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 Questo articolo può essere letto nella finestra popup su sfondo bianco: Le vie della Realizzazione

Le differenti nature.

Nel bagaglio culturale dell'India antica risuonano costantemente i motivi del perenne ciclo delle rinascite, del susseguirsi ininterrotto di giorni e di notti di Brahma, ai quali corrisponderebbero la nascita ed il collasso degli Universi, in una interminabile danza che sembra riproporre all'infinito le altrettante infinite movenze di cui è capace un ballerino estatico.

Non una, ma cento, mille, un miliardo di volte per esaurire tutte quelle possibilità che rappresentano il compimento di un piano preordinato dalla Perfezione divina.
E le molteplici forme attraverso le quali lo yoga si è espresso nel corso del lungo cammino della emancipazione dell'uomo, hanno costituito altrettante modalità di affermazione delle esigenze espressive della stessa natura umana.

Ciascuna possiede le sue particolari inclinazioni, secondo un orientamento che non è del tutto arbitrario, perché rimane in parte fedele a ciò che l'anima antica ha saputo sperimentare nel corso delle innumerevoli esperienze.
La Tradizione indica diversi sentieri che conducono a quello stato di completo affrancamento dalle debolezze umane, cui tutti - consapevoli o no - aspiriamo: Moksha, Liberazione.

 

 

Le differenti nature: Bhakti marga e Karma marga.
la via della devozione e quella dell'attività disinteressata

Bhakti, la via dell'incondizionata devozione al divino al quale ci si accosta con i riti (puja), canti (kirtana), l'incessante ripetizione del suo nome (japa) e del suo ricordo (smaranam), l'ascolto (sravana) delle storie amorose di krishna e della sua amata.
La suprema devozione e l'intenso attaccamento al nome divino non pretendono una conoscenza filosofica e metafisica.

La sola fede nell'esistenza di Dio è l'unico fondamento della Bhakti.

Ma coloro che sono propensi al servizio del prossimo, e non si sentono totalmente appagati dalla sola preghiera e dalla riflessione, trovano il loro sentiero nel karma marga.
E' il lavoro per eccellenza ed ogni azione viene regolata da quest'idea.
Colui che lo percorre deve innanzi tutto liberare, nella più completa indifferenza, tutti i doveri sociali e religiosi dall'attaccamento a qualsiasi forma di ricompensa, sia materiale che morale.
Egli sacrifica al Signore tutto il suo lavoro:

"questo mondo è incatenato all'azione. O figlio di Kunti [Arjuna] compi l'azione in funzione del sacrificio, libero da attaccamento"
(BhagavadGita III,9)

"colui che pur dominando i sensi, continua a pensare ai suoi oggetti con attaccamento, è chiamato illuso ed ipocrita" "chi, frenando i sensi con la mente e senza attaccamento intraprende il Karmayoga, è il trionfatore".
(BhagavadGita III, 6-7)

 

Questo paradigma della rinuncia volontaria ai frutti dell'azione intrapresa a beneficio degli altri culminò, quindi, nella Bhagavad Gita.
La devozione, si sa, per realizzarsi non ha bisogno dell'intervento colto della speculazione e dell'indagine filosofica: si realza unicamente atraverso uno slancio d'amore, qualunque possano essere le conseguenze di ordine pragmatico.
Ma se è vero questo paradigma, perché aggungere - in manera reiterata e diremmo imprescindibile - la volontaria rinuncia ai frutti che si potrebbero ottenere da tali comportamenti?  Di qualsiasi natura possano essere questi frutti - materiali o semplicemennte etici o morali - fanno sempre parte del dominio  dell'ativtà pratica.

E, allora, sorgono, per lo meno, tre considerazioni:

  1. nell'istante stesso in cui si esegue un'azione - qualsiasi tipo di azione - i risultati non si sono ancora prodotti, perché sono una sua conseguenza temporale; come dire che i frutti non si sono ancora ottenuti. Di conseguenza, a ciò che il quell'istante non si pssiede, non si può neppure rinunciare!

