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La serie delle esistenze e la retribuzione degli atti

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I piani di esistenza.

Il principio attorno al quale ruota la dottrina di nascita e morte è che:

esistono dei piani gerarchici di esistenza, strettamente legati al livello morale di condotta.

Da un semplicistico e sbrigativo punto di vista, questo potrebbe rappresentare l'ultima soluzione all'enigma della diversità della condizione umana, riducendo il suo ruolo a semplice rivincita sociale dell' ingiustizia.
E' la teoria del karma che, grazie ai Teosofi, nella seconda metà del 1800 cominciò a suonare familiare anche alle orecchie europee. Questo termine che significa, essenzialmente, atto, originariamente fu considerato solo di natura liturgica e rituale, ma ha finito poi per classificare l'intero comportamento umano.

Esso è ciò che, nel Buddismo, effettivamente trasmigra: L'Ego è solo una "collezione" di svariati elementi, costantemente rinnovati e combinati in una pseudo-personalità come risultato di azioni (karma). Quando un essere muore, un altro nasce ed eredita il suo karma; ciò che trasmigra, quindi, non è la persona, così come la intendiamo comunemente, bensì il suo karma.

 

L'aggregato di elementi.

Un'esistenza, quindi, è solamente una particolare "sezione" di una serie composta da pensieri, sensazioni, decisioni (i samskara) ed elementi materiali (il corpo).
Questa serie non possiede, in senso assoluto, un vero e proprio inizio; essa si nutre dei frutti di un certo numero di atti (karma) realizzati sotto condizioni disparate, e l'esperienza di questi atti costituisce l'esistenza stessa.

Allorquando tale esistenza "muore" (per mancato sostegno di una struttura fisica) vi saranno certamente alcuni atti (vecchi e nuovi) che debbono ancora essere "consumati".

La serie, pertanto, passa ad un 'altra esistenza e vive una nuova "sezione" di vita sotto condizioni differenti, solo perché essa implica una "retribuzione".
Il termine "retribuzione" sarebbe errato interpretarlo solamente come premio o castigo, più corretto, invece, è considerarlo come una sorta di regola matematica, scientifica, che non fa che obbedire ad una legge di causalita (da una causa deriva necessariamente un effetto).

Così come un vitello, mescolato a migliaia di vacche, quando è giunto il momento della poppata riconosce, tra tante, la mammella che gli appartiene - quella della madre - altrettanto, la retribuzione dei miei atti mi ritroverà "scientificamente" nella esistenza successiva.

vasudhara

 

Il Purusha.

Ma dietro questi paraventi, questi scenari allestiti e rimossi nella infinita serie di nascite e morti, c'è "qualcuno" che rimane non turbato dal dramma delle infinite esistenze, non consumato dalla forza entropica del tempo?

Il buddismo sostiene di no: tutto è impermanente!

La cultura vedica, origine e sostegno dell' induismo attuale, sostiene che dietro l' impermanenza della materia (prakriti) infinita e multiforme, la quale sola muore e rinasce, esiste eternamente l'anima, il Purusha.
Esso non muore mai, perché non è mai "nato": è l'espressione assoluta dell' esistenza, la quale non ha né inizio un temporale, né  una fine.

Quindi, tante anime, infiniti purusha, velati eternamente dalla materia che si aggrega, si plasma, si disgrega e si dissolve, per aggregarsi di nuovo dando così sostegno a ciò che noi chiamiamo vita, sino a quando il karma verrà estinto totalmente, sino a quando tutti gli abiti dismessi non verranno più rimpiazzati.

Questo è il progetto attorno al quale ruota quasi tutta la filosofia, la religione e la mistica indiana.

 

Daiva, il destino.

Destino e libero arbitrio si intrecciano nella cultura brahmanica, perchè accanto alla libertà umana, gli antichi collocarono il destino: daiva (dal termine deva). 
Persino le malattie ed i disordini fisici, secondo l 'Ayurveda (la scienza medica), hanno origini sia materiali: bhauta (da bhuta, elemento materiale) che spirituali (daiva)

Per il buddismo, invece, il destino sono semplicemente "gli atti passati" e l' intero Universo non è altro che il risultato della combinazione degli atti. 
Una esistenza è causata da un atto, ma un numero di atti combina le condizioni di un 'esistenza e perciò anche la varietà della fortuna e della sfortuna.

"Ogni atto cattivo è nero; quello buono in relazione alle sfere più alte è bianco; l'atto buono in relazione alle sfere del desiderio è bianco e nero perché, essendo fragile, è costantemente mischiato al male. 
E' buono, in sé stesso, ma coesiste nella "serie" assieme agli atti cattivi". Un atto è, quindi, un 'azione che può essere "moralmente" qualificata, indifferentemente dalla sua "origine" volitiva (cetana), mentale, o spirituale (mànasa) e dal prodotto della sua attuazione.

Ma finché non vi è volontà e deliberazione, nessuno di essi può essere imputato per una futura retribuzione.  Il karma, quindi fluisce costantemente sia tra gli uomini, che tra gli dei e gli animali. 

Due grandi eccezioni a questa legge eterna:

  1. l' ascetismo indù, dove mediante lo yoga tutti i processi vitali sono invertiti e spirito e materia fluiscono l' uno nell' altra e viceversa; 
  2. il Giainismo dove è costantemente presente lo sforzo morale, ossessivo, di ridurre gli effetti del karma, evitando persino di respirare, per evitare di uccidere i microbi dell' aria: qui le anime muovono in alto ed il karma è spinto in basso.

 

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