conosce questo sama, non può temere che questo mondo non sia per sé.

COMMENTO

Gli specialisti delle tre (e successivamente, quattro) raccolte di inni vedici [Rig, Yajur, Sama e Atharva] i quali svolgono la funzione di preti officianti sono denominati Ritvik, così chiamati perché propiziano cerimonialmente gli dei [ritau yajati iti] e sono esperti nel preparare il fuoco sacro e nella conduzione delle altre forme del sacrificio. Sono scelti dalla persona che sponsorizza il sacrificio stesso (il sacrificante) chiamato yajamana. Sono pagati in denaro o con doni (dakshina) alla fine del rito. Essi sono considerati, solo in tal senso, come assunti dal sacrificante.
Agiscono indipendentemente, sebbene ciascuno di essi segua una sua propria tradizione, cooperando con gli altri in modo tale che il rito prosegua nel modo prescritto. Nel RigVeda (2, 5, 4) la conduzione del sacrificio viene paragonata allo sviluppo di un albero, i cui rami appaiono uno dopo l'altro, secondo il naturale sviluppo della pianta.
Un sacrificio prevede quattro classi di Ritvik:

  1. Hotri, che invoca gli dei durante il canto e canta gli inni del RigVeda, quando richiesto dal prete-capo [adhvaryu].
  2. Udgatri, il quale innalza la sua voce durante gli inni del SamaVeda solamente nella parte del rito in cui gli dei debbono essere invitati.
  3. Advaryu, il capo che rappresenta il diretto responsabile della conduzione del sacrificio. E' il prete che effettivamente offre le oblazioni sul fuoco. Il suo libro specifico è lo YajurVeda, diretto esclusivamente al sacrificio.
  4. Brahma, il maestro del cerimoniale. Deve essere ben versato nei tre Veda e verificare che tutti gli inni siano cantati e recitati appropriatamente. E' uno specialista dell'AtharvaVeda.

I sacrifici [yajna] sono di svariati tipi e dipendono da molteplici elementi, quali il proposito per il quale vengono eseguiti, la complessità del rituale, il numero dei preti che officiano, la casta e lo stato dello yajamana (il sacrificante), la durata, il tipo dell'oblazione offerta, le divinità che sono invocate e propiziate.

L'asvamedha durava solamente tre giorni, ma richiedeva una elaborata preparazione che durava un anno intero. Il sacrificante aspirava a divenire un sovrano incontrastato in tutto il regno. Il cavallo simbolizzava il potere ed il valore del sacrificante.

Nel rito al quale si riferisce il mantra che stiamo commentando [jyotistoma] l'udgatri canta dodici inni, dei quali il risultato dei primi tre [pavamana] va a beneficio del sacrificante e gli altri nove a quello del prete. Gli inni pavamana sono formule purificatrici. Il buio rappresenta la condizione di morte (nella misura in cui la luce è conoscenza). Le ombre della nescienza ostruiscono la visione dell'immortalità. Il prete, dopo aver cantato i tre pavamana, intona gli altri nove ed ottiene cibo per sé stesso. A causa della sua identificazione con la forza vitale (Prana) egli può ottenere l'oggetto dei suoi desideri.

 

 

Fine della terza sezione 

 

 

 

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