Metafora e non metamorfosi

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Siamo oramai abituati, nell’epoca attuale, ad essere quotidianamente bombardati di messaggi. Dal mattino, quando accendiamo il nostro smartphone e riceviamo i primi “tweet” con i social media e durante tutta la giornata attraverso, ad esempio, la pubblicità la quale si inserisce, oramai, nella nostra vita senza badar tanto alla sobrietà e alla buona abitudine di non far troppo leva sui sentimenti.

La persuasione occulta ha oramai palesemente gettato l’ultimo abito, per mostrare tutta l’arroganza di una nudità invadente e provocante.


Eravamo abituati ad una pubblicità “mono direzionale” quella della carta stampata, dei manifesti, della Tv, dove il fruitore non poteva replicare, costretto ad accettare passivamente tutto ciò che gli veniva propinato.
A fianco ad essa cammina oggi quella pubblicità “bi-direzionale” quella, cioè, che troviamo in rete e con la quale si può dialogare con gli opportuni mezzi di interazione: si sceglie la pubblicità che si vuole.

Fortunatamente è sempre valida l’affermazione di Robert Browning che, più di due secoli fa, affermava: “La portata dell’uomo deve andare oltre la sua presa, altrimenti a che serve la metafora?”
Tutti media sono metafore attive, in quanto hanno il potere di tradurre l’esperienza in forme nuove.

Anche lo Yoga sta subendo questa “affascinante” metamorfosi, adattandosi ai più disparati livelli di comprensione.
La sua detradizionalizzazione – un pò come è avvento per le religioni tradizionali – gli permette di dialogare con tutti gli strati della società, mantenendosi sempre fresco e attuale e potendo così inserirsi, senza problemi, in una quotidianità ricca di impegni, di normali attività e, perché no, di svago.
La cosa importante è che anche lo Yoga possa combattere “ad armi pari” con i media attuali, che fanno della metafora un’arma di persuasione e convincimento.

Lo Yoga deve, a sua volta, utilizzare la metafora rispettandone le indicazioni etimologiche – che derivano dal verbo greco metaphérein, trasportare; trasferire l’animo e la consapevolezza dalla quotidianità che fagocita tutte le nostre risorse, verso il recupero di una identità “più umana”.

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