  2. Forse, si può rinunciare o sacrificare il loro futuro possesso, cioè quando questi avverranno. Ma prendendo per buona questa alternativa futuristica, non sappiamo cosa andremo realmente a sacrificare, in quanto questi - i frutti - ptrebbero essere sostanzialmente differenti da ciò che si desidera ottenere in quel momento e potrebbero essere addirittura opposti!

  3. La terza ipotesi potrebbe essere la rinuncia al desiderio per i frutti delle azioni, la sola cosa che esiste al momento.
    Questa alternativa, cioè rinunciare al semplice desiderio per i frutti dell'azione svolta, solleva il problema di come questo desiderio è immaginato, riferendolo alla forza che spinge allazione.
    La soluzione (apparente) a questo dilemma potrebbe risiedere nel suggerire che l'azione da intraprendere viene eseguita non per il desiderio dei suoi frutti, ma come senso del dovere, dove l'azione è eseguita in quanto è una cosa giusta, o rappresenta una buona azione.
    Ma allora, nell'eseguire un'azione morale, non si deve sacrificare proprio niente perché non ci si deve aspettare niente, e quindi a niente si può rinunciare ...a meno che non si presuma che uno abbia un desiderio al contrario!
    Ma tale ipotesi creerebbe un confltto tra  desiderio e "bene intrinseco" piuttosto che il desiderio contingente, derivante dalla situazione.


Queste riflessioni, ovviamente, non sono fatte per il gusto di contestare la sacraltà di certe idee consolidatesi nel corso dei tempi in India, quanto per sollecitare lo stimolo al ragionamento, sopratutto per coloro che, sulla spinta del semplice desiderio di evasione, aderiscono a certi comportamenti senza riflettere sul loro intrinseco valore.

 

Girls bhakti

 

Jnana marga, la via della conoscenza.

Ma "...l'indagine nel Brahman - il cui frutto è infinito e permanente - segue immediatamente, nel caso di colui che avendo letto i Veda insieme alle altre discipline [karma, e quindi la via del karma marga] ha raggiunto la consapevolezza  che il frutto del mero servizio è limitato e non permanente. Perciò ha concepito il desiderio della liberazione finale".
(Ramanuja, commento al Vedanta sutra)

Attraverso la giusta serie di azioni, il ricercatore procederebbe, così, alla conoscenza più alta: Jnana marga.
L'universo, secondo questa visione, non è più un aggregato di entità separate.
All'origine di tutto c'è una causa uniforme auto esistente.
E le anime individuali debbono la consapevolezza della loro esistenza separata solamente all'ignoranza di tale causa originaria: il Brahman; l'intero mondo materiale è, così, una sorta di illusione.

Tale errata conoscenza separativa continuerà sino a che le azioni continueranno, conducendo inesorabilmente al ciclo delle rinascite.
Lo scopo della ricerca filosofica e metafisica sarebbe proprio quello di liberare l'individuo attraverso la conoscenza di questa Realtà.
Il corpo, i sensi, la mente, l'intelletto sono semplicemente "involucri" che racchiudono e nascondono l'unica permanente Realtà.

 

Diversificazione dei sentieri.

Sembrerebbe, quindi, che jnana marga, la scelta della conoscenza, sia la via preferenziale che può condurre direttamente all'affrancameto dell'individuo dalle limitazioni e debolezze della natura umana.

Ma può, una semplice "conoscenza" teorica condurre ad una vera e propria realizzazione? Che significato avrebbe conoscere l'esistenza di tale Realtà, se poi tutto il comportamento umano non è conforme ad essa?

La diversificazione dei sentieri è, dunque, estremamente utile per imboccare un percorso che risulti più consono al carattere ed alle naturali inclinazioni di ogni ricercatore, ma quando si è attraversato il fiume con una zattera, è perfettamente inutile seguitare a caricarsela sulle spalle!

